Alcune riflessioni sul futuro del movimento sindacale italiano

La sfida parte dalla CGIL e da quanto essa saprà fare ed è lì che, da comunisti, dobbiamo batterci.

Come sempre, la contingenza attuale, la realtà dell’oggi chiama tutti a verificare sul campo la propria forza e le reali intenzioni del proprio agire.

Oggi la realtà alla quale la CGIl deve saper rispondere ha il volto dell’accordo raggiunto tra la maggioranza dei sindacati confederali e la FIAT sullo stabilimento di Pomigliano d’Arco.

Credo sia necessario dire alcune cose con chiarezza: i diritti dei lavoratori italiani si giocano a Pomigliano d’Arco. La Fiat chiede ai suoi dipendenti di rinunciare alle garanzie sindacali e lavorative in un processo già ribattezzato di “polonizzazione” della produzione industriale in Italia. La posta in gioco è altissima: mantenere aperto lo stabilimento automobilistico e salvare migliaia di posti di lavoro in Campania. Quanto sta accadendo a Pomigliano sa di epocale e come tale va affrontato.

Con un risultato che appariva fin da subito scontato, il Congresso nazionale della CGIL, terminato a Rimini sabato 9 maggio 2010, ha riconfermato Guglielmo Epifani alla carica di segretario generale.
Come già sostenuto quando abbiamo avviato la discussione sulla tribuna congressuale, questo congresso verrà ricordato come uno dei più tesi e difficili degli ultimi vent’anni della storia del sindacato confederale.

Il dato finale che viene assegnato alle due mozioni ( 83% al documento di maggioranza e 17% a quello titolato “La CGIL che vogliamo” ) assume in sé la sintesi di una battaglia politica pesante le cui conseguenze rischiano di determinare una prospettiva pericolosa sul futuro della stessa organizzazione. E su questo, mi permetto, nessuno è esente da colpe.

Proviamo a fare il punto su quanto avvenuto: pur se con punti di “ombra” che proverò ad evidenziare, credo che il documento congressuale e le conclusioni finali abbiano visto l’affermarsi di un insieme di posizioni, nell’analisi economica e sociale e nella prospettiva di lotta, certamente non “rivoluzionarie” (non prendiamoci in giro) , ma almeno con un “impianto di sinistra”, cogliendo contenuti e strategie che da tempo costituivano l’asse portante, nella battaglia interna, della cosiddetta sinistra sindacale nelle sue varie forme.

La relazione di Epifani ha avuto il merito di portare alla platea congressuale proposte che indicassero obiettivi concreti per l’immediato futuro.

Il nucleo centrale è costituito da un “piano straordinario” per il lavoro che si articola in tre componenti: politica fiscale per gli investimenti in ricerca, innovazione e formazione specie nella filiera manifatturiera; allentamento del patto di stabilità degli enti locali per liberare risorse;
riapertura del turn-over nella scuola, università e pubbliche amministrazioni almeno per 3 anni.
E’ una proposta rivolta al governo e che riguarda principalmente l’impiego pubblico, con una previsione di aumento dell’occupazione di 150.000 posti nella ricerca e innovazione, 300.000 nelle imprese private beneficiarie degli sgravi fiscali, 70.000 nella green economy, 150.000
per l’allentamento del piano di stabilità, 400.000 con lo sblocco del turn-over nel pubblico impiego.

Si abbasserebbe così il tasso di disoccupazione dal 10% previsto a fine giugno al 7,5% per il 2013. Una proposta di questo tipo, di chiaro impianto “keynesiano”, può marciare solo con un’ampia pressione politica e con l’unità d’azione di tutti i sindacati italiani. Per questo, credo, nella relazione si cerca di recuperare un rapporto minimale con CISL e UIL, pur nella ferma condanna, e bene ha fatto, della loro posizione sull’accordo separato e poi sull’arbitrato.

La relazione riafferma inoltre obiettivi e parole d’ordine già contenuti o coerenti con il 1° documento: la priorità del lavoro e dell’occupazione; la condanna della politica del governo con particolare riferimento al libro bianco di Sacconi; la difesa del no al modello contrattuale proposto
da governo, Confindustria, CISL e UIL; la denuncia dell’arbitrato come lesivo attacco ai diritti dei lavoratori; il no all’attacco allo statuto dei lavoratori; la difesa del lavoro giovanile e precario attraverso l’unificazione del lavoro; l’ampliamento della contrattazione sociale e territoriale; il no al razzismo e alle politiche persecutorie contro i migranti; il no al federalismo come elemento di frammentazione del contratto nazionale; la difesa della Costituzione; l’adesione al referendum contro la privatizzazione dell’acqua.

In particolare, sull’accordo separato, è stato giusta e opportuna la valorizzazione dei contratti comunque sottoscritti in questi 18 mesi (circa 40) molti dei quali con un adeguamento superiore a quello dell’IPCA, di fatto superando i limiti imposti dall’accordo separato stesso e sconfessandolo (in parte) almeno nella parte economica. Certo, questa cosa si può leggere come bicchiere mezzo vuoto, io penso invece che essa sia un argomento importante da portare a sostegno di un rilancio della contrattazione, in cui la CGIL riesca a spostare comunque l’ago della bilancia.

Tutto bene quindi? No, direi di no.

La lunga relazione sembra rivolgersi all’esterno, mentre il dibattito congressuale viene un po’ liquidato alla fine con le sole cifre della “vittoria”, mantenendo un parziale ambiguità nel merito dei nodi sul tappeto che esistono e permangono: quale confederalità, come uscire dalla firma del contratto separato dei meccanici, quale democrazia dentro e fuori il sindacato.

Insomma, come già avevo detto in precedenza, il rischio di una “resa dei conti”finale, di cui continuo a ritenere entrambe le componenti responsabili, mi pare si sia avverato, con un’idea di confederalità più burocratica che solidale che lascia sul terreno molte perplessità. Continua non convincermi per esempio la modifica dello statuto in cui si subordina ulteriormente l’autonomia delle categorie alla ratifica del Comitato Direttivo, non so bene quanto legata solo all’idea di compattezza unitaria della CGIL. Forse era necessario da parte di tutti tentare un atteggiamento conclusivo propositivo e unitario.
La relazione ha avuto come destinatario quasi esclusivo il governo. Mi è parsa debole invece sulla Confindustria e sulla linea politica degli imprenditori: i licenziamenti per delocalizzare; quelli per ristrutturare le imprese in senso multinazionale (vedi FIAT); quelli infine per chiudere a investire nella speculazione finanziaria. Scarsa la valutazione legata alle politiche confindustriali tendenti ad un aumento dello sfruttamento attraverso l’aumento della produttività e la riduzione dei diritti individuali e della sicurezza. Nessun riferimento alla necessità di ridistribuire la ricchezza a favore del salario anziché ai profitti, corretta, fortunatamente, in parte nel documento politico finale sul passaggio dal 40 al 50% che qualificava il 1° documento.

Rispetto alla proposta del “piano straordinario” per l’occupazione, fatta all’inizio, si aggiunge una frase a rischio di pesante ambiguità:”Di fronte alla disponibilità del governo a muoversi in questa direzione, siamo pronti ad armonizzare i rinnovi contrattuali che vanno definiti nei settori pubblici e nella scuola come una parte dei costi di questa scelta”. E’ un
punto che rischia una lettura interpretabile come uno scambio “più occupazione – meno richiesta salariale”. Su questa questione insomma non si capisce quali siano i paletti che costruiscono la piattaforma su cui muoversi.

Pur parlando molto del lavoro pubblico, timidissima appare la risposta a Brunetta (mai citato) e alla feroce campagna contro i dipendenti pubblici. Ad attacco pesante era necessaria una risposta dura e specifica, anche per rispondere all’esigenza di una categoria, la FP, che ha fatto dell’attacco alla professionalità dei propri iscritti uno dei temi principali del dibattito congressuale, spingendo molti su posizioni difensive e corporative.

Sul versante poi delle politiche energetiche e di opere pubbliche, mi è parsa troppa la cautela usata. La relazione propone di (testualmente)“posporre la costruzione del ponte tra Messina e Reggio Calabria per risolvere prima i collegamenti ferroviari e la messa in sicurezza dei territori..” di “continuare la ricerca nucleare..” “.. più alta velocità, ma anche più treni per i pendolari e più sicurezza per tutti”. Quindi nessuna chiara presa di posizione. Fortunatamente il Congresso,accettando un odg contro il ponte sullo stretto, ha in parte ribaltato questa posizione, ma viene mantenuta, approvando a larga maggioranza un odg a favore della TAV proposto dalla FILLEA, una posizione preoccupante sul tema Alta velocità che aveva visto invece la CGIL, seppur non in blocco, tenere una posizione di sostegno alla lotta su quella vertenza territoriale.

Pesano inoltre una serie di omissioni:

– Manca un no esplicito alla guerra in Afghanistan, non solo come “problema etico e politico”, ma anche economico, nel momento in cui si parla di tagli alla spesa pubblica a danno dei servizi. I soldi per la guerra vengono sottratti al welfare. Solo in seguito è stato accolto uno specifico odg contro la guerra in Afghanistan.

-Non si accenna alla tassazione delle rendite, che era stato uno dei punti qualificanti del documento congressuale. La tassazione dei patrimoni e delle rendite verrà poi inserita nel documento finale grazie ad una battaglia all’interno della commissione.

-Molto attendista e un po’ troppo formale la posizione assunta su quanto accaduto in Grecia, con la solidarietà e il sostegno al sindacato greco più come atto dovuto che non per convinzione politica, quasi evidenziando una sorta di attenzione a non compromettersi troppo con una realtà che non viene capita fino in fondo, un po’ come accadde per i fatti di Genova nel 2001..

– La questione dell’unità sindacale con CISL e UIL viene affrontata con accenti ambivalenti:
da un lato l’orgoglio per le scelte della CGIL in materia contrattuale e la ferma condanna per la collusione di CISL e UIL col Governo; dall’altro la proposizione ritualistica dell’unità a partire da minimi comuni denominatori, che appaiono però davvero troppo minimi.
Insomma, il congresso ha impostato un impianto di lavoro da guardare con grande attenzione, ma non ha sciolto tutti i nodi sul tappeto rispetto alla costruzione di una prospettiva di “classe” del maggior sindacato italiano. Sarà necessario da parte delle componenti diciamo “più a sinistra” e dei comunisti che operano nella CGIL, di maggioranza e di minoranza, lasciare indietro al più presto gli strascichi del percorso congressuale e provare a costruire, partendo da quanto affermato nel documento conclusivo, le posizioni più avanzate possibili per far navigare, in un contesto economico, politico e sociale di vero disastro economico e intriso di moltissime difficoltà anche a causa della scomparsa di una forza politica comunista e di sinistra dal panorama istituzionale italiano, la barca del sindacato nella direzione di una vera rappresentanza del suo blocco sociale di riferimento, sul quale continua,secondo me, ad essere necessaria una chiarezza nell’analisi (che ancora mi pare debole) per reggere la sfida con un capitalismo globalizzato che rischia di crollare, ma trascinando con se anche i lavoratori e le lavoratrici.
La sfida, ne sono sempre più convinto, parte comunque dalla CGIL e da quanto essa saprà fare ed è lì che, da comunisti, dobbiamo batterci.
Come sempre, la contingenza attuale, la realtà dell’oggi chiama tutti a verificare sul campo la propria forza e le reali intenzioni del proprio agire.
Oggi la realtà alla quale la CGIl deve saper rispondere ha il volto dell’accordo raggiunto tra la maggioranza dei sindacati confederali e la FIAT sullo stabilimento di Pomigliano d’Arco.
Credo sia necessario dire alcune cose con chiarezza: i diritti dei lavoratori italiani si giocano a Pomigliano d’Arco. La Fiat chiede ai suoi dipendenti di rinunciare alle garanzie sindacali e lavorative in un processo già ribattezzato di “polonizzazione” della produzione industriale in Italia. La posta in gioco è altissima: mantenere aperto lo stabilimento automobilistico e salvare migliaia di posti di lavoro in Campania. Quanto sta accadendo a Pomigliano sa di epocale e come tale va affrontato.
C’è qualcosa di nuovo rispetto alle situazioni precedenti; cambiano drasticamente il modello delle relazioni sindacali. E’ un accordo che fa piazza pulita di tutti i regolamenti precedenti rispetto all’orario di lavoro, agli straordinari, alle malattie per proporre un modello altamente e pesantemente flessibile.
Ci sono infatti alcune clausole che impegnano non solo i sindacati ma gli stessi lavoratori a non opporsi e a recepire nei contratti individuali i contenuti di questo accordo. Senza contestarlo e accettando che, in caso contrario, possano essere anche oggetto di sanzioni disciplinari che potrebbero arrivare anche al licenziamento. C’è cioè una sorta di rinuncia alla possibilità di svolgere un’azione sindacale, a partire dal diritto allo sciopero. Un domani i lavoratori che scioperassero contro questo accordo, perché non sono più disponibili, potrebbero essere passibili di licenziamento. C’è insomma una riduzione di diritti fondamentali e questo è il nodo più preoccupante. Un prezzo molto alto da pagare che viene fatto passare come una condizione per poter lavorare. Lavoro senza garanzie quindi che, ed è questo il punto delicato, di fronte a questo ricatto può anche apparire che ci sia una maggioranza di lavoratori che, per non perdere quella che è l’unica fonte di sopravvivenza, accettano tutto. Ma ciò che viene messo in discussione con l’accettazione di questo accordo è il nostro sistema generale di relazioni, cioè dei principi costituzionali.
Il governo ha spinto e ottenuto che l’accordo si firmasse e del resto non si dimentichi che pochi giorni fa ha dichiarato di voler modificare l’articolo 41 della Costituzione sulla libertà d’impresa. L’articolo 41 dice che c’è la libertà d’impresa, che però ‘non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana’. E allora, cosa c’è da cambiare in questo articolo? Che l’impresa si possa fare senza rispettare l’utilità sociale, magari creando un danno sociale? O ancora pregiudicando i diritti fondamentali delle persone che lavorano? E’ questo quello che sta accadendo a Pomigliano d’Arco, questo è quello che vuole il Governo e sul quale l’opposizione politica o è rimasta silente o al massimo balbettante.
La Fiom non firma e bene ha fatto Epifani a sostenere che l’accordo è incostituzionale.
I lavoratori in cambio del lavoro accetterebbero tutte le condizioni dettate. Alcune delle quali, secondo quanto sostenuto giustamente dalla Fiom nei suoi documenti, sono addirittura inferiori agli standard minimi previsti dalla disciplina europea. Profili di un decadimento dei diritti e, soprattutto per l’aspetto sindacale, anche di possibile incostituzionalità perché indirettamente si limita la libertà sindacale e si vuole anche limitare il diritto di sciopero che è un diritto fondamentale.
Le ultime considerazioni di Epifani però sembrano segnare uno spostamento di posizione, sottolineando una critica all’agire della FIOM, a fronte anche di un rischio possibile quale l’accettazione dell’accordo da parte della maggioranza dei lavoratori.
Bene, credo che con nettezza vada difesa la FIOM e vada detto che Epifani sta sbagliando. La pressione è forte e la Fiom ha ragione a parlare di ricatto, quelli dicono ‘o accettate la proposta o non produciamo più nello stabilimento’ e questo ricatto è inaccettabile.
La Fiat dice: si lavora in questo modo, con questi turni, con questi orari, riduzione dei riposi del pranzo, 40 minuti che diventano 30, e oltre un certo numero di giorni di malattia non si garantisce più l’indennità per i lavoratori. Ma la salute è un diritto fondamentale, non possiamo accettare che se uno è più malato di altri possa perdere i suoi diritti. Sono vari aspetti che mirano a garantire il lavoro a qualunque condizione mettendo a rischio anche la salute, sostanzialmente. Si pensi anche ai turni massacranti: si fanno decine di convegni di studio per ridurre lo stress nel posto di lavoro poi però vediamo che in pratica si tenta di imporre condizioni che vanno nel senso contrario. Non si può tornare a ritmi lavorativi vecchi, facendo un salto indietro nel tempo in nome della lotta all’assenteismo, problema vero che c’è, ma sul quale peraltro la stessa CGIL ha proposto soluzioni reali e serie alternative al massacro dei diritti imposto da FIAT.
Così come è inaccettabile l’imposizione di una globalizzazione che il sociologo Luciano Gallino ha definito ” ormai senza veli”.
Siccome si ha la possibilità di produrre qualcosa a prezzi bassissimi in altre parti del mondo, allora secondo la logica del mercato, o accetti che questo avvenga anche qui o si va a produrlo là. E questo porta al disastro. Quanto contenuto in questo accordo è uno di quelli ed è talmente forte che fa crollare i livelli di tutela e di civiltà giuridica che molti Paesi, tra i quali l’Italia, avevano conquistato, esponendoli immediatamente e senza più intermediari ad una fortissima concorrenza internazionale. O fai questo o perdi il lavoro.
Si deve dire no quindi e si deve operare affinché i lavoratori nel referendum respingano questo accordo. Questo dovrà fare la FIOM e la CGIL. Sapendo che si sta giocando una partita appunto epocale, a rischio di sconfitta se non viene sostenuta con forza anche da un punto di vista “culturale” con il lavoratori e le lavoratrici, adattando una strategia convincente e coinvolgendo l’intera classe lavoratrice del Paese perché, se passa questo accordo a Pomigliano, si crea un precedente che, in un domani non troppo lontano, può diventare regola in ogni altra realtà lavorativa, innescando un processo di degenerazione dei diritti forse inarrestabile.
In gioco non ci sono solo i diritti dei lavoratori della FIAT, in gioco c’è il del mondo del lavoro salariato tutto e del sindacato stesso.
Spero che la CGIL lo capisca e agisca di conseguenza e chi da comunista vive ancora in questa società, militi nel sindacato e faccia politica sappia contribuire a questa battaglia.