Addio Endrigo, la tua nave è partita

Quando il tg1 ha dato la notizia della morte di Sergio Endrigo, a 72 anni, è stato come ricevere una pugnalata. Sergio, l’amico di mille battaglie, se n’era andato. L’ha fatto con tutta la discrezione possibile, com’era nel suo costume di uomo semplice, di grande poeta, di uomo meno fortunato di quanto potesse sembrare. È morto in una clinica romana ieri alle 19.30. Ad aprile i medici avevano scoperto un microcitoma polmonare e la figlia Claudia ha voluto evitare al padre un «accanimento terapeutico».
Un artista vero, che lascia nella nostra cultura impronte profonde e che ha avuto forse la sfortuna di nascere troppo presto, quando la canzone italiana non era oggetto di quella attenzione oggi dispiegata a piene mani. «La voce di questo cantante – scrisse Gaio Fratini negli anni ’60 – sembra giungere da molto lontano, estranea com’è ad ogni formula, ad ogni compiacimento». Era vero, anche se la sua carriera era allora agli inizi. Poi sarebbe venuto il meglio, con la collaborazione con poeti come Raphael Alberti, Vinicius De Moraes, Josè Martì, Pier Paolo Pasolini, scrittori come Gianni Rodari, musicisti come Morricone, Bacalov e parolieri come il fido Sergio Bardotti, che lo accompagnava allegramente al piano nelle sue serate.
La gola si serra a doverne scrivere, perdonate. Ma ho conosciuto Sergio fino dai primi concerti al romano Teatrino delle Muse, quando intonava Il soldato di Napoleone di Pasolini e Via Broletto, La brava gente, Evviva Maddalena, ma senza darsi arie da intellettuale, anzi sempre bene attento ad arrivare a tutti. Dichiarava sì di essere figlio d’arte, ma era un dettaglio perché quella discendenza non gli aveva dato nulla. Il padre era cantante lirico, ma era scomparso quando Sergio – nato a Pola – aveva appena sei anni. La madre sostenne tutto il peso della famiglia, lavorando in una fabbrica di lucchetti. Poi, nel ’47, entrambi lasciarono Pola – dichiarata territorio jugoslavo – e furono accolti in un campo per profughi a Brindisi. Vita tribolata. «Avevo sempre fame – raccontava Sergio – e a scuola ero stufo di una maestra che badava solo a che i quaderni fossero in ordine». Lo cacciano e lui si trasferisce a Venezia, dove fa tutti i mestieri: lift negli ascensori degli alberghi, fattorino alla Mostra del cinema… Poi partecipa a un concorso per dilettanti alla sala Malibran, ma senza grandi risultati, perché la sua voce è inadatta alle canzoni del tempo, tutte gorgheggi e potenza. «Nessuno mi scriveva canzoni e così cominciai a scrivermele da solo», raccontava. Ebbe la fortuna di entrare nella formazione di Riccardo Rauchi, il virtuoso del sax, suonando il contrabbasso. Cominciò così la sua piccola ascesa. Nel frattempo nasceva a Milano la Dischi Ricordi, con al timone Nanni Ricordi. Che riuniva a Milano Paoli, Gaber, Tenco, Bindi, cantautori raffinati e colti, dalla vena un po’ crepuscolare ma nuova. Ci finisce anche Sergio, che debutta con Non occupatemi il telefono. Quando la Dischi Ricordi chiude, quasi tutti emigrano a Roma, verso la Rca, e Sergio, forte del successo di Io che amo solo te. I suoi sono testi «veri», storie vissute in versi delicati. Ricordate la tragica storia d’amore di Via Broletto, con lui gelosissimo che non sopporta la spregiudicatezza di lei la quale, quando si baciano, «ride o parla adagio/ o mangia noccioline». La troveranno con un forellino rosso sopra il cuore, «rosso come un fiore». E Maddalena, che regala notti bianche? E La guerra? «Mi hanno detto di partire senza fare tante storie/ ma chi scrivera la storia no non parlerà di me». Erano temi comuni agli autori di quegli anni, come De André, Tenco.
Endrigo non si tirava da parte. Veglie contro la guerra del Vietnam? Lui c’era ma non risparmiava critiche a nessuno e ricordo una sera all’Adriano che, come redattore dell’Unità, mi rimproverava che il giornale avesse dato spazio alla boxe di Nino Benvenuti, che era missino sì, ma come sportivo… Alle grandi serate politiche nei palazzi dello sport non mancava mai e il giorno dopo telefonava «ti ho sentito, sai, ieri sera». Fu così che nacque la nostra Filastrocca vietnamita che lui e Morricone musicarono per il film Grazie zia.
Poi scoprì Rodari e nacque Ci vuole un fiore, che è nei libri di testo e che tutti i nostri figli hanno cantato. Era attento ai poeti che sapessero parlare alla gente, e scoprì Raphael Alberti, di cui musicò La paloma. Scoprì Vinicius De Moraes e il Brasile e tradusse e cantò La casa («Era una casa molto carina/ senza soffitta senza cucina…»). Cantò a Sanremo nove volte, nel fatidico ’68 vinse con una canzone d’amore, Canzone per te, forse non la sua più bella, ma molto cantata da tutti. Finì terzo nel 1970 con quella che io considero, con Volare, la più bella canzone di tutti i festival, L’arca di Noè, che in tempi di tsunami e di katrine appare profetica.
Amareggiato da un’industria che lo aveva emarginato, aveva scritto un piccolo racconto intitolato Quanto mi dai se mi sparo?. Non erano estranee a questo tema le vicende vissute da vicino, come il suicidio di Tenco, dal quale l’industria ha tratto grande vantaggio di vendite. Ma era una sana iperbole, perché Endrigo amava la vita «la calma, la buona tavola, i buoni amici, i buoni libri, la pesca subacquea, i francobolli, le armi antiche, gli animali, i luoghi non affollati». Ed è con grande coerenza che, come ha riferito la figlia nel comunicarne la scomparsa, ha dato disposizioni perché si evitino funerali religiosi. Meglio un concerto (d’intesa con il sindaco di Roma). Partirà la nave partirà…

A 72 anni si è spento Sergio Endrigo, un grande della canzone italiana con testi ricchi di una poesia immediata. Vinse a Sanremo nel ‘68, poi l’industria lo ha emarginato. Niente funerale, non era credente