Affanni di guerra

Sarà vero o no? Sta di fatto che mentre il centrosinistra che vuole governare l’Italia si strappa le vesti sulla necessità di concordare il ritiro delle truppe dalla guerra in Iraq, caricandosi della non nuova responsabilità nazionale, il dilemma all’improvviso appare «risolto». Ma dal governo di centrodestra. Certo appare, perché le elezioni si fanno più vicine, ma nonostante questo il vuoto a sinistra sembra un deserto. Così il governo Berlusconi annuncia il ritiro a fine 2006 e, non contento, Martino ci aggiunge un accordo Usa-Italia per il ritiro dei sommergibili e della base dalla Maddalena.

E’ in affanno il governo e «svende» le basi militari Usa – come e quando non è chiaro. I sondaggi dicono al premier che gli italiani restano contrari alla guerra in Iraq e alla nostra partecipazione a quell’avventura. Pesa poi quel che accade negli Stati uniti dove, anche dopo l’ultimo voto del Congresso, la popolarità di Bush crolla su questo ogni giorno di più. Allora vale la pena raccontare la fandonia d’essere stati «non favorevoli alla guerra». Mentre il ritiro dall’Iraq resta il nodo irrisolto della politica internazionale perché irrisolta è la questione di una guerra ingiusta che ha devastato il territorio iracheno, le Nazioni unite, mettendo in un vicolo cieco la crisi in Medio Oriente. «Entro il 2006» promette il premier: ancora per un anno i «nostri» faranno da bersaglio a Nassiriya. Fino all’ultimo escamotage che viene proposto, cioè l’attesa salvifica delle nuove elezioni poltiche di dicembre a Baghdad, verso la completa irachizzazione del conflitto.

Ma s’impantana anche l’Unione. Come dimenticare che sulla chiusura della base della Maddalena timidamente, cinque anni fa, anche settori dei Ds concordavano per poi abbandonare ogni volontà. Come dimenticare gli ultimi silenzi assensi «responsabili» proprio sull’Iraq. «Prodi, Rutelli, Fassino e D’Alema mi hanno assicurato che, se vinceranno le elezioni, il ritiro sarà graduale, programmato e concordato con il governo iracheno», ha detto il «presidente» Talabani nella sua recente visita a Roma. A nome di chi parlava non è chiaro, visto che solo il 6% degli iracheni secondo i sondaggi della stessa coalizione dei volenterosi, appoggia le forze d’occupazione.

Dentro la palude, il centrosinistra isola la questione del ritiro dall’Iraq da quella più generale dei rapporti tra Italia e Stati uniti che nel programma «Per far ripartire l’Italia» di Romano Prodi restano «privilegiati e paritetici». Paritetici? Eppure basta guardare la disseminazione di basi statunitensi in Italia, già interne alla catena di comando del Pentagono e quindi sottratte a tutti i meccanismi decisionali italiani. E’ a Washington che decidono, non a Roma. Per elaborare un programma di politica estera realmente alternativo a quello del governo di centrodestra, il centrosinistra non può limitarsi a promettere il ritiro delle truppe dall’Iraq, tra l’altro con modalità tali da rimandarlo all’infinito aspettando luce verde da Washington, esattamente come fa in questi giorni Berlusconi.

Il fatto è che nessuno s’interroga sul ritiro più profondo e necessario: quello dalla guerra.

E invece il centrosinistra non perde occasione per confermare la presenza di truppe italiane in Afghanistan come se quella non fosse una guerra ma un conflitto dalla «natura diversa» – per via del primato dell’oppio? E non perde occasione per rivendicare la sua di guerra, quella «buona» che ha chiamato «umanitaria», contro l’ex Jugoslavia senza interrogarsi sul disastro che in questi sei anni ne è seguito fino all’attuale caos e impasse. Che alternativa sarà, come «ripartirà l’Italia sul serio» senza interrogarsi ora sulla presenza militare Usa in Italia, sul nuovo ruolo aggressivo a est della Nato e sul nuovo modello di difesa? In una parola senza chiedersi se è giusto che l’Italia resti nel solco delle guerre americane o scelga fino in fondo la pace inscritta nel proprio dna costituzionale? In una parola: se Prodi resta la nostra risposta a Berlusconi, sulla guerra la domanda qual è?