«Al carro del Partito democratico» Cremaschi critica la «cosa rossa»

Segretario nazionale Fiom, tessera di Rifondazione n. 30285, iscritto al circolo di Mirafiori. Giorgio Cremaschi, si vocifera in Cgil, ce lo ritroveremo segretario di un partito che nascerà dalla costola del Prc, Sinistra critica. Del resto, non ha forse una posizione
«ultraradicale»? Nessuno però gli ha chiesto se tali voci abbiano
fondamento. Cremaschi risponde con una risata: «Io segretario
di un partito scissionista? Cavolate». Il suo rapporto con la politi
ca, però, merita un approfondimento, dato che a un’analisi impietosa sul governo e sul nascente Partito democratico ne affianca un’altra non meno impietosa su quel che si muove a sinistra:
«Penso che la “cosa rossa” non abbia prospettive, salvo rifluire
nel Pd. Rifondazione è ormai una forza migliorista, punta alla riduzione del danno in un quadro assunto come immodificabile. Per parlare di pensioni, il Prc si batte per salvare qualche operaio usurato dentro un trend che sacrifica tutto alla filosofia del risanamento del debito».

Partiamo dal Partito democratico.

Il Pd è il punto costituente di questa stagione. Ha un progetto, che definirei di liberismo compassionevole. E’ una forza centrista che incontra difficoltà a farsi perché si rivolge a una parte della società già occupata da Berlusconi.
Il Pd è il farsi politica delle esternazioni dell’ultimo anno del Governatore della Banca d’Italia. Un liberismo europeo e non americano, potremmo dire, incentrato su una certa concertazione, sulle privatizzazioni – e il caso Finmeccanica è il più esemplare – e sul taglio delle pensioni che è una operazione politica, ideologica, non basata sui numeri, come ha detto Luciano Gallino sui manifesto.

Ma a sinistra c’è chi si oppone e tenta di mettere insieme le forze che non ci stanno.

E’ un percorso interessante, anche utile ma non è un progetto, è un assemblaggio di chi non vuol stare nel Pd. Se nasce, questo agglomerato nasce per sottrazione, e dice che governerà con il Pd.

Allora è vero, punti a un nuovo partitino duro è puro?
Balle. Così come non ha vita una forza nata per sottrazione non credo a una forza fatta dagli scontenti degli scontenti del Pd. Saremmo al secondo livello di scontentezza. Ha ragione Marco Revelli, non è così che può nàscere una forza politica alternativa. E, ripeto, non può nascere incorporata in un governo liberista. Non si contrasta un progetto migliorista con la fondazione dell’ennesimo partitino comunista.

Anche tu metti al centro il governo, sia pure in chiave rovesciata?

Ma il governo è il nodo centrale. Non a caso i principali riferimenti di Sinistra europea sono all’opposizione: Lafontaine non starebbe mai in un governo di Grosse Koalition.

Anche sul Prc, dai un giudizio molto severo: migliorista.

Mi sono avvicinato al Prc dentro un percorso sindacale, in anni ancora segnati dalla sconfitta dei 35 giorni alla Fiat che ha aperto la strada alla svolta liberista. Allora la sinistra sindacale aveva arginato la deriva moderata del sindacato e la sponda politica era Rifondazione. Con questo governo il Prc ha traslocato, non si identifica più con la sinistra sindacale ma con Epifani e quando se ne discosta viene bacchettato. La logica di Epifani e Bonanni da un lato e del Prc dall’altro non è molto diversa: bisogna migliorare, e qualunque cosa è migliore rispetto allo scalone di Maroni. Ma questi «miglioramenti» consolidano la politica berlusconiana, sia sulla legge 30 che sulle pensioni, su cui si accetta il principio della revisione, e del taglio, in nome del risanamento dei conti. L’accordo del 23 luglio ’93 era un po’ migliore di quello del 31 luglio ’92, si ristabiliva un minimo equilibrio perché «il sindacato aveva dato troppo». Siamo allo stesso punto. Si tratta di miglioramenti che consolidano una linea liberista. L’ipotesi del Prc, alla base dell’unità à sinistra e puramente emendativa.

E con la Cgil come le metti?

Credo nell’indipendenza totale della Cgil. Chi pensa al sindacato come a una lobby politico-sociale finisce per occuparsi più di Pallaro e Manzione che dell’organizzazione degli scioperi. Al gruppo dirigente Cgil, che con la mobilitazione sociale ha impedito a Berlusconi di cancellare l’ art. 18, rimprovero di non essere in grado di costringere il governo Prodi a rispettare il suo stesso programma. Ed è grave che il rapporto con i lavoratori è diventato una variabile. Siamo a un sindacato democratico per, e non con i lavoratori.

A un arretramento della sinistra e del sindacato, però, non si contrappongono i cento fiori del sociale. E’ in atto uno smottamento culturale tra gli stessi operai, che non puoi sottovalutare.

Il problema è come lo arresti. Il carattere carsico dei movimenti è figlio dell’assenza di sponde politiche, dentro un quadro di compatibilità che sono quelle del Pd. Se ci fossero lotte importanti in piedi il Prc non sarebbe al governo. E dove ci sono, come a Vicenza, si aprono le contraddizioni.

Ma l’assenza di una sinistra è un problema di democrazia…

Non servono i migliorismi, se si va avanti così, dentro il quadro delle compatibilità, tra un po’ non ci sarà più l’oggetto, cioè la sinistra che si dice radicale. O si modifica il quadro o si esce dal governo. Gravi i segnali vengono da Brescia, dove un’alleanza tra una Fiom legata a doppio filo al Prc e la destra Cgil ha normalizzato la Camera del lavoro. O la sinistra si colloca su un campo anticapitalista, d’alternativa e non d’alternanza, o non resta che il Pd.