Afghanistan, le mie ragioni

Il senatore dei Verdi si stupisce se gli chiedono le motivazioni del
dissenso. La sua posizione – dice – è in linea con la volontà degli
italiani. Dà appuntamento in Via dei Frentani

Quando mi si chiede quali siano le ragioni del mio dissenso circa il
rifinanziamento della missione militare in Afghanistan rimango
francamente un po’ perplesso. Nel corso di tutta la precedente
legislatura, quella che viene definita “sinistra radicale” ha sempre
chiaramente manifestato la propria opposizione alla presenza di truppe
italiane a Kabul e questa opposizione si è tradotta puntualmente in un
voto. Ovviamente contrario. Quando, nella nuova legislatura, si è
riproposta la questione del rifinanziamento, ho preso atto che le
caratteristiche della missione erano sostanzialmente identiche a quelle
definite dal governo Berlusconi, con in più un aggravante decisiva: la
situazione in Afghanistan è in questi ultimi mesi precipitata, il
governo di Karzai è ampiamente delegittimato, in vaste zone del paese lo
scontro con le milizie talebane ha assunto ormai i connotati di un
conflitto aperto. Ciò è talmente vero che la Nato ha esplicitamente
richiesto all’Italia di aumentare in misura considerevole il proprio
contingente, dotandolo di aerei Amx, elicotteri, predator e truppe
speciali. In parole povere, ma inequivocabili, ha chiesto all’Italia di
entrare in guerra.

Di fronte a una simile situazione, mi è sembrato coerente, oltre che
doveroso, dichiarare la mia assoluta contrarietà ad avallare il
coinvolgimento del mio paese in un’operazione bellica, resa ancora più
odiosa dal tentativo del governo di farla passare per missione
umanitaria. Come ho avuto modo più volte di affermare in queste
settimane, questo camuffamento, che ricorda tanto da vicino quello messo
in atto per le “guerre umanitarie” nei Balcani, è intollerabile e si
configura come una vera e propria truffa ai danni dei tantissimi
elettori che hanno sostenuto l’Unione nella speranza che imprimesse
un’inversione di rotta in materia di politica estera.

Del resto, durante la mia campagna elettorale in Sardegna, nel corso
delle tante assemblee a cui ho preso parte, la richiesta del ripudio
della guerra è stata esplicita e ciò costituisce per me il vincolo più
forte che grava sul mandato che ho ricevuto. Ho pertanto deciso di
esprimere apertamente il mio dissenso, chiedendo che l’esecutivo si
mostrasse disponibile a riconsiderare non solo la natura della missione
ma, soprattutto, a segnare una discontinuità concreta con le politiche
del governo delle destre. Ho fatto questa richiesta alla luce del sole,
fiducioso che fosse possibile aprire nella maggioranza un dibattito di
ampio respiro sul tema della guerra e arrivare quantomeno a definire una
strategia di uscita dall’Afghanistan. Purtroppo, ho riscontrato invece
una sconfortante indisponibilità, da parte del governo, ad aprire un
tavolo di discussione su questi temi, aggravata dalle continue sortite
di alcuni suoi esponenti finalizzate ad accentuare il carattere bellico
della missione, in ottemperanza ai diktat della Nato. È ovvio che su
queste basi è difficile arrivare a una ricomposizione del dissenso che,
da parte mia, rimane auspicabile e necessaria a patto, però, che dia
luogo a mutamenti reali di indirizzo.

È vero che la posizione assunta da me e da altri colleghi ha suscitato
qualche “problema di comunicazione” con i rispettivi partiti ma, per
quanto mi riguarda, ciò non incrina minimamente il mio senso di
appartenenza ai Verdi, verso i quali non nutro alcun tipo di ostilità.
Ritengo anzi che il mio partito abbia espresso posizioni avanzate in
seno all’Unione sulla questione dell’Afghanistan e che esse
costituiscano un buon punto di partenza per aprire una discussione seria
all’interno della maggioranza. Del resto, ho partecipato a parte della
riunione dalla quale è scaturito il documento approvato dall’esecutivo e
non ho potuto prendervi parte oltre solo perché impegnato in lavori di
commissione. Detto questo, però, rimango convinto che occorra fare di
più e che la pressione esercitata nei confronti del governo debba
tradursi nell’adozione da parte sua di alcuni provvedimenti concreti:
una cospicua riduzione delle truppe di stanza a Kabul, la definizione di
una strategia di uscita dall’Afghanistan, niente aumento dei
finanziamenti a Enduring Freedom. Su queste basi c’è la possibilità, da
qui al voto del 25, di ricomporre il dissenso e mi auguro sinceramente
che ciò accada. Il governo deve però dare dei segnali chiari d’ascolto
e, a tal fine, un incontro con il presidente del consiglio sarebbe la
soluzione migliore.

Detto questo, vorrei comunque ricordare che la partita non si gioca tra
otto senatori e il resto della maggioranza. Noi abbiamo semplicemente
rappresentato il rifiuto per la guerra – comunque essa sia presentata –
che la grande maggioranza degli italiani in numerosissime occasioni ha
espresso. Esiste una società civile che pensa, si mobilita e si
organizza al di là dei partiti e che merita rispetto e considerazione. È
necessario interloquire con essa, ascoltare la sua voce, e per questo
considero di particolare importanza l’assemblea autoconvocata per il 15
luglio al centro congressi di via dei Frentani a Roma, alla quale hanno
assicurato la loro partecipazione moltissime individualità e realtà del
mondo della politica, dei movimenti, della cultura e dell’arte. Sarà una
prima occasione per verificare il livello di condivisione della nostra
scelta di dissenso e per ricevere indicazioni preziose su come andare
avanti.

*senatore dei Verdi