Adolescenti sentimentali, non vogliono più cambiare il mondo

Libri per l’infanzia? Letteratura bassa, di secondo ordine, si dirà. Il pregiudizio è tanto efficace che l’interesse per questa narrativa è circoscritto agli specialisti: agli insegnanti, agli editori in cerca di best seller alla Harry Potter. Solo dopo arrivano i genitori e, se tutto va bene, i bambini. La Fiera del libro per ragazzi di Bologna, arrivata oggi al penultimo giorno, ha tutti i numeri di una grande rassegna internazionale, milleduecento espositori – di cui 1100 provenienti da 63 paesi – c’è persino l’Iran che ha un ministero per l’infanzia. Ma è ancora un mondo per specialisti. Bene per gli editori italiani che hanno la possibilità di incontrare i colleghi stranieri e pescare qualche autore di provato successo oltre confine da tradurre anche qui da noi. Bene per gli insegnanti che possono spaziare su tutta l’editoria scolastica. Ma di genitori e bambini, tutto sommato, se ne vedono pochi. Scarseggiano le tavole rotonde, gli incontri tra autori e pubblico, si riflette poco su quanto sia importante la narrativa d’infanzia nella formazione degli individui e per la cultura delle generazioni future. Il rischio è che a farla da padrone siano le tendenze di mercato, i modelli patinati stile Walt Disney, i best seller.
«Ho lottato per anni perché i ragazzi trovassero nei libri un punto di vista su civiltà diverse, perché aprissero gli occhi sul mondo e capissero le ingiustizie sociali. E, invece, i romanzi oggi di moda hanno quasi esclusivamente un taglio sentimentale, intimistico. Scavano nelle incertezze, nella crisi, nei tormenti amorosi dell’adolescenza. Sento la mancanza di autori capaci di parlare della nostra attualità, del bisogno di cambiare le cose e impegnarsi». Traduttrice, autrice, direttrice di collana, originaria di Trieste, Donatella Ziliotto è una protagonista della letteratura d’infanzia in Italia, fin dagli esordi con la casa editrice Malipiero. Nel ’58 è chiamata a dirigere alla Vallecchi alcune collane per ragazzi, “Il Martin Pescatore”, “L’Arganello” e “Le Piramidi”. Diffonde in Italia autori nordici fino ad allora sconosciuti: Astrid Lindgren – l’autrice di Pippi Calzelunghe – Tove Jannson, Michael Ende, Mary Norton. Approderà poi al Saggiatore, nel ’70 alla Rai come programmista regista per ragazzi. Nel 1987, finalmente, nascono i famosi “Gl’Istrici” per la casa editrice Salani, la collana che dirige tuttora.

«A parte eccezioni come La guerra del soldato Pace di Michael Morpurgo, sulla Grande guerra – edito da Salani, miglior libro del 2005 secondo una giuria sulla rivista Liber – per il resto, i protagonisti adolescenti sono soli. Ognuno ha il suo turbamento, la sua vita irrisolta». Succede in Tu non mi conosci di David Klass dove protagonista è un ragazzo che accusa il padre di non capire il suo stato d’animo, un adolescente chiuso nel suo primo amore, incapace di comunicare con gli altri. Anche Gridare amore dal centro del mondo di Kyoichi Katayama, ormai un caso letterario in Giappone, è «incentrato soltanto sull’amore, anzi sulla catastrofe della morte dell’amato».

Le tendenze alla Fiera non smentiscono il modello malinconico di adolescenti che si consumano nei propri drammi interiori, che non parlano e non si rapportano agli altri, chiusi nella loro sofferenza individuale. Il mondo, le ingiustizie, la guerra, sono marginali, sfocati, relegati alle spalle delle occupazioni sentimentali. Tramontata l’epoca delle letture classiche, dei Rodari, dei Calvino, delle Natalia Ginzburg, dei Pavese, dei Lussu, dei Rigoni Stern, autori capaci di parlare anche agli adulti. Prevale l’intimismo e anche un certo accento catastrofico. Nel romanzo di Jutta Richter, Un’estate di quelle che non finiscono mai, si racconta la storia di una madre che muore per tumore. «Non ci sono alternative: o la catastrofe individuale o la salvezza nell’amore. La società manca del tutto. E questa è una tendenza che mi spaventa un poco. Nessuno pensa più a cambiare il mondo. Ho sempre cercato di allargare il più possibile i confini del mondo conosciuto dai bambini, di raccontare come vivono gli altri e quali sono i loro problemi. Ad esempio, Pippi Calzelunghe». Ma ci sono anche casi più recenti come Lupo siberiano di Alver Metalli, la storia di un lupo che muore perché una bambina viziata lo vuole nella sua città in America Latina, in un ambiente per nulla adatto. Oppure Il nome segreto della guerra di Nicoletta Vallorani.

E la narrativa italiana? Ci sono Silvana Gandolfi (Qui vicino, mio Ariel) e Silvana De Mari (L’ultimo elfo e L’ultimo orco). «Dai manoscritti che ricevo, noto che qualcuno inizia ad abbandonare il moralismo lezioso della letteratura latina. Pinocchio cos’altro era se non un apprendistato per far crescere i bambini il prima possibile e mandarli a lavorare? I paesi nordici, invece, si prendevano il lusso di tenere più a lungo i bambini nell’infanzia, una specie di peterpanismo». Cosa si è visto alla Fiera di Bologna? «Sono delusa dalla grande quantità di cose leziose. Siamo tornati indietro, sono ricomparse le collane delle fatine magre, delle ragazzine con i vestiti moderni e le pancette di fuori. Un misto di fantasia e modernità di cattivo gusto».

Ma cosa comporta per un autore scrivere un libro per bambini? «E’ la vecchia questione se lo scrittore scriva per se stesso o per un pubblico», dice Lia Levi, prima giornalista poi scrittrice, premio Morante con Una bambina e basta nel ’94, autrice di romanzi per l’infanzia, tra i quali Che cos’è l’antisemitismo, La ragazza della foto, Se va via il re. L’ultimo, Un cuore da leone, presentato alla Fiera per le edizioni Piemme in un’altra collana ormai storica, “Il battello a vapore”. E’ la storia di Leo, un ragazzino che si vergogna del proprio vero nome, Leone – siamo al tempo delle leggi razziali in Italia. L’avventura comincia una notte, quando è costretto a fuggire dai tedeschi e a dimostrare di possedere davvero un “cuore da leone”. «Nella narrativa per ragazzi devi conoscere il tuo lettore. Un conto è rivolgersi agli adolescenti, altro conto è rivolgersi ai bambini». Per questa scrittrice – per anni ha diretto un giornale della comunità ebraica, Shalom – non è solo questione di canoni letterari, ma anche di trasmissione della memoria storica. «Ho pubblicato molti libri con Mondadori nella collana “Storia d’Italia”. La formula consisteva nel raccontare la storia in forma romanzata, un modo per far conoscere il nostro passato in modo piacevole e avvincente. Ogni romanzo era seguito da una scheda storica. Ne ho scritto uno sulla Repubblica di Salò. Adesso questa collana storica è stata chiusa. Perché c’è questa follia dei nuovi programmi ministeriali che hanno abolito lo studio della storia contemporanea nelle scuole elementari. In quinta elementare si arriva solo agli antichi romani». Un vero controsenso. «Così si rischia anche di far fuori una fetta importante della letteratura per ragazzi. Del resto, gli editori fanno il loro interesse, perché pubblicare romanzi sulla storia contemporanea se gli insegnanti non sono più tenuti a prenderli e a farli leggere in classe?». A poco serve la giornata della memoria «senza lo studio», «inutile stupirsi se si diffondono falsificazioni e revisionismi storici». Ma non c’è anche una diseducazione alla lettura da parte dei bambini, specie se si tratta di lunghi testi? «Giro molto nelle scuole. Forse c’è bisogno di una spinta propulsiva, che l’insegnante faccia scoprire il piacere di leggere una storia. Ma se questo avviene, allora i ragazzi si appassionano, nulla a che vedere con degli adulti. Sono attentissimi, notano i dettagli, sono lettori potenziali molto emotivi. Che un bambino, da solo, prenda un libro, è difficile. C’è bisogno della società, di una politica culturale, altrimenti è inutile lamentarsi che gli adulti non leggono e che i libri rimangono sugli scaffali».