Adele Mazzetti, l’antifascismo di una magliaia ferrarese

Un bel libro di storia è anche un atto di giustizia. Per amore solo per amore (Delfina Tromboni, Nuove carte Editore Ferrara, pp. 112, euro 10,00) rende finalmente giustizia ad una donna, comunista sotto il fascismo, che nella grande Storia non può trovare lo spazio di una pur fugace citazione. Adele Mazzetti (1912-45) è una goccia di quell’oceano di volontà e di passioni che nei terribili anni ’30 e ’40 del ‘900 ha sconfitto il nazifascismo, ha trasformato il mondo e l’Italia salvando la civiltà. A questa donna, forte e consapevole, l’apparato repressivo del regime nega l’autonomia della sua adesione al movimento comunista clandestino che a Bologna e in Emilia viene radicandosi nella seconda metà degli anni ’30, quando il fascismo si prospettava invincibile.

Il coinvolgimento della Mazzetti nella rete della solidarietà rossa sarebbe dunque dovuto all’amore, intenso, appassionato, per un militante comunista incarcerato e poi attivo nella Resistenza dopo il 25/7/43. Questo clichè la salva peraltro da una lunga detenzione carceraria, da una di quelle pesanti condanne che si infliggono agli uomini, agli avversari coscienti del regime. Il libro della Tromboni si presenta innanzitutto come l’esegesi di un diario, pubblicato nella seconda parte del volume, scritto dalla Mazzetti nel breve periodo dicembre ’37-marzo’38, a sostegno di una tesi: non l’amore ma la coscienza politica determina l’agire della modesta magliaia ferrarese, quasi autodidatta, poco istruita ma colta, di salute cagionevole ma piena di vitalità, disgustata dal presente e fiduciosa nel futuro, che mai rimprovera il suo uomo per il sacrificio del privato che la scelta della lotta necessariamente impone. E’ donna, Adele Mazzetti, interamente donna, apprensiva, gelosa, tenera e pietosa per i volti tumefatti dei detenuti sconosciuti e per la disperazione dei parenti, facile al pianto, solitaria, romantica.
Legge però con trasporto Tolstoi, Dostoevski, Foscolo e Zolà non GrandHotel!
E’ la negazione dello stereotipo femminile del fascismo: non è sposata, non è madre, non abita coi genitori, vive del suo lavoro e soprattutto possiede una coscienza politica. La tesi dell’autrice, sostenuta con asciutta eloquenza, acquista progressivamente una evidenza schiacciante. Non biografia (poco sappiamo della protagonista prima e dopo gli anni in questione) ma tranche de vie brulicante di umanità. La Mazzetti è al centro di una rete fitta di relazioni solidali che prefigura quel modello di socialità e protagonismo popolare che sarà l’Emilia del dopoguerra. Non una, dunque, ma tante brevi biografie si incontrano nel libro della Tromboni, molte compresse nelle note in appendice che si leggono dopo un poco col fiato sospeso: troppe si concludono tragicamente!
Queste esistenze sono scandite da alcune costanti: militanza clandestina, galera, confino, talvolta la Spagna della guerra civile e la Francia dell’emigrazione politica, infine la Resistenza che in Emilia, credo, vide prevalere nettamente la componente di classe su quella patriottica. Nella partecipazione ai funerali “alla russa” (senza prete) per la morte di una conoscente della Mazzetti, così massiccia da sorprendere la nostra protagonista, si avverte una sfida silenziosa al regime, fascista e clericale, ai suoi delatori, ai suoi gendarmi. La breve storia della Mazzetti racconta un processo molecolare che porta il Pci a raccogliere, sul terreno della lotta al fascismo, gran parte dell’eredità del socialismo emiliano. La durezza della persecuzione fascista selezionava il meglio del popolo lavoratore e della gioventù studiosa avviandolo verso lo sbocco naturale dell’organizzazione comunista.Ricordiamo che il Pci oltre ad essere il più forte partito di opposizione del mondo occidentale, è stato anche partito di governo, ininterrottamente per decenni nell’Italia centro-settentrionale, e partito-società, in particolare in Emilia dove, accanto alle amministrazioni locali, è risorto il movimento cooperativo sviluppandosi in modo straordinario mentre il partito permeava i capillari della vita sociale. Alla base di questa realtà ricca e dinamica c’è il lavoro interessato e disinteressato di migliaia di soggetti attivi, intelligenti e volitivi, legati da un solido “nesso sentimentale”, devoti ad un’idea del socialismo realizzato lontana dal vero, guidati da un gruppo dirigente nazionale di eccezionale caratura, nel quale ripongono, a ragione, una fiducia totale. Hanno prodotto una società unica per benessere, partecipazione democratica e qualità dei servizi sociali: insomma per civiltà. Vetrina nazionale e internazionale del Pci, l’Emilia rossa è stata il perno e la base materiale dell’egemonia conquistata dai comunisti nel nostro Paese intorno agli anni ‘70. Solo la strategia della tensione e l’uso sapiente del terrorismo hanno arrestato questo grandioso processo di emancipazione democratica e di civilizzazione del nostro Paese. A metà degli anni ‘80 rimaneva comunque un patrimonio politico, morale e materiale così grande che in trentacinque anni gli indegni eredi di quella storia non sono riusciti a dissipare completamente. La vicenda della Mazzetti rivela la cifra umana e “molecolare” che le grandi sintesi storiche non possono raccontare. Delfina Tromboni, narrandoci la sua brevissima, tragica esistenza, l’ha fatta rivivere una seconda volta e definitivamente nella nostra memoria.