Afghanistan, democrazia alla prova

Domani si vota per le elezioni legislative e provinciali in un clima di paura. Minacce dei talebani contro chi andrà alle urne

Elezioni il mese prossimo in Iraq, elezioni domani in Afghanistan, dove 12 milioni di elettori sono chiamati a votare per l’assemblea nazionale e per i consigli provinciali. Elezioni in entrambi i casi fortemente voluti dall’amministrazione Bush che ne ha bisogno per dare un minimo di credibilità alla sua pretesa di “esportare la democrazia” con la forza delle armi e di ridisegnare su queste basi la mappa geopolitica del Medio oriente. L’elemento fondamentale di parallelismo fra i due processi elettorali iracheno e afghano risiede nel fatto che in entrambi i casi si tratta di elezioni in realtà non libere, non democratiche, perché si svolgono sotto occupazione militare straniera e dunque con esiti sostanzialmente predeterminati, comunque in linea con la volontà e gli interessi delle forze occupanti. Le elezioni di gennaio in Iraq erano intese a consegnare il potere agli “amici” dell’America e a isolare la resistenza, cercando di gettarla nelle braccia del terrorismo, e tutti vediamo quotidianamente come è andata; le elezioni dell’anno scorso in Afghanistan non avevano lo scopo di eleggere un presidente della Repubblica ma di eleggere presidente Hamid Karzai, l’uomo scelto dagli Stati Uniti per gestire il Paese in coerenza con i loro obiettivi strategici nella regione; le elezioni di domani (come il referendum di ottobre in Iraq) puntano a dare al nuovo regime una apparenza di normalità e di stabilità, nascondendo il fatto che Karzai in realtà esercita finora soltanto poco più dei poteri di sindaco di Kabul, anzi di Kabul centro, e lo fa grazie alla protezione delle forze Usa e Nato. Un’altra analogia fra le elezioni nei due Paesi sta nel clima di tensione e di violenza, certamente assai più tragico e dirompente in Iraq ma reale anche in Afghanistan con sette candidati uccisi e molti altri (soprattutto donne) minacciati, con i talebani all’offensiva nel sud e nel sud est e con il voto comunque condizionato nelle provincie dal potere, anzi dall’arbitrio dei “signori della guerra”.
Ma ci sono naturalmente fra i due processi anche delle differenze, la principale delle quali sta nel fatto che il voto in Afghanistan è in un certo senso, e malgrado tutto, più “vero” e più “innovativo” almeno per quel che riguarda la partecipazione degli elettori. Non sto dicendo con questo che lì Bush sta portando davvero, o cominciando a portare, la democrazia perché questo non è vero; ma esistono dei dati di fatto che vanno al di là della volontà dei singoli, per quanto potenti. E il primo fatto è che in Afghanistan le ultime elezioni degne di questo nome risalgono a quasi trent’anni fa, a quelle del 1977 sotto il regime del generale Daud, mentre in Iraq si è sempre votato e con una certa frequenza, anche se sotto Saddam si trattava di voti “pilotati” che comunque vedevano la gente (donne comprese) andare ai seggi e deporre le schede nell’urna: un gesto ed un rito che nessun afghano con meno di 45 o 50 anni (cioè la maggioranza della popolazione) ha mai compiuto fino all’ottobre scorso; e si sa che certi gesti e certi riti, a prescindere dai contenuti effettivi, hanno comunque una loro valenza. Nel caso specifico possono dare agli afghani un primo assaggio di quello che può significare in prospettiva, la partecipazione democratica. E soprattutto è la prima volta in assoluto che si vota a suffragio universale, cioè che il voto viene steso alle donne, sepolte al tempo dei talebani – ma anche prima con i “mujaheddin” amici dell’America – sotto l’obbligo del burqa e che solo con il regime del partito democratico popolare e, va riconosciuto prima ancora con re Zahir e con il generale Daud avevano conosciuto un timido inizio di ingresso nella vita civile.

Elezione dunque dalle diverse sfaccettature e con varie contraddizioni che varrà comunque la pena seguire con attenzione se non altro per valutare il reale stato delle cose e le possibili prospettive. Veniamo ora ai dati concreti del voto, dai quali tuttavia emergono soprattutto i limiti e gli aspetti negativi, o per lo meno problematici. Anzitutto il numero dei votanti: si sono iscritti alle liste elettorali (secondo il sistema americano) o hanno potuto iscriversi solo 12 milioni di elettori, e il risultato – anche prendendolo comunque per buono – sarà dunque espressione di una minoranza, sia pura consistente del corpo elettorale potenziale. Poi le candidature: sono state ammesse solo candidature individuali “indipendenti” con esclusione di quelle “di partito”; la conseguenza è che sono chiaramente avvantaggiati i candidati dotati di più mezzi e quelli sostenuti o favoriti dai partiti (che comunque ci sono che sono stati attivi nella campagna elettorale), dai gruppi di pressione e dai “signori della guerra” con le loro milizie; fra loro ci sono anche alcuni esponenti talebani ai quali karzai ha consentito, con una decisione in verità discussa, i “redimersi” e riciclarsi, ma della cui “conversione” democratica sono in molti a non fidarsi. Quanto al movimento “ufficiale” (clandestino) dei talebani, ha promesso morte a chiunque si recherà a votare e ha già ucciso sette candidati. Elemento di novità le candidature femminili, che sono il 10% del totale ma dovrebbero far eleggere un 25% di donne; la loro campagna elettorale è stata difficile, soprattutto in provincia, e anche nella stessa Kabul benché vigilata a tappeto i loro manifesti sono stati spesso imbrattati e strappati e alcune di loro hanno subito pesanti minacce. Il tutto in un Paese che conta il 60% di analfabeti e la cui economia si regge soprattutto sulla corruzione (che ha assorbito il grosso degli aiuti internazionali) e sul traffico di droga, tanto da aver fatto dire a qualche osservatore che l’Afghanistan rischia di diventare un “narco-Stato”. Sul voto vigileranno comunque i circa 40mila militari delle forze Usa e Nato e 200 osservatori stranieri, prevalentemente dell’Unione Europea; ma ancora una volta il loro ruolo sarà effettivo ed efficace soprattutto a Kabul, fuori della capitale sarà tutta un’altra storia.