Addio Gene Pitney, la voce amata dai Rolling Stones

Gene Pitney è morto ieri in una stanza d’albergo a Cardiff in Galles dove era in tournée. Era nato nel 1941 ad Hartford, nel Connecticut, e nel nostro paese aveva avuto un buon momento di popolarità negli anni Sessanta grazie a qualche versione in italiano dei suoi successi americani e alla partecipazione a quattro edizioni del Festival di Sanremo. Descritto così sembra uno dei tanti personaggi d’oltreoceano riciclati un po’ alla buona nel nostro modesto e provinciale music business. In realtà Gene Pitney è stato uno dei grandi protagonisti della scena musicale internazionale che ha attraversato cinquant’anni di musica pop lasciando tracce importanti. Nel 1958, a soli diciassette anni viene scritturato dalla Decca per la quale registra anche qualche disco in duo con la cantante Ginny Arnell, senza particolari risultati. Gli va meglio come autore scrivendo “Loneliness” per le Kalin Twins, “Today’s teardrops” per Roy Orbison ed “Hello Mary Lou” per Ricky Nelson. Nel 1961, finalmente, sfonda anche come cantante con “(I wanna) Love my life away” affascinando il pubblico per le tecniche di registrazione d’avanguardia. Da quel momento è un susseguirsi di successi con la soddisfazione di una nomination all’Oscar per la sua interpretazione del tema del film La città spietata. La sua voce pur non potendo essere considerata l’emblema della rivoluzione degli anni Sessanta, è quella che, più e meglio di altre interpreta i cambiamenti di quel periodo sintetizzando efficacemente il passaggio dalle larghe e ariose sonorità delle ballate melodiche degli anni Cinquanta ai ritmi del rock and roll, senza banalizzazioni. Duttile esecutore sa adattare la sua voce anche alle più incaute sperimentazioni ed è il primo fra i contemporanei a confrontarsi con le alchimie delle moderne tecniche di registrazione conquistandosi la stima e l’ammirazione degli artisti di nuova generazione. I Rolling Stones lo vogliono nella registrazione di un brano del loro primo album e la coppia Jagger Richards compone per lui nel 1964 il brano “That girl belongs to yesterday”. C’è chi ha scritto che la sua è stata «una voce di frontiera, in cui l’eco degli anni Cinquanta sa farsi aspro e ribelle a contatto con le nuove sensibilità musicali espresse dagli anni Sessanta». Crediamo che la definizione vada stretta a un cantante che è stato, soprattutto, un grande interprete, capace di adattare la sua duttile vocalità alle esigenze di un epoca in continuo mutamento. La sua voce secca, metallica e leggermente nasale dopo l’esplosione del beat si sposta su sonorità più aspre liberandosi dall’obbligo di essere sempre “pulita”, soprattutto sui registri più acuti. Le novità non lo spaventano e quando arriva la grande ondata del beat non cerca di contrastarla, non si lega alla battaglia di chi, negli Stati Uniti grida alla necessità di fermare la “British Invasion”, ma osserva i nuovi fermenti con l’entusiasmo di chi ha scoperto un nuovo territorio su cui sperimentare le proprie capacità. Invece di chiudersi nei suoi confini va in Gran Bretagna e mette la sua voce e la sua esperienza al servizio di quel crogiolo di musicisti che lui crede possano cambiare davvero la musica mondiale. In questo senso è stato un’artista unico e straordinariamente controcorrente, in un mondo caratterizzato spesso da ingiustificati deliri d’autosufficienza.