Ahmed Chalabi All’origine c’è anche il faccendiere prediletto del Pentagono

Il presidente Bush, Tony Blair e gli altri leader dei governi alleati che hanno giustificato la guerra all’Iraq disseminando i media, spesso ancor più realisti e solleciti dei loro sponsor, di una teoria di menzogne forse senza precedenti, di fronte al crollo dei loro castelli di bugie si sono lanciati ora nel tentativo di gettare la colpa di tutto sul «fallimento» dei servizi segreti che avrebbero «sviato» il potere politico. Un’operazione che dovrebbe così permettere all’amministrazione Bush e in particolare al gruppo dei «neocons Likudnik», di disfarsi proprio di quei settori dei servizi e della stessa Cia che avevano avanzato dubbi sulle «bugie di distruzione di massa» inventate ad uso e consumo della politica della «distruzione creativa» dei paesi arabi e musulmani della regione. La «madre di tutte le menzogne» probabilmente fu l’accusa rivolta dal presidente Bush all’Iraq di aver cercato di comprare uranio in Niger. La tesi della Casa bianca si basava su un documento falsificato in modo così grossolano (persino il nome del ministro degli esteri nigeriano era sbagliato) che secondo gli esperti dell’Agenzia atomica internazionale per capirlo sarebbe bastata una semplice ricerca in internet. In queste operazione di disinformazione l’Amministrazione, ed in particolare il vice presidente Cheney e il Pentagono, si sono serviti a man bassa di presunte «fonti irachene», esponenti dell’opposizione più vicini agli Usa e ai necons. Primo tra tutti Ahmed Chalabi, l’uomo d’affari iracheno, condannato a 20 anni di lavori forzati in Giordania per bancarotta fraudolenta, che da Londra e Washington dirigeva il Congresso Nazionale Iracheno e che oggi è membro del nuovo Consiglio di governo provvisorio. Ahmed Chalabi, (di cui a Beirut si ricorda una sua presunta vicinanza agli uomini della Savak dello Shah negli anni settanta), secondo il quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth avrebbe avviato i suoi rapporti con i servizi israeliani circa 13 anni fa, in particolare con il generale Danny Rothschild, che poi l’avrebbero messo in contatto con vari «consiglieri» necons alla Casa bianca, al Pentagono e alla Cia. Non pochi però nei servizi americani e al Dipartimento di Stato hanno protestato con forza per il credito di cui godrebbe Chalabi, ma senza alcun effetto. Del resto sotto il profilo della «sicurezza» anche molti dei suoi sponsor non sembrano certo avere le carte molto in regola. Già nel 1970 Richard Perle, attualmente membro del Defence Policy Board del Pentagono, venne beccato dalla Fbi mentre discuteva con un funzionario dell’ambasciata israeliana a Washington delle informazioni «secretate» che gli erano giunte da un membro del National Security Council.

Non da meno i precedenti di Paul Wolfowitz. Il primo inquietante episodio risale al 1978 quando l’allora membro dell’Arms Control and Disarmament Agency (Acda) risultò aver fornito un documento segreto su una prevista vendita di armi Usa ad un governo arabo ad un funzionario del governo israeliano attraverso un esponente dell’Aipac la principale lobby israeliana a Washington. Richard Perle, Paul Wolfowitz e Douglas Feith (sottosegretario alla difesa per la pianificazione politica) hanno inoltre, a loro volta, sponsorizzato altri esponenti della loro corrente di pensiero dal passato, sotto il profilo della «sicurezza» piuttosto incerto. Esempio classico quello di Michael Leeden, assai noto nel nostro paese non tanto come attuale collaboratore di «Panorama», quanto come oggetto di diverse indagini da parte dei nostri servizi segreti. Michael Leeden, nonostante risultasse nei file della Cia come «agente israeliano non registrato» venne assunto nel 1981 da Paul Wolfowitz, allora al Dipartimento di stato, come «Consigliere speciale» e lo stesso avrebbe fatto nel 2001 Douglas Feith nell’ufficio del Pentagono per i «Piani speciali». «Piani speciali» ancora in corso.