Afghanistan: una guerra politica ormai persa da tempo

Non c’era bisogno di leggere i 91.731 documenti riservati del Pentagono messi on-line dal sito WikiLeaks per conoscere l’orrore della guerra in Afghanistan, per sapere dei crimini di guerra commessi e scoprire il doppio gioco del Pakistan – colluso con i talebani e alleato degli Usa. Ora, però, ci sono le prove nei documenti ufficiali americani. E non è un particolare di poco conto. Perché certifica ciò che tutti sapevamo.

Quei documenti, però, nel raccontarci la guerra con il linguaggio freddo della burocrazia dei dispacci segreti, dipingono una situazione insostenibile per le truppe della coalizione occupante. E ci restituiscono una verità che nessuno dei leader occidentali ha il coraggio di ammettere: la guerra in Afghanistan è ormai persa da tempo.

Gli Usa sono stati sconfitti militarmente perché dopo 9 anni non hanno ancora il controllo del territorio e non hanno distrutto Al Qaeda. Gli Usa sono stati sconfitti perché la democrazia non è stata esportata. Gli Usa sono stati sconfitti perché è fallito il piano imperialista dei neoconservatori di instaurare nel mondo la “pax americana”.

La situazione militare è disastrosa. Gli Usa non sanno cosa fare e stanno emergendo tutte le divisioni interne al comando militare statunitense. Prima il caso McChrystal, ora la pubblicazione dei documenti riservati (usciti, è ovvio, dall’interno del Pentagono). Nel mezzo l’annuncio farsa della cattura del Mullah Omar.

Un caos totale, che denuncia l’incapacità (o, meglio, la non volontà) dell’America di Obama di chiudere i conti con la politica estera di Bush. Il cambio di strategia di Obama lanciato nel 2009 aveva come unico obiettivo quello di far credere che in Afghanistan si stesse vincendo. Ecco perché la pubblicazione dei documenti riservati, rivelando il disastro della situazione afghana, assesta un colpo tanto duro al governo Usa, costringendolo a fare i conti sul serio con il disastro afghano.

In Italia di tutto ciò non si parla. Ci si ricorda dell’Afghanistan, purtroppo, solo in occasione delle tragiche morti dei soldati italiani. Nessuno che si domandi più, tra le forze politiche presenti in Parlamento, perché siamo andati lì e perché continuiamo a starci.

L’unico motivo della nostra presenza militare in Afghanistan è sempre stato quello di dimostrare fedeltà all’alleato americano. Solo una supina sudditanza agli Stati Uniti, molto bipartisan per altro. Tanto che dalle carte di WikiLeaks viene fuori la notizia che nel maggio del 2007 il governo Prodi stava trattando in segreto con gli Usa l’invio di ulteriori truppe italiane in Afghanistan a patto che l’operazione non diventasse di dominio pubblico.

E allora facciamo un passo indietro e torniamo alle origini della guerra in Afghanistan: gli attentati dell’11 settembre 2001.

Quella tragedia rappresentò la grande opportunità di realizzare il piano dei neoconservatori che costituivano l’asse portante dell’amministrazione Bush: fare del XXI secolo il “nuovo secolo americano”, attraverso la proiezione militare degli Usa ed una politica estera imperialista aggressiva ed unilaterale. Gli Usa, dopo l’era della guerra fredda, avevano bisogno di un nuovo grande nemico in nome della lotta al quale fosse giustificabile ogni azione politica e militare. Un nuovo nemico utile a giustificare la definitiva azione imperialista americana. Il terrorismo era il nemico perfetto: nessuno al mondo poteva schierarsi ufficialmente dalla sua parte ed, essendo difficile da eliminare, avrebbe garantito l’ipostazione di una nuova politica imperialista di lungo periodo.

Il giorno stesso degli attentati, quando ancora non era chiaro di fossero i responsabili, l’amministrazione Usa decideva di attaccare l’Afghanistan, per scatenare una rappresaglia e far vedere al mondo che la reazione americana sarebbe passata sopra tutto e tutti.

Una rappresaglia che avrebbe inaugurato il nuovo corso neoconservatore della dottrina Bush.

Ciò significava superare di slancio il diritto internazionale, ignorare le Nazioni Unite e, perfino, suonare la sveglia alla Nato. Il messaggio era chiaro: gli Usa avrebbero fatto da soli, in Afghanistan come nel resto del mondo. Chi ci stava ci stava.

La guerra all’Afghanistan, iniziata il 7 ottobre 2001, fu, dunque, il brutale ed illegale avvio del nuovo corso politico americano.

Una guerra che azzerava il diritto internazionale: primo e facilmente superabile ostacolo alla nuova dottrina lancia da Bush e dai neocons.

Non fu legittima difesa: fu una inutile rappresaglia.

Un’azione difensiva, infatti, può essere condotta solo in presenza di un attacco armato da parte di uno Stato ed è confinata al respingimento dell’attacco. Un attentato terroristico non è un atto di guerra da parte di uno Stato: occorre semmai provare che gli attentati siano compiuti su commissione di uno Stato per ritenerlo responsabile. Per certo sappiamo che non c’era un solo afghano nei gruppi delle Torri gemelle, né un solo afghano è stato mai trovato nelle cellule di Al Qaeda: c’erano sauditi, egiziani, giordani, tunisini, algerini, marocchini, yemeniti. Non afghani, né iracheni.

Gli americani avrebbero potuto promuovere azioni di contrasto ai gruppi di terroristi, catturarne i capi e smantellare le loro basi. Invece decisero di invadere un paese, e i capi di Al Qaeda girano ancora indisturbati. Tanto che negli anni successivi si moltiplicarono gli episodi di terrorismo anche in Europa. Lungi dallo smantellare le reti del terrorismo, le guerre di Bush hanno sortito l’effetto opposto. Si potrebbe parlare di eterogenesi dei fini, ma forse era proprio quello l’obiettivo dei neoconservatori: continuare ad avere un nemico, meglio se forte e temibile.

L’attacco all’Afghanistan fu una brutale rappresaglia, che è una forma di autotutela dichiarata illegale dalla Corte Internazionale di Giustizia nella sentenza del 27.6.1986 tra Nicaragua e Stati Uniti per il caso delle attività militari e paramilitari contro il Nicaragua (CIJ, Recueil, 1986, 88 ss., n. 187 ss.). Prima dell’11 settembre questo principio è sempre stato chiaro: chi ha reagito militarmente ad attentati terroristici è sempre stato condannato e sanzionato dalla comunità internazionale e dagli organismi preposti. Come nel caso dell’aggressione e occupazione israeliana ai danni del Libano nel 1982, giustificata per far cessare gli attacchi dell’OLP contro Israele, che all’epoca aveva in Libano il proprio quartier generale. L’Onu si espresse condannando duramente l’azione israeliana.

Le Nazioni Unite, poi, non hanno mai autorizzato un attacco all’Afghanistan. C’è da dire che, contrariamente a quanto si pensa comunemente, l’ONU non può autorizzare nessuna azione militare. Ma spiegare qui il perché ci porterebbe troppo lontano. Basterà dire che la prima risoluzione dell’ONU sull’Afghanistan arrivò ad aggressione militare americana già avvenuta, senza nemmeno pretendere di riconoscerla ex-post. La risoluzione 1386 del dicembre 2001, infatti, istituisce l’ISAF senza nulla dire riguardo a quanto avvenuto in Afghanistan nei mesi precedenti. Gli Usa, contrariamente ad altre volte e a differenza di quanto sarebbe poi successo per la guerra in Iraq, non chiesero niente all’ONU, che si trovò, a testimonianza della sua inutilità, di fronte al fatto compiuto. E così anche il secondo ostacolo al nuovo corso americano, rappresentato dall’ONU, fu superato senza alcuna difficoltà.

Chiarito al mondo che gli Usa se ne sarebbero fregati del diritto internazionale e delle Nazioni Unite, Bush si spinse oltre rendendo chiaro anche che ogni altra organizzazione internazionale aveva di fronte una semplice scelta: adeguarsi o scomparire. A cominciare dalla Nato. Il 12 settembre 2001 abbiamo davvero avuto la concreta possibilità di assistere allo scioglimento della Nato, non per volontà degli alleati europei, figurarsi, ma per volontà degli stessi americani, che ne avrebbero decretato la fine istantanea se il Consiglio della Nato non avesse attivato l’articolo 5 del trattato, come prontamente fece. Bush voleva dire agli alleati europei che era pronto a fare a meno anche di loro. Così il Segretario generale della NATO, Lord Robertson, affermò che gli attentati dell’11 settembre rendevano operativo l’art. 5, che prevede che un attacco armato contro uno degli alleati sia considerato come un attacco diretto contro tutte le parti, e di conseguenza l’esercizio del diritto di legittima difesa venga realizzato da tutti gli alleati per ristabilire e mantenere la sicurezza nella regione dell’Atlantico settentrionale.

Non è secondario che a far scattare l’articolo 5 non sia stato l’attacco di una nazione, ma di un soggetto privato, come tale irrilevante per il diritto internazionale, che si occupa degli atti degli soggetti internazionali. Inoltre la NATO veniva attivata per intervenire fuori dalla regione dell’Atlantico settentrionale, l’unica nella quale può invece intervenire.

Non solo, azioni di questo tipo, proprio perché non rientranti nell’articolo 5, vengono definite, secondo il “Nuovo concetto strategico” della NATO del 1999, “non article 5 operations”, configurando l’Alleanza come organizzazione attivabile anche al di fuori dell’ipotesi di legittima difesa. Tali radicali e sostanziali cambiamenti non sono mai stati sanciti con una modifica del trattato.

Malgrado la NATO avesse per la prima volta invocato l’articolo 5 del suo statuto, gli USA non hanno voluto che venisse coinvolta nella guerra. Gli americani lanciavano così il messaggio di poter fare a meno anche della Nato e che comunque questa doveva cambiare, considerandola inadeguata ed inefficiente. Solo successivamente, nel 2003, la Nato è entrata nelle vicende afghane assumendo il controllo delle missione ISAF.

Poi Bush si preoccupò della propaganda, dipingendo l’intervento come una nuova crociata del terzo millennio. Un aspetto largamente dibattuto dal National Secourity Council, infatti, fu quello di non dare pubblicamente l’impressione che l’obiettivo della guerra fosse limitato alla cattura di Osama Bin Laden, all’eliminazione di al-Qaida o all’abbattimento del regime dei talebani. Secondo i membri dell’amministrazione Bush individuare con precisione gli obiettivi della guerra sarebbe stato troppo rischioso, perché sarebbero stati difficili da conseguire. Saggia scelta: Bin Laden non è stato mai catturato, al-Qaida è ancora ben presente, anzi, per effetto della spirale guerra-terrorismo si è espansa in Iraq e in svariati paesi europei; i talebani, quelli che non sono stati bonariamente riammessi nei ranghi della nuova burocrazia a Kabul, sono ancora attivi nel sud del Paese. L’ISI, il potente servizio segreto pakistano, ha ripreso a proteggere i talebani, che hanno ristabilito le loro basi in Pakistan, da dove dirigono gli interventi in Afghanistan.

Sulla teoria della guerra per esportare la democrazia non vi è molto da dire, se non che è una pura follia. Tanto che il “sindaco di Kabul” Karzai, non controlla affatto il paese, è stato rieletto con elezioni farsa ed ha perfino cercato in modo grottesco un accordo con i talebani, da loro rifiutato.

Quella all’Afghanistan è stata dunque una “guerra politica”: il tentativo, fallito, di imporre al mondo il nuovo secolo americano teorizzato dai neoconservatori.

Ma di certo la presenza in Afghanistan offriva anche qualche ghiotta opportunità. Anzitutto geopolitica: l’Afghanistan confina da un lato con la Cina e dall’altro con l’Iran, una postazione niente male per piazzarci basi militari. Economica poi: l’Afghanistan è uno snodo centrale per il passaggio di gasdotti. Il Mullah Omar, negli anni ’90 aveva rifiutato di affidare la costruzione del mega gasdotto dal Turkmenistan al Pakistan all’americana Unocal. Dick Cheney e Condoleezza Rice avevano lavorato per la Unocal e dopo l’11 settembre poterono rifarsi, tanto che misero a capo del paese il loro amico Hamid Karzai, ex dirigente della Unocal.

Oggi tutti riconoscono che non c’è soluzione militare alla questione afghana. E Obama ha vinto le elezioni sotto il segno dello slogan “change”. Se volesse davvero cambiare con la politica imperialista di Bush dovrebbe adottare l’unica “exit-strategy” possibile: restituire la piena sovranità al popolo afghano, ritirare le truppe americane e smantellare le basi militari.

Gli Usa stanno cercando, invece, un’altra “exit-strategy”, ma non riescono a trovarla.

L’Italia, come un fedele cagnolino, aspetta le decisioni del padrone.

Noi diciamo con chiarezza: via dalla sporca guerra. Per ragioni etiche, certo. Perché non vogliamo più vedere il massacro dei civili e non vogliamo più che i giovani italiani, europei ed americani divengano carne da macello solo perché la carriera militare è l’unica opzione per uscire dalla disoccupazione e dal precariato.

Ma anche per ragioni politiche: noi vogliamo definitivamente chiudere la stagione neoconservatrice del nuovo imperialismo americano, per questo abbiamo chiesto ed ottenuto il ritiro dall’Iraq, per questo vogliamo andare via dall’Afghanistan.

La pace è anzitutto un’opzione politica, che si realizza mettendo fine all’imperialismo e costruendo un ordine mondiale giusto e democratico. Accanto al ripudio etico della guerra, quello riconosciuto dalla nostra Costituzione, deve esserci sempre la denuncia politica dei motivi della guerra. Noi non siamo né buoni, né anime belle. Siamo realisti e materialisti. E con queste categorie spieghiamo gli interessi della guerra e ne sanzioniamo eticamente l’orrore, la brutalità e l’inumanità.

Noi vogliamo un nuovo ordine mondiale fondato sulla pace, il disarmo e il rispetto del diritto internazionale: per questo chiediamo di uscire da una guerra che ha comportato morte e distruzione e che ha cancellato il diritto internazionale e quello dei popoli ed ha spazzato via ogni residua credibilità dell’Onu.

La Federazione della Sinistra dovrebbe farsi promotrice, insieme ai tanti movimenti per la pace italiani, di una grande mobilitazione in autunno per chiedere il ritiro dei militari dall’Afghanistan. Dobbiamo riuscire a spiegare al paese che non c’è e non c’è mai stato un solo buon motivo per restare. Che bisogna essere sempre contro tutte le guerre, che abbiamo bisogno di rilanciare una grande campagna per il disarmo, che dobbiamo uscire dalla Nato e che dobbiamo denunciare ogni forma di imperialismo.

Proponiamo di ripartire dalla questione afghana, quella che ci ha fatto più male, quella su cui la sinistra italiana ha commesso gli errori più gravi. Dobbiamo avere la determinazione politica di far vedere che si è cambiata pagina. Che la sinistra politica e quella sociale sono per la ripresa delle mobilitazioni per la pace per dire con chiarezza: via l’Italia dall’Afghanistan!

Noi, da comunisti, faremo fino in fondo la nostra parte.