Al Jazeera nel mirino

Abbiamo chiesto un’indagine ufficiale su quanto dichiarato dal quotidiano inglese e ancora non abbiamo ricevuto risposta. Se la notizia fosse confermata non sarebbe in pericolo solo Al Jazeera ma la libertà d’espressione di qualsiasi media in ogni parte del mondo

Bombardare Al Jazeera? «Bush stava solo scherzando, non era una cosa seria», dice un funzionario del governo britannico per sdrammatizzare la notizia apparsa sul Daily Mirror due giorni fa, che ha fatto il giro del mondo e sollevato un polverone mediatico. E anche il direttore generale di Al Jazeera, Wadah Khanfar, ironizza, quando gli si fa notare che il presunto piano di bombardamento verrebbe dallo stato alleato militare del Qatar, il paese che finanzia Al Jazeera e che ospita la più grande base statunitense in territorio arabo. Ma subito ridiventa serio, perché «se questa notizia fosse confermata non sarebbe in pericolo soltanto Al Jazeera, ma la libertà d’espressione di qualsiasi media in qualsiasi parte del mondo», dice Khanfar da Roma, dove si trova insieme al capo dell’ufficio di Bruxelles, Imad Al Atrache. «Se la notizia fosse confermata – continua Khanfar – dovremmo leggere in un’ottica completamente diversa i passati bombardamenti `per errore’ degli americani ai nostri uffici di Kabul e Baghdad». Eppure la Casa Bianca tace. Anzi, fa sapere via Cnn che non intende commentare una cosa così «bizzarra»: che agli occhi degli alleati britannici non lo è poi così tanto, visto che Lord Goldsmith, procuratore generale britannico, ha intimato agli editori dei giornali del suo paese di non rivelare altri dettagli del memorandum di Downing Street finito sul Daily Mirror, pena «un’ingiunzione formale» – provvedimento che ha suscitato le proteste ufficiali non solo del giornale responsabile della fuga di notizie, ma anche del Times e del Guardian. Mentre i due alleati nella guerra all’Iraq non sembrano troppo d’accordo sull’ironia delle presunte dichiarazioni di Bush, la rete del Qatar fa sapere che avvierà un’indagine per fare luce sulle ipotesi di bombardamento. Probabilmente l’inchiesta – anche se Khanfar per adesso non conferma – sarà gestita da Yousri Fouda, uno dei giornalisti investigativi più ferrati della rete. Due anni fa, nel maggio del 2003, altre rivelazioni sempre del Daily Mirror a proposito di una presunta collusione del direttore generale di Al Jazeera, Mohammed Jassim Al Ali con i servizi segreti di Saddam Hussein, avevano portato alle sue dimissioni forzate. Come se Al Jazeera avesse a quel tempo «ascoltato» le richieste indirette che venivano, via stampa, dall’amministrazione Usa, che ora invece non si degna nemmeno di una risposta seria e ufficiale davanti a un fatto gravissimo. «Non vedo somiglianze fra le due situazioni» dice Khanfar, diventato direttore generale di Al Jazeera proprio nel 2003, dopo una breve reggenza di Adnan Al Sharif, altro veterano giornalista della rete. «Mohammed Jassim Al Ali è stato un direttore eccezionale per Al Jazeera, l’ha vista nascere e l’ha guidata per sette anni. Ma la sua partenza non è stata la conseguenza delle rivelazioni della stampa inglese, bensì una decisione del consiglio di amministrazione che corrispondeva a una volontà editoriale di rinnovamento del canale». «Qualsiasi rete televisiva deve rinnovarsi – continua Khanfar – e ad Al Jazeera c’era bisogno di più giornalismo sul campo, più inchieste, e anche di una ventata fresca per attrarre un pubblico più giovane». E infatti una nuova e giovane generazione è subentrata dentro Al Jazeera. Khanfar ne è sicuramente l’immagine perfetta: ha meno di quarant’anni, eppure una solida esperienza nel giornalismo, appunto, sul campo. Due lauree – di cui una in studi africani e mediorientali – una vita vissuta come corrispondente in Sudafrica, India, Afghanistan, per poi viaggiare, con Al Jazeera, nel Kurdistan iracheno, fino all’incarico come capo dell’ufficio di Baghdad, precedente alla sua nomina a direttore generale. «Ho avuto la fortuna di ricoprire ruoli diversi dentro Al Jazeera, e di avere quindi diverse prospettive sulla sua natura. Il filo conduttore in tutti i miei incarichi è la libertà di questa rete. Quando ero giornalista nessun capo ha mai alzato il telefono per darmi direttive politiche, e come responsabile dell’ufficio di Baghdad ho gestito tanti giornalisti a cui a mia volta ho insegnato a esprimersi liberamente. Da direttore generale il mio compito è garantire che questa eccezionalità di Al Jazeera, il suo spirito di indipendenza, venga sempre conservato». Al di là delle continue pressioni americane e di quelle saudite, meno pubblicizzate sulla stampa occidentale eppure minacciose per il futuro della rete.

Da anni il governo saudita, tramite i media e le agenzie pubblicitarie che controlla, ha giurato guerra alla rete che ha dato spazio alle opposizioni della casa reale. L’embargo pubblicitario ancora fa soffrire Al Jazeera, che non guadagna soldi ma continua a vivere sul prestito dell’emiro del Qatar. L’ostilità saudita alla tv si vede anche da tutto il personale che Al Arabiya (di proprietà del gruppo saudita Mbc) sta soffiando ad Al Jazeera, forse grazie ai petroldollari. «Non vogliamo soccombere a nessun regime, e non cederemo certo per soldi», dice Khanfar. «Non abbiamo paura della concorrenza sul mercato, sperando che di vera concorrenza si tratti e non di mercato drogato». «E comunque non esistono nemici di Al Jazeera, esistono nemici della libertà di espressione. La maggioranza della gente, anche fra gli americani, è con noi. La maggioranza degli arabi riconosce che Al Jazeera non è una tv, è un modo di pensare che ha fatto scuola per la sua indipendenza e che porterà i suoi frutti anche negli altri media arabi».

Intanto da Bruxelles partirà un nuovo spazio di approfondimento dedicato all’Unione Europea. Con protagonista il nostrano Frattini, in veste di vice presidente della Commissione europea, interrogato settimanalmente da diversi giornalisti di Doha sulle questioni dell’Ue. «Vogliamo informare il pubblico arabo sull’Unione Europea» dice Al Atrache, che parla un italiano perfetto e conosce bene il nostro paese (e anche per questo ha scelto Frattini). «È importante conoscere una realtà fatta di paesi che cinquant’anni fa erano in guerra fra loro e oggi costruiscono un mercato e delle istituzioni comuni», continua. Forse l’Europa può essere un interlocutore per il mondo arabo che ne porti le ragioni davanti agli Usa? «Sì, ma soprattutto è un esempio per i popoli arabi. Un esempio di paesi che si uniscono e cooperano..». È naturale chiedersi se dietro ci sia l’intenzione di indicare un modello verso l’unità degli arabi ma Al Atrache, prontamente, fa notare che «il nostro dovere è informare, poi è il pubblico che si farà un’opinione». Al di là di tutto, Al Jazeera resta sempre una televisione.