Adele, solo per amore?

Non è così lontana dall’oggi la storia di “Dileìna” ricostruita attraverso le pagine del suo diario. Siamo nel 1937 in pieno periodo fascista, quando Adele Maria Raffaella Mazzetti decide di annotare la sua vita sulle pagine a quadretti di un quaderno rilegato in tela e pelle. E’ la vita di una donna, con la sua quotidianità, i suoi ideali, le speranze, gli amici, il suo amore per Bruno Tubertini e infine le sue sofferenze. La sua è la storia di una giovane donna di 25 anni, lavoratrice, indipendente, mediamente istruita per l’epoca, tenace e appassionata, libera e comunista. Quanto basta per finire, alla fine degli anni 30 a Bologna, sotto la lente della polizia fascista, che per un periodo la priverà anche della sua libertà, qualche tempo dopo aver arrestato l’amato Bruno, compagno di vita e di lotte. Quanto basta per finire identificata come donna di “facili costumi”, ma al tempo stesso come persona che ha agito “per amore, solo per amore”, come recita il titolo del libro della storica Delfina Tromboni edito da Nuove Carte. E’ straordinaria nella sua semplicità la vita Adele per come l’autrice (femminista ferrarese, ricercatrice presso il Museo del Risorgimento e della Resistenza) ce la riporta aiutandosi con le pagine di un diario «semplice, affannato e in molti tratti dolente, compilato giorno dopo giorno con scrittura e sintassi incerte, ma sentimenti e determinazione fortissimi», e facendo riferimento ai rapporti tanto ottusi quanto “illuminanti” della questura e del tribunale speciale con i quali hanno dovuto fare i conti gli antifascisti.

Con un’operazione riuscita, la storica femminista ci guida nel viaggio attraverso la complessità delle parole di una donna decisa, inflessibile, perseverante (è la stessa “Dileìna” a scriverlo) col suo ideale, riuscendo a coglierne il senso più profondo. E’ evidente che Per amore, solo per amore nasce da due grandi passioni di Delfina Tromboni, quella professionale e quella politica: diversamente, questo Diario di una magliaia del Soccorso rosso non avrebbe mai visto la luce. «Ho provato una forte emozione quando dalla busta 605 del Fondo Tribunale Speciale dell’Archivio centrale dello Stato di Roma è spuntato il diario di Adele Mazzetti – scrive la ricercatrice –; mi parve subito impossibile lasciare relegate tra la polvere pluridecennale accumulata in quella busta le figure del diario che emergono, figure quotidiane che fanno i conti con la quotidiana brutalità della dittatura fascista». Si tratta di uomini e donne costretti ad agire nella clandestinità e troppo spesso incappati «nell’azione di bonifica anticomunista»; impegnati, nel nome di un grande ideale di libertà, nei loro propositi «di lavoro e di lotta» contro il fascismo, come annotano gli stessi questurini. Nel libro di Delfina Tromboni emergono molte storie di comunisti che operavano nel bolognese, lavoratori e soprattutto antifascisti, ai quali se spesso mancava l’istruzione di certo non difettava la sete di cultura.

Ma come accade anche nella nostra epoca, è dal ritratto di una donna che si riesce a cogliere il grado di cultura e di libertà della società. Adele risulta “pericolosa” in quanto donna istruita e indipendente, autonoma, in grado di leggere e persino di scrivere e, proprio come scrive Delfina Tromboni, con gli stessi e ottusi parametri, la stessa donna viene poi rilasciata dalla polizia perché in fondo ha agito “solo per amore”, intendendosi in questo modo un grado di autonomia pari a zero. E’ sconfortante, ma nella cultura profonda di questo paese forse non è solo una brutta pagina di storia la libertà “condizionata” delle donne.