Afghanistan, i servizi alzano il livello d’allarme

L’espansione al sud dell’Afghanistan della missione Isaf della Nato rappresenta un ulteriore passo di un progetto ambizioso: riportare sotto la sovranità del governo di Hamid Karzai – attraverso la presenza di militari stranieri e, parallelamente, dei Gruppi di ricostruzione provinciali (Prt) – aree del paese incontrollabili da parte del potere centrale. Un progetto difficile sia perché assegna all’alleanza atlantica – creata nel dopoguerra per fronteggiare il «pericolo comunista» – un compito di nation building (favorire il rafforzamento di stati deboli), sia perché il teatro operativo dell’Isaf è estremamente ostile, fatto di deserti e montagne quasi inaccessibili dove vivono popolazioni pashtun che hanno sempre combattuto l’intervento straniero sulle loro terre. Sia a sud che ad est l’Isaf dovrà gradualmente sostituire il contingente Enduring freedom, oltre 20.000 soldati Usa che danno la caccia a taleban e combattenti di Al Qaeda.
Dopo la prima espansione, iniziata poche settimane fa dal sud (nelle province di Day Kundi, Helmand, Kandahar, Nimroz, Uruzgan and Zabul) con il comando delle operazioni assunto dal contingente britannico, toccherà in seguito alle aree dell’est del paese. Due scenari diversi: nel meridione «gli stranieri» già affrontano una coalizione di produttori di oppio, ex signori della guerra e taliban, a oriente dovranno vedersela con i seguaci del mullah Omar e i combattenti di al Qaeda, entrambi attualmente contrastati dal contingente militare statunitense spedito in Afghanistan nell’ambito della missione Enduring freedom, all’indomani degli attentati dell’11 settembre 2001 a New York e Washington. Nel sud i britannici hanno preso in consegna la provincia di Helmand, un’area desertica e di piantagioni di papavero che le assicurano il primato della produzione nel paese da dove proviene l’80% dell’eroina consumata sul pianeta. I militari britannici sono 4.800. I comandi assicurano che «il morale tra le truppe è alto», ma la stampa britannica riferisce dell’ostilità della popolazione locale verso quelli che considera «invasori». Domenica è stato ucciso un royal marine, dieci negli ultimi due mesi.
Ben diverso il teatro nel quale opera il contingente italiano, tra la capitale Kabul e la città di Herat. Secondo i dati forniti dal ministero della difesa «è autorizzata la partecipazione di 1.938 militari italiani». Kabul è in teoria una città «tranquilla», quella dove più forte è l’autorità del governo centrale. Negli ultimi mesi però gli attacchi della guerriglia si sono fatti sentire anche nella capitale, con la tattica degli attentati suicidi, nuova per l’Afghanistan. Proprio in previsione di attentati di questo tipo, i servizi segreti italiani ieri hanno lanciato un allarme, definendo «significativo» il rischio per i militari presenti a Kabul ed Herat. Il rapporto dei servizi parla di «possibile intensificazione dell’attività terroristica nei confronti di personale ed interessi della Coalizione internazionale e di Isaf, con conseguente maggiore esposizione anche del contingente italiano». Il rapporto parla di recrudescenza dell’attività della guerriglia proprio in concomitanza con l’espansione a sud di Isaf. L’intelligence italiana parla anche di intensificazione dell’attività destabilizzante nelle aree in cui la presenza di cellule terroristiche era in precedenza considerata di basso livello. L’azione suicida e l’impiego di ordigni improvvisati attivati a distanza indicano – secondo i servizi – «la progressiva irachizzazione del teatro afgano». A Kabul, la minaccia di attentati suicidi contro ambasciate straniere, rappresentanze estere, check point ed istituzioni governative è valutato «significativo» così come il rischio di rapimento di cittadini stranieri anche se, nelle ultime settimane, è stato rilevato un miglior coordinamento della attività di contrasto.