Addio al vecchio Mattarellum, dodici anni portati male

La nuova legge elettorale è certamente pessima, ma non più di quella precedente, che, spacciata per garanzia di maggior pertecipazione e sicura governabilità, si è dimostrata fallimentare su entrambi i fronti. Fu instaurata a furor di popolo il 18 aprile 1993, quando il referendum che abrogava la legge elettorale proporzionale per il senato, promulgato dal democristiano ribelle Mario Segni e sostenuto da una coalizione nella quale figuravano pidiessini e leghisti, ottenne l’82,7%. Roba bulgara. La legge vera e propria, arrivò qualche mese dopo, il 4 agosto, e in futuro gli storici si accapiglieranno per stabilire se il suo fallimento fosse inevitabile o vada invece spiegato con l’azzardo di un sistema misto, maggioritario uninominale per il 75%, proporzionale per il restante 25%. E’ una di quelle diatribe destinate a restare senza soluzione di qui all’eternità. Di certo, l’improbabile ibrido che sarà ricordato come Mattarellum (dal nome di Sergio Mattarella, il dirigente ex Dc, poi Ppi, che inventò il mostro) garantiva ai partiti minori un potere che neppure nel più roseo miraggio si sarebbero sognati con il precedente sistema proporzionale. Per quanto limitati fossero i consensi di cui disponevano, nei collegi potevano fare la differenza tra un polo e l’altro. Ghino di Tacco, ed elevato all’ennesima potenza.

Le conseguenze si videro immediatamente. La definizione delle liste della coalizione di sinistra, I Progressisti, si risolse in un incubo che chi ebbe la sventura di trovarcisi non dimenticherà mai. Le trattative, estenuanti, si prolungarono per notti e notti. Un suq in piena regola, alla faccia delle alate parole che promettevano l’instaurazione delle democrazia diretta. Invece decisero tutto le segreterie di partito, ma fu una decisione quanto mai sofferta, e non fu risparmiato alcun ricatto. I partiti minori, che la nuova legge avrebbe dovuto spazzare via, disponevano ora di un immenso potere, e dimostrarono di volerselo godere fino in fondo.

Il nuovo sistema avrebbe almeno dovuto garantire una maggiore governabilità. Mancò l’obiettivo immediatamente. Nel dicembre 1994 il primo governo partorito dal sistema maggioritario, guidato da Silvio Berlusconi, cadde dopo appena otto mesi in seguito alla defezione della Lega nord. Dire che i gruppi parlamentari del Carroccio erano sovradimensionati rispetto ai consensi reali ottenuti è un pallidissimo eufemismo. Pur di ottenere il sostegno di Bossi, Berlusconi gli aveva infatti concesso una rappresentanza esorbitante, e già questo avrebbe dovuto creare dubbi sulla validità del salvifico sistema elettorale appena varato.

Ma nel `94 chi mai avrebbe osato revocare in dubbio una legge supportata pochi mesi prima da milioni e milioni di votanti? E sì che di ragioni per interrogarsi sulla validità delle nuove regole ce ne sarebbero state in quantità, anche senza aspettare il ribaltone dell’Umberto. Al senato la coalizione vincitrice si era ritrovata subito priva di maggioranza. Per conquistarsela aveva dovuto ricorrere a una svergognata campagna acquisti: il primo acquistato in assoluto, santo protettore di ogni ribaltone, era stato Giulio Tremonti, eletto nelle liste del patto Segni, convertitosi al berlusconismo subito dopo la chiusura delle urne.

La maggioranza così torbidamente conquistata crollò, in modo anche più torbido, pochi mesi dopo, quando Bossi saltò il fosso e, pur di liberarsi dall’allora odiato cavaliere, fece trasmigrare i suoi parlamentari, eletti col voto determinante degli elettori forzisti e nazional-alleati, nelle file di una spuria maggioranza con il Pds e il Ppi: quella che sostenne poi per un anno e mezzo il governo Dini.

Le elezioni del `96 confermarono i limiti del nuovo sistema elettorale. Stavolta il trucco si chiamò «desistenza». La coalizione di centrosinistra e Rifondazione comunista si presentarono divise, spartendosi però i collegi: l’Ulivo evitò di mettere in campo i propri candidati nei collegi assegnati a tavolino in quota Prc. La Lega invece decise di correre da sola e raggiunse il suo miglior risultato in assoluto su scala nazionale: il 10,1%. Tenendo conto della Lega, il centrosinistra, anche includendo nella somma i voti del Prc, era un governo drasticamente di minoranza, ma anche senza il Carroccio la somma dei voti raccolti dal centrodestra superava, sia pur di poco, quelli del polo avversario. Che tuttavia si affermò grazie al maggior numero di collegi conquistati. Della prima repubblica si potrà dire tutto il male possibile, ma non che abbia mai portato al governo una coalizione che rappresentava una minoranza del paese, in termini di voti concretamente raccolti.

Il particolare non incrinò la fede nel sistema maggioritario e inevitabilmente il ribaltone si ripetè, nell’ottobre del `98. Rifondazione uscì dalla maggioranza provocando la caduta del governo Prodi, ma il centrosinistra rimase in sella, sostituendo il professore con il segretario dei Ds Massimo D’Alema. Il gioco di prestigio fu reso possibile dalla provvida trasmigrazione dei parlamentari di Clemente Mastella, già eletti col centrodestra. Padrino dell’operazione Francesco Cossiga, che i capi Ds salutarono come nume tutelare della democrazia.

Sulla carta l’attuale maggioranza di centrodestra, uscita dal voto del 2001, ha sfatato la leggenda. Senza ribaltoni e senza sostituire il premier, pare destinata a rimanere in sella sino all’ormai prossima scadenza naturale della legislatura. Ma se non è un’illusione ottica poco ci manca. Per realizzare il miracolo, Silvio Berlusconi ha dovuto infatti subire i ricatti continui dei partiti alleati, in particolare della Lega, e il prezzo della stabilità è stato salato: una frequente paralisi e una guerriglia permanente. La nuova legge elettorale, insomma, è sicuramente poco digeribile. Ma di qui a rimpiangere quella precedente…