Alain Finkielkraut: L’ uomo oggi non ha più limiti, occorre trovare la forza per porne di nuovi

Alain Finkielkraut è un intellettuale che dice e scrive, sempre, quello che pensa. Non ammicca alle mode. Dissipa le false evidenze del momento. E lo fa con chiarezza e rigore. Come nel saggio Noi, i moderni, in uscita da Lindau. Muovendosi nell’ orizzonte di pensiero di Roland Barthes, Charles Péguy, Hannah Arendt e Levinas (di cui è stato allievo), anche questa volta affronta un tema difficile e discusso. Professor Finkielkraut, come dice chiaramente sin dal titolo del suo libro, noi siamo tutti moderni. Ma qual è la modernità di cui lei parla? «Ho intitolato il libro Noi, i moderni perché non voglio accettare l’ atteggiamento generale, molto critico, nei confronti della modernità. La modernità è prima di tutto un movimento. Se vuole, una maniera di abitare il mondo non come sostanza ma come storia. Essere moderno significa essere storico. Ma, come insegna il Rinascimento, una storia alla riscoperta degli antichi e all’ insegna della conversazione fra i vivi e i morti». Quindi storia come interpretazione del passato a partire dalle inquietudini del presente. Come l’ ha definito Walter Benjamin, il presente è compenetrazione di passato e futuro come promessa? «Quella di Benjamin è una buona citazione. E io mi rivolgerò a un altro grande autore, un italiano la cui lettura è stata per me una vera illuminazione, Eugenio Garin. Egli cita Machiavelli, che la sera indossava le vesti solenni mentre si apprestava a leggere le grandi opere. è così che posso accedere all’ anticamera dei grandi del passato. L’ educazione dell’ uomo attraverso il contatto con i tesori della memoria. Un’ idea questa oggi minacciata. Posso farle subito un esempio: quando si utilizza la parola memoria, lo si fa parlando dei grandi crimini incancellabili. Si ha memoria solamente dei crimini». La figura emblematica per eccellenza della modernità è Prometeo. Ma il Prometeo di Goethe: l’ uomo che all’ alba dei tempi moderni ha deciso di prendere in mano il proprio destino. Un Prometeo scatenato. «L’ idea del progresso appartiene alla nostra tradizione. Oggi la vera sovversione non consiste più nell’ opporsi all’ ordine immobile, ma nell’ arrestare l’ automatismo stesso del progresso. L’ uomo non ha più limiti e bisogna trovare la forza di porne di nuovi a questo processo che noi stessi abbiamo avviato». è questa l’ eredità del XX secolo? «Sì, basta guardare gli effetti della realtà della tecnica. E lo sport ne è l’ esempio più lampante. A lungo è stato metafora della modernità stessa: l’ individuo vi contemplava lo spettacolo della sua libertà. Poi l’ uomo si definisce libertà e la sua azione inizia ad aver senso soltanto attraverso il superamento continuo. Dunque, l’ uomo moderno è colui che batte i record. Ed ecco improvvisamente che i record stessi ci inquietano. Hanno cessato d’ essere inebrianti: ormai siamo troppo veloci, e lo sportivo da simbolo dell’ umanità in movimento rischia di diventare la cavia della post-umanità. Così entreremmo, senza averlo voluto, in un nuovo paradigma». Il rischio allora è che quel progetto di modernità si trasformi in emancipazione da noi stessi e dai nostri limiti? «Se l’ uomo si definisce come libertà, ciò che vi è in lui di umano può apparire come un ostacolo. è una nuova metafisica che nasce: non più quella che opponeva l’ anima al corpo, ma quella che oppone la macchina al corpo. Le nostre macchine ci mettono in scacco: sono impeccabili, funzionano a meraviglia, e poco alla volta ci portano a sognare di poter fabbricare i nostri corpi come macchine con i relativi pezzi di ricambio». Da tempo si parla molto dei postmoderni, per i quali la libertà, imprigionata dalla tecnica, è ridotta a un’ esperienza narrativa. «Ma la postmodernità in realtà è un’ ipermodernità. Essa prende atto del collasso dell’ idea di progresso, e si fonda interamente sul rifiuto di prendere in considerazione il tragico che è nella realtà. Se per esempio assiste al deperimento della letteratura, al posto di inquietarsi e di riflettere essa canta la metamorfosi perpetua dell’ essere. Ogni crepuscolo è per lei l’ annuncio di una nuova aurora. Alla visione lineare del progresso rimpiazza la plasticità infinita della realtà umana. Di fronte ai cambiamenti che non possiamo considerare come passi in avanti, la postmodernità conserva un sorriso scaltro e beffardo, e tutto quello che ha da dire è: perché no? Trovo che la postmodernità ci butti in una impasse». La postmodernità è una riflessione senza i principi della razionalità scintifica? «Sì, ed è curioso: i postmoderni fanno tutto questo, ma alla fine sono diventati collaborazionisti della modernità. Perché al posto di tirare conclusioni drastiche, loro cantano la metamorfosi. E la cosa buffa è che non sono affatto progressisti, ma trattano da reazionari tutti quelli che provano un sentimento di nostalgia o di responsabilità per il mondo». Ci sono anche gli anti-moderni, come Leo Strauss. «Quello di Leo Strauss è un pensiero imponente. Ma credo di non poterlo seguire perché un pensiero antimoderno degno di questo nome è un pensiero del ritorno. E mi domando: ma ritorno a cosa! Se penso alla mia esperienza, son passato attraverso un sacco di momenti felici, ma senza poter ritornare a una situazione anteriore che mi permettesse di riviverli. è una posizione scomoda. Ma è il prezzo da pagare per una vita senza dio». Quindi noi moderni non siamo più né greci né cristiani. Abbiamo ormai preso il largo, per dirla con Strauss, da Atene e Gerusalemme? «Sì, siamo distanti. Ma allo stesso tempo siamo profondamente debitori a quest’ eredità. Bisogna dirlo: noi vi siamo attaccati, ne siamo la continuazione. Ma non è perché, in un modo o nell’ altro, quest’ eredità deve restare viva in noi che possiamo pensare in termini di ritorno». Lei ha parlato di tragico. Che fine ha fatto questa dimensione? «Il XX secolo l’ ha abolito: ha rimpiazzato con il melodramma la tragedia. E il nostro compito è di riannodare il senso dell’ inesplicabile con la modestia che è propria di colui che vive in un universo tragico». Quindi piuttosto che uscire dalla modernità si tratta di pensarla e, in qualche modo, salvarla da sé stessa. Lei utilizza una bella espressione: salvare l’ oscuro! «Sì, è la metafora che ho utilizzato. Sono rimasto infatti molto sorpreso nel venir a conoscenza di un’ associazione per la protezione del cielo notturno, che vuol farne un patrimonio dell’ umanità. Il cielo non ci appartiene! Non appartiene agli uomini. Ma forse si tratta per noi di proteggere l’ inappropriabile e l’ indisponibile. Non voglio parlare in maniera enfatica di un’ uscita dalla metafisica. E nemmeno di un rovesciamento della modernità. Ma dobbiamo porci nell’ ottica del cambiamento e in quella della salvaguardia. E perché il mondo resti umano bisogna che vi sia posto per ciò che non dipende esclusivamente dalla fabbricazione umana».