Alessandro Vaia, una lezione che non muore

Tremila battute sono poche per ricordare Alessandro Vaia nel 19° anniversario della sua morte (12 febbraio 1991). Ma probabilmente lui apprezzerebbe questa “costrizione” alla sinteticità e si opporrebbe ad ogni dilatazione di spazi: lui che detestava ogni vacua prolissità.
Fu una grande scuola, di militanza e di vita, per un bel gruppo di quadri che erano poco più che trentenni negli anni ’80; che si formarono nella lotta contro la socialdemocratizzazione del PCI, organizzati soprattutto attorno alla rivista Interstampa, di cui egli fu uno dei fondatori e la cui funzione di lotta e formazione considerò sempre centrale, anche rispetto a talune ambiguità della direzione cossuttiana che poi, negli ultimi anni, si sono manifestate in tutto il loro liquidazionismo.
Oggi quei quadri (molti di essi) rivestono ruoli di direzione nel PRC e nel PdCI, e in buona parte sembrano non aver smarrito l’essenza politica e ideologica di quella formazione leninista e gramsciana che – per Vaia – era l’opposto di ogni settarismo o scolastica ripetizione di formule fuori dal tempo e dallo spazio, ma anche di ogni opportunistico e pragmatico ripiegamento adattativo allo “spirito dei tempi”, privo di basi strategiche, ideologiche e di integrazione col movimento comunista nella sua dimensione internazionale (o, peggio, di ogni patetico carrierismo fine a se stesso).
Non tutti sanno chi era Vaia, e ancor più in tempi di revisionismo imperante, vale la pena di leggere e rileggere il suo libro Da galeotto a generale, edito da Teti, con prefazione di Luigi Longo.
Nato a Milano nel 1907, si iscrive al PCd’I nel ’25 e l’anno dopo entra in clandestinità. Arrestato nel ’28, resta in carcere per 5 anni, poi emigra in Francia. Nel ’35 è alla scuola leninista di Mosca, politica e militare. Da lì, nel ’37, viene inviato a combattere nelle Brigate internazionali in Spagna, dove – sotto la direzione di Luigi Longo – diventa Generale della 12° Brigata Garibaldi, che verrà solennemente definita “la migliore unità della 45° Divisione”. Sconfitta la Repubblica spagnola, dopo 4 anni di campo di concentramento e di carcere duro riesce a fuggire e rientra in Italia nel ’44. Nel marzo ’45 sarà a Milano come Commissario di guerra del Comando Piazza, dove dirigerà l’insurrezione del 25 aprile.
Dirigente del PCI, membro del CC, subirà dopo il ’56 – in nome del “rinnovamento” – l’epurazione della guardia partigiana vicina a Pietro Secchia: operazione che a Milano verrà condotta, congiuntamente, da Rossana Rossanda e Armando Cossutta, su direttiva di Togliatti. E fino alla sua morte, avvenuta nei giorni della nascita del PRC, parteciperà da protagonista di primo piano alla lotta contro la socialdemocratizzazione del PCI: con la fondazione della Editrice Aurora (1978), della rivista Interstampa (1981) e, successivamente, del Centro culturale Concetto Marchesi.
Sicuramente Brecht lo avrebbe collocato tra gli “imprescindibili”, quelli che lottano per tutta una vita. Insieme lo ricordiamo, con indelebile commozione, coi figli Franco e Vladimiro, e con la sua compagna Stellina, che fu il grande amore della sua vita. Ancora parleremo di lui, perchè tante cose da lui abbiamo ancora da imparare.