«Afghanistan, un intervento peggiore dell’Iraq»

«Nei nostri ospedali curiamo tutti, questo è certo: non abbiamo mai chiesto a nessuno come la pensa, chi è, cosa vota, che cosa ha fatto nella sua vita. E di questo siamo orgogliosi. D’altronde ci ispiriamo, semplicemente, alla Dichiarazione universale dei diritti umani e alla deontologia medica». Gino Strada, fondatore di Emergency, è tra lo stupito e l’arrabbiato per l’intervento su Repubblica di Guido Rampoldi, che riapre (semmai si fosse chiuso) l’annoso dibattito su bellicismo e pacifismo. Peggio gli «effetti collaterali» delle «bombe umanitarie» o l’«umanitarismo disarmato», che «ha orrore della contraddittorietà del reale»? Esercitandosi sul tema, Rampoldi tira fuori il caso dell’ospedale di Emergency a Kabul: «Aprire un centro sanitario che rimette in sesto i combattenti d’un regime spaventoso – scrive il giornalista di Repubblica – a noi non pare un grande affare per la pace e per l’umanità».
Mai avuto problemi a «rimettere in sesto» i difensori di un regime?
I nostri ospedali sono ospedali per vittime di guerra. Crediamo fermamente nella Dichiarazione universale dei diritti umani, che riguarda tutti, a prescindere da come la pensano e da cosa hanno fatto. Anche il peggior terrorista. Certo, sì, abbiamo curato tutti, senza distinzioni. Mi inorridisce sentire parlare di nuovo di pallottole o bombe umanitarie. C’è una logica terrificante dietro quello che scrive Rampoldi, che non soltanto va contro i principi di Emergency – sarebbe poca cosa – ma contro ogni deontologia medica e contro qualsiasi diritto umanitario internazionale. E’ la logica del fai-da-te, del cow boy, la logica della barbarie.
Aldilà del dibattito teorico sul pacifismo, è vero che le organizzazioni umanitarie stanno subendo una progressiva «militarizzazione». E per questo vi viene chiesto, neanche troppo sottilmente, di schierarvi. Emergency avverte queste pressioni?
Non so se dietro l’intervento ci fosse anche questa questione. Sicuramente Emergency conosce questo problema ma non sente particolarmente le pressioni che ne derivano. Ci siamo sempre rifiutati di prendere posizione, di schierarci con i contendenti in campo. Non è questo il nostro mestiere e il senso della nostra presenza in quei territori.
Insomma, la guerra è sempre ingiusta. Non è un po’ poco dire questo, dopo l’11 settembre?
Io penso che abbia un grandissimo senso dal punto di vista etico il rifiuto della violenza. E per noi italiani si pone seriamente anche il rispetto della Costituzione e dell’articolo 11 che ripudia la guerra come strumento. Ciò significa che toglie alla classe politica qualsiasi facoltà di discutere se questa o quella guerra è consigliabile, carina, o giusta ecc.. E lo dice talmente forte che sacrifica la sovranità nazionale per garantire un ordinamento sovranazionale di pace. E’ il consiglio di sicurezza dell’Onu l’unico organismo che può decidere di intervenire con la forza.
Appunto per questo l’intervento militare italiano in Afghanistan è diverso da quello in Iraq.
Infatti, è peggio. Mi permetto di ricordare che l’intervento in Afghanistan inizia il 7 ottobre 2001, portato avanti dall’aviazione di un paese senza nessun coinvolgimento, neanche tentato, delle Nazioni unite. Il 12 settembre, una risoluzione dell’Onu assicurava che il Consiglio di sicurezza si sarebbe impegnato a assicurare alla giustizia gli attentatori e i mandanti degli attacchi terroristici, di tutti gli atti di terrorismo, secondo la Carta delle Nazioni unite. Venticinque giorni dopo un paese decide di bombardare un altro paese con un atto che è stato di terrorismo internazionale, esattamente come è stato quello al World Center.
Ma noi siamo in Afghanistan sotto l’egida dell’Onu.
Gli interventi di tamponamento ex post non sanano la situazione di illegalità che, ripeto, è particolarmente grave per gli italiani.
Dunque via subito. Ma Rampoldi si fa portavoce di chi dice che lasceremmo un «tutti contro tutti».
Invece adesso sono canti e danze. Dire che se ce ne andiamo scoppia una guerra civile o il caos è veramente una meschinità. Mi sembra che ci siano da più parti affermazioni in cui si dice che i Talebani oggi controllano i due terzi del paese. Gli stessi comandanti americani riconoscono che il governo di Karzai non controlla il paese. Mi sembra che sia la realtà a smentire certe affermazioni.
Nel vostro ospedale state curando i feriti della rivolta contro gli americani di tre giorni fa. Com’è la situazione?
Sono 71 i feriti ricoverati , tutti colpiti da proiettili e tutti civili. La situazione è molto tesa, in Afghanistan c’è la guerra: non è mai finita. C’è stato un coprifuoco mediatico, che ora si è attenuato. Forse anche perché sono morti degli italiani.