Alcune riflessioni dopo la manifestazione del 16 ottobre

La manifestazione della Fiom del 16 Ottobre scorso ha rappresentato certamente uno dei momenti più importanti degli ultimi anni nella storia del conflitto sociale in Italia.
In quella piazza romana è tornato a farsi vedere e sentire quel paese legato alla storia e alle ragioni della sinistra di classe, che crede che il valore del lavoro e le condizioni dei lavoratori e delle lavoratrici siano il metro che misura il livello di civiltà di una società, rispetta la Costituzione e ci ricorda che proprio da essa bisogna ripartire (art.- 1- l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro), partendo proprio dal lavoro in un’ipotesi di trasformazione sociale.

E’ quella stessa parte di popolo che nel 92 pose il problema dell’opposizione alla politica della concertazione, che si è battuto contro le riforme delle pensioni dei vari governi di centrodestra e centrosinistra, ha vissuto l’epoca dei movimenti contro la globalizzazione capitalista culminati nella protesta di Genova, ha difeso l’articolo 18 sostenendo il Referendum per la sua estensione, ha dato forza alla Fiom e alla CGIL nello scontro contro la classe padronale e i governi reazionari di destra e, per molti anni, è stato il bacino elettorale delle forze comuniste in Italia. E’ un pezzo importante che è tornato a farsi vedere. Che qualche anno fa era più vasto, ma dimostra di esserci ancora e che, come hanno detto altri autorevoli commentatori, solo un establishment miope, che ha lucrato per decenni sulla crescita delle disuguaglianze sociali senza peraltro compensarla con alcun vantaggio per l’economia, può bollare come una manifestazione di estremismo politico.
Anzi, la compostezza della protesta operaia ha fatto giustizia della linea di un governo che punta a stringere accordi con la Cisl e la Uil negando il ruolo decisivo della Cgil, conferma l’insensatezza di chi punta alla divisione sindacale per edificare nuovi sistemi di relazioni industriali, annulla e ributta in faccia l’accusa a chi, come il ministro Maroni, ha additato irresponsabilmente e subdolamente come pericolo pubblico la manifestazione promossa da una grande organizzazione democratica che merita il rispetto di tutti, compreso chi non ne condivide la linea sindacale.
Quel popolo ha dato a tutti una splendida lezione di democrazia e civiltà e, in qualche modo, ha indicato la strada da cui andrebbe ripartire: la centralità del mondo del lavoro salariato dentro ad una mai cancellata contraddizione capitale-lavoro.
In quella piazza si è potuto assistere ad una contraddizione palese in essere: la presenza corposa, tra operai e lavoratori di vario genere, studenti e precari, di comunisti e comuniste sotto le insegne dei due partiti PRC e PDCI, certamente più nutrita di altre rappresentanze politiche (molte erano le bandiere rosse) e contemporaneamente l’incapacità da parte di essi di essere recepiti come rappresentanti politici di quel popolo. Insomma ci siamo, c’eravamo, ma non siamo più in grado di rappresentare quel pezzo straordinario del mondo del lavoro.
Che, peraltro, ha in qualche modo indicato non in una nuova proposta politica, non in un progetto complessivo di trasformazione della società, ma in un nuovo leader (Nichi Vendola) il nuovo “Cesare” a cui affidare le proprie speranze.
Si tratta di capire se quella è la scelta giusta e io credo non lo sia, non perché a Vendola manchi la vocazione del leader anzi, ma perché il suo progetto complessivo sta tutto dentro le compatibilità del sistema, “puntella” da sinistra la politica “riformista” e moderata del PD, affronta grandi e giuste questioni, ma non si pone il problema della riaffermazione ed attualizzazione di un paradigma analitico e di un apparato categoriale di interpretazione del mondo che faccia riferimento alla storia ed alla cultura del movimento operaio e che quindi individui nel lavoro salariato, nei suoi interessi storici ed immediati, nelle sue modificazioni e stratificazioni, il soggetto prioritario della trasformazione. Rappresentare la parzialità per proporsi come totalità, ripensare alla centralità della classe lavoratrice come classe generale per il cambiamento.
Una scelta strategica quindi, che nel suo progetto io non vedo.
Anche la stessa questione comunista, che per me è parte fondamentale della nostra scelta politica, non può prescindere da questa premessa ed è su questo terreno che debbono ripartire i rapporti con quanti sono disponibili.
Credo serva altro insomma, non un partito del lavoro o dei lavoratori, come qualcuno pensa legittimamente, che certamente potrebbe raccogliere un esigenza vera e reale, ma finirebbe per parcellizzarla senza darle una prospettiva generale per la trasformazione e il cambiamento sociale (partendo poi da quale analisi di classe aggiornata, quali riferimenti in politica economica, su quali indirizzi strategici collocarla, con quale politica nelle alleanze necessarie); a quel popolo io credo serva un partito comunista degno di questo nome, nuovo e moderno, che cancelli le differenze di un passato di separazione che ormai non ha più ragione di esistere, assume in se e nella sua scelta politica di fondo la questione appunto della rappresentanza politica di quel popolo, il popolo del mondo del lavoro salariato, e agisca di conseguenza; riprenda la capacità di ascoltare quei bisogni giustamente espressi ed elabori, in una nuova analisi di classe e del blocco sociale di riferimento, una teorizzazione politica e pratica che risponda a quei bisogni, la ponga alla discussione con il mondo del lavoro e le sue rappresentanze sindacali dentro ad un percorso unitario a sinistra e certamente dentro a quella che è una fase di resistenza e di difesa delle conquiste sociali e dei diritti (perché è dentro questa fase che siamo e chi pensa alla presa del palazzo d’Inverno dopo il 16 Ottobre sbaglia di grosso), ma lo faccia in maniera autonoma dal pensiero riformista liberale e si batta al fine di ottenerne l’egemonia su di esso, magari mettendosi alla testa di un più vasto movimento (che c’è ed esiste) che indica un Referendum popolare per l’abolizione della Legge 30 che norma il mercato del lavoro.
A quella piazza, a quel popolo, pur tra mille problemi e contraddizioni, non è mancato il sindacato. La fiom in testa e più in generale la CGIL hanno provato a dar loro una risposta e, anche se possono continuare a manifestarsi incertezze, la proposta di sciopero generale avanzata in quella piazza e sostenuta da Epifani (che sceglie la manifestazione della FIOM per chiudere l’ultimo comizio del suo mandato) è stata un segnale chiaro ed importante. Vedremo ora come andrà.
Ma a quella piazza è mancata la politica e quella che c’era può essere un abbaglio. Ma certamente, in mancanza di un progetto “migliore” e più convincente, a quella politica fatta con un linguaggio nuovo e piacevole, che apre “fabbriche” di sogni e discussioni partecipate, che parla al cuore e ai sentimenti, ci si può anche aggrappare.
Ma forse sta ai comunisti di questo paese colmare quella mancanza. Vediamo se saremo in grado di farlo.