Al muro di Melilla la polizia spara e fa un’altra strage

Le forze dell’ordine marocchine reprimono armi in pugno l’ennesimo assalto ai recinti intorno all’enclave spagnola in terra africana: muoiono sei cittadini sub-sahariani. Si aggiungono agli altri cinque uccisi a Ceuta nei giorni scorsi. Madrid intanto annuncia rapidi rimpatri di cittadini terzi verso il paese vicino. In virtù di un accordo del `92 rimasto lettera morta

Hanno tentato un nuovo assalto e in sei sono rimasti sul terreno. La nuova tragedia dell’immigrazione è avvenuta al «muro» di Melilla, una delle due enclaves spagnole in terra africana. Sono partiti in cinquecento: solo uno di loro è riuscito a passare. Trenta sono rimati feriti. E sei sono morti. Una tragedia che porta a 14 il numero di immigrati che hanno perso la vita da agosto al confine tra Spagna e Marocco. I primi a diffondere la notizia sono stati i membri dell’Associazione marocchina dei diritti umani (Amdh), che hanno scoperto i sei cadaveri all’obitorio della città di Nador, il centro marocchino più vicino al confine con la città autonoma spagnola.

Secondo Rabat, i sei immigrati – tutti di sesso maschile – sono morti in circostanze diverse: uno per colpi di armi da fuoco, gli altri cinque perché travolti e calpestati dai compagni. Il governo marocchino ha invocato la legittima difesa: «Data la forza inusitata degli immigranti, presi dalla disperazione, la polizia marocchina ha difeso legittimamente i suoi posti di vigilanza di fronte alla recinzione e sei immigranti sono rimasti uccisi», ha segnalato il ministero degli interni all’agenzia France presse. Diversa la versione dell’Amdh: secondo l’associazione, le forze di sicurezza di Rabat hanno ricevuto tre giorni fa l’ordine tassativo di sparare contro gli immigrati in caso di nuovo assalto al recinto.

L’escalation di repressione da parte marocchina testimonia di una crescente militarizzazione della frontiera da entrambe le parti: testimoni oculari hanno confermato che gli immigrati protagonisti dei vari tentativi di passaggio di ieri – ce ne sono stati almeno due – sono stati seguiti con elicotteri da entrambi i lati della «valla» e da un numero imponente di forze di sicurezza. Per fronteggiare la «valanga» – come viene comunemente definito dai media spagnoli il tentativo disperato degli immigrati di saltare al di là del muro – si è fatto uso di diversi strumenti deterrenti: lacrimogeni, proiettili di gomma e, come extrema ratio, proiettili veri da parte marocchina.

Se i marocchini sparano, gli spagnoli non mostrano maggiore indulgenza: Madrid ha reiterato ieri la sua promessa di inviare l’esercito e ha annunciato che rispolvererà l’accordo siglato nel 1992, che prevede il rimpatrio verso il Marocco dei cittadini di paesi terzi transitati per il paese maghrebino. La vice-premier Maria Teresa Fernandez de la Vega, ieri in visita a Ceuta e Melilla, ha smentito le prime notizie, secondo cui le espulsioni sarebbero state immediate: parlando dei rimpatri, ha detto di non poter «dire quanti (immigrati ndr), né dove, né quando, né come» saranno espulsi. Ma subito dopo il ministro degli interni José Antonio Alonso ha a sua volta smentito la collega, affermando che 70 immigrati saranno «rimpatriati immediatamente» in Marocco, presumibilmente da Algeciras.

In questa situazione di estrema confusione, il premier José Luis Rodriguez Zapatero ha annunciato una prossima visita alle due città, anche se non ha specificato la data. Nel chiarire che l’appartenenza di Ceuta e Melilla alla Spagna «non è né sarà messa in discussione», lo stesso premier ha espresso la sua solidarietà verso il Marocco, che ha definito «anch’esso vittima della pressione migratoria». «Ogni giorno si esige dal Marocco che cooperi al massimo, ma la risposta non è facile, perché non stiamo affrontando un problema di ordine pubblico in senso stretto», ha sottolineato Zapatero in un incontro con il suo omologo marocchino Driss Jettou.

In mattinata, Fernandez de la Vega aveva incontrato alcune associazioni di Melilla, che le avevano fatto presente le proprie critiche rispetto a entrambe le decisioni prese negli ultimi giorni dall’esecutivo di Madrid: l’invio dell’esercito e l’applicazione dell’accordo.

Tale accordo, teoricamente in atto da tredici anni, ha avuto scarsissima applicazione, complici i pessimi rapporti tra Madrid e Rabat durante l’era Aznar (1996-2004): da quando è entrato in vigore, il Marocco ha accettato il rimpatrio di appena 106 sub-sahariani. Un numero irrisorio, soprattutto a fronte dei 25mila arrivi di sub-sahariani in territorio spagnolo solo negli ultimi due anni, via terra attraverso i recinti di Ceuta e Melilla o via mare sulla costa sud o alle isole Canarie.

Per ogni evenienza, la Spagna ha comunque annunciato che sta negoziando accordi bilaterali con il Mali e il Ghana per rimpatriare direttamente verso questi paesi gli immigrati da lì provenienti entrati clandestinamente a Ceuta e Melilla. E per sgravare in questo modo il Marocco di parte del «lavoro sporco» che Rabat è costretta a fare su mandato dell’Unione europea.