Afghanistan, giallo sulla fiducia

Dietro lo scontro con i nove senatori «dissidenti» sulla missione in Afghanistan, da ieri, si staglia sempre più chiaramente l’ombra del «centro»che avanza. In mattinata sembrava tutto in ordine: Rifondazione comunista aveva assicurato che, se il governo avesse posto la fiducia sul provvedimento avrebbero senza dubbio votato «sì». Persino il più ribelle dei senatori di Rifondazione, Gigi Malabarba, aveva lasciato intendere che non ci sarebbero stati problemi. E altrettanto aveva lasciato capire il verde Mauro Bulgarelli. Insomma, la palla passava direttamente al gran timoniere della trattativa, il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Vannino Chiti, che sabato aveva ricevuto il mandato per verificare le condizioni di riuscita dell’operazione. Eppure ieri, dopo ore di trattativa, non s’è cavato il classico ragno dal buco. A serata inoltrata nessuna posizione era stata presa: non sappiamo ancora se, sul decreto, la fiducia sarà posta oppure no.
Eppure, dice Chiti, «i senatori hanno dimostrato una particolare sensibilità». Bene. E allora? «Allora – prosegue Chiti – esiste un problema di pluralità di posizioni», Traduzione: sulle modalità della fiducia non c’è stata alcuna intesa. E questo è un primo punto controverso. Ed il secondo: non sappiamo se quest’intesa, il governo, la voglia fino in fondo. Perché le pressioni su Chiti, affinché la fiducia sul provvedimento non sia proprio posta, sono state numerose. A partire dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, per arrivare al presidente del senato, Franco Marini, che hanno lamentato un eccessivo uso dello strumento. I pulpiti sono alti, quindi le parole son pesanti. Ma sono gli unici, nella maggioranza, a premere per evitare il ricorso alla fiducia: possiamo aggiungere il ministro Clemente Mastella e anche il socialista Boselli.
Tornando al primo punto, «quello della pluralità di posizioni», le opzioni in campo sono le seguenti. Una parte dei senatori, quelli legati A Rifondazione, assicurano di votare il ddl a patto che la fiducia venga posta sia sull’articolo 2, quello relativo alla missione in Afghanistan, sia sull’intero provvedimento. Insomma: due «fiducie» in un botta sola. Altri ne chiedono addirittura tre. Infine, la terza opzione in campo, quella più «governativa»: nessuna fiducia. A quanto pare non potremo sapere nulla di più prima di domani se non, addirittura, a poche ore dal voto in senato. E senza fiducia in campo la questione diventa «scottante»: in senato, la maggioranza, ha uno scarto da brivido. Se non conteggiamo i senatori a vita, escludendo Marini che per prassi non può votare, il centrosinistra ha un solo voto di vantaggio. Includendo invece i senatori a vita, la situazione cambia, ma non può dirsi rassicurante. Cossiga, giusto per fare un esempio, ha già detto che voterà »no». E allora: perché non mediare fino in fondo, magari già da ieri, sul mettere la fiducia. Una delle motivazioni, senza dubbio, proviene dalle pressioni di Napolitano Marini, Zanda, Mastella e Boselli. Ma forse, dietro queste pressioni, o almeno parte di esse, c’è un disegno ben preciso. E a rivelarlo, senza mezzi termini, è proprio Giovanni Russo Spena, capogruppo al senato di Rifondazione comunista: «Tutto questo, è inutile nasconderlo, nasconde il tentativo di un cambio di maggioranza con l’emarginazione della sinistra radicale».
Un esempio: Marco Follini, che con le sue «terre di mezzo» ha già segnato le distanze dall’Udì, ha fatto sapere che voterà « sì» al provvedimento. Anche se la maggioranza ponesse la fiducia. Ma forse Follini è soltanto una carta in mezzo al mazzo.
«Follini e i suoi – continua Russo Spena – possono contare su ben pochi senatori. Non possono certo compensare i nostri. No: qui, dietro la questione del voto sull’Afghanistan c’è molto di più. C’è in gioco il progetto di una grande coalizione. Ecco perché dico ai nostri senatori dissidenti: non dobbiamo offrire il fianco a un’operazione del genere». E infatti va ripetendo come un mandra: «I nostri senatori appoggeranno il governo. Su questo non c’è dubbio». Lo conferma anche Vannoni Chiti: «Non esiste un problema di tenuta di maggioranza: individueremo come tenere è possibile tenere insieme la legittimità del dissenso su un aspetto, che si registra spesso in tutte le forze progressiste, e la necessità di farsi carico della tenuta complessiva del centrosinistra». Per ora. Forse.