Alcune riflessioni sull’esito dello sciopero generale della CGIL

Lo sciopero generale del 06 Maggio indetto dalla CGIL ha rappresentato un altro momento fondamentale nella storia del conflitto sociale in questo Paese, dimostrando, se ancora ce ne fosse bisogno, come il maggior sindacato italiano abbia esercitato, spesso in solitudine, l’ unica solida sponda contro il pensiero unico liberista , non certo sconfitto e oggi pronto a ripartire all’inseguimento di un sogno concertativo con Cisl, Uil e Confindustria.
La riuscita della protesta è andata oltre le più rosee aspettative e, non va dimenticato, in un contesto politico, economico e sociale tutt’altro che favorevole. Basterebbe ricordare per esempio che solo quattro giorni prima si era tenuto il referendum sulla riforma del contratto dei metalmeccanici alla Bertone, con il rischio che quell’esito, che io considero giusto sia per la posizione assunta dalla FIOM che per il voto espresso dai lavoratori, e il dibattito che esso ha aperto anche dentro alla categoria dei metalmeccanici potesse in qualche modo indebolire la mobilitazione di quella parte di lavoratori. Invece la sua straordinaria riuscita parla anche a chi nella Cgil temeva un esito negativo e dice a tutti che ci sono momenti in cui i lavoratori che combattono contro la crisi e le risposte autoritarie e liberiste hanno una capacità di comprensione della realtà superiore a quella dei ceti politici della sinistra e a volte anche dei gruppi dirigenti sindacali. Per i
metalmeccanici è stata una riconferma delle adesioni allo sciopero di gennaio, ma in tutte
le categorie i consensi sono stati molto alti, in particolare in quelle categorie che hanno
subito accordi e contratti separati, dal commercio alla scuola al pubblico impiego.
La maggioranza dei lavoratori dipendenti ha incrociato le braccia e le oltre cento piazze in cui si è manifestato si sono riempite di operai, impiegati, tecnici, ricercatori, insegnanti, ma anche studenti, tantissimi giovani – cioè precari senza prospettive né rappresentanza sindacale e ancor meno politica, oltre alla presenza dei movimenti che si battono a favore di quei sacrosanti referendum che governo e Confindustria stanno tentando di affossare.
Quel mondo, il mondo della precarietà, chiede alla Cgil di continuare la mobilitazione, riunificare le lotte e offrire una rappresentanza e una partecipazione attiva a tutto il mondo del lavoro.
Le presenze nuove e qualificanti dentro lo sciopero segnalano la dignità e la maturità di un movimento e pongono, nel rispetto delle reciproche autonomie, una domanda di partecipazione e democrazia che impone alla Cgil (e io credo alla politica) di parlare a tutti questi soggetti.
Sarebbe insensato evadere questa offerta di partecipazione e questa domanda di democrazia e
rappresentanza. Il dibattito che naturalmente si è aperto dentro il sindacato dopo lo sciopero dovrà saper cogliere le novità emerse il 6 maggio, spostando in avanti la discussione, mettendo al centro, con la battaglia per la riconquista dei contratti nazionali, sia la capacità contrattuale che la definizione di un progetto sociale alternativo, con il quale confrontarsi con governo e imprese. Si deve aprire una fase nuova finalizzata alla conquista di un modello di sviluppo socialmente ed ecologicamente compatibile, incrociando sensibilità più ampie. Il cosa, come, dove e perché produrre deve diventare una discussione generale nel paese, tra il popolo e i lavoratori che a quello sciopero hanno dimostrato di esserci e voler contare.
La riuscita di quello sciopero e le prospettive della CGIL parlano anche alla politica e, a maggior ragione, ai comunisti.
Se la Fiat vuole cancellare la Fiom dalle fabbriche, nel paese governo e padroni vogliono
cancellare la Cgil, almeno questa Cgil. Nessuno finga di non saperlo, nemmeno chi a sinistra, sia tra i partiti che nelle organizzazioni sindacali e sociali di base, trova sempre un buon motivo per sottolineare la “modestia” della politica di quel sindacato, la sua vocazione troppo concertativa e poco “rivoluzionaria”, i suoi ritardi e gli “sciopericchi”. A Bergamo, 24 ore dopo
lo sciopero generale, la presidente degli industriali ha esposto una linea che punta alla
restaurazione autoritaria delle relazioni sindacali al fine di modificare i rapporti di forza nel
paese. Una linea coerente all’operato del governo persino nel tentativo di togliere di mezzo i
referendum. Le imprese hanno l’ossessione della democrazia, in fabbrica come nella società.
La risposta dei comunisti non può che essere, oggi e nelle condizioni date, quella della difesa della CGIL e di una connessione con le sue battaglie a partire dalle sue componenti più avanzate che vanno considerate dalla CGIL stessa come una risorsa e non un problema, ma non cercando di utilizzarle per “scardinare” una organizzazione di massa che rappresenta quasi 6 milioni di lavoratori e che oggi rappresenta forse l’unico punto di forza imprescindibile per cambiare la società ed il destino di questo Paese.
Se tutto questo parla quindi anche a noi e alla politica in generale, forse qualche cosa di ciò si è ripercosso anche sul dato delle ultime elezioni amministrative, tenutesi pochi giorni dopo lo sciopero del 6 Maggio.
Senza entrare nell’analisi del voto che compete ad altri, si può trovare un nesso tra le due vicende.
I risultati di Milano e Napoli in particolare, le conferme a Torino e Bologna, il dato complessivo dell’arretramento della destra a fronte di una ritrovata affermazione delle forze democratiche e progressiste, il dato nazionale di circa il 3% consegnato alle forze comuniste unite nella Federazione della Sinistra, ci dicono che forse questi due “mondi”, quello che ha risposto alla chiamata della CGIL e che poi è andato a votare, sono alla fine lo stesso mondo.
Se provi a capire il conflitto sociale, se tenti di radicarti in esso, se provi a rispondere a quella domanda di mobilitazione che le piazze del 6 maggio chiedono, se tenti di offrire una rappresentanza e una partecipazione attiva a tutto il mondo del lavoro salariato e precario, se i tuoi candidati assumono in primis la capacità di essere loro stessi portatori di quelle istanze di rappresentanza, allora la destra si può battere a partire da un cambiamento dell’agenda della politica e delle prospettive di governo delle città.
Se provi a fare questo dentro ad un quadro unitario tra le forze progressiste che tiene fermi alcuni degli elementi fondamentali della Democrazia e dei suoi valori costituzionali e mantieni, contemporaneamente, un profilo autonomo su alcuni elementi di classe fondamentali (contro la guerra e l’aggressività dell’imperialismo, la centralità della contraddizione capitale /Lavoro, il diritto al lavoro e la difesa dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici) ecco che allora, pur tra mille difficoltà perché non esisti più in Parlamento e nel circuito mediatico, e tra mille errori di un passato ancora troppo recente, riesci a non scomparire e a provare a ripartire.
La discussione che si aperta nella CGIL è incoraggiata dall’esito positivo dello sciopero. Quella che si è aperta nei partiti della sinistra è supportata da un risultato elettorale positivo.
In entrambi i casi dobbiamo essere attenti e presenti, ne va del destino dei comunisti.