ACCANTO AI LAVORATORI CHE SOSTENGONO IL NO

L’appello per votare NO all’accordo governo sindacati del 23 luglio dei 300 delegati delle RSU, pubblicato su Liberazione sabato 29 settembre e ripreso da il Manifesto, costituisce una prima risposta al clima di intolleranza che si sta determinando a livello politico e sindacale nei confronti di quanti – giustamente – sono critici per l’inadeguatezza di questo governo sul piano sociale e intendono votare no nella consultazione promossa dalle organizzazioni sindacali confederali. Come è noto, nonostante la propaganda sul valore degli accordi di luglio, nel concreto quegli accordi determinano un arretramento sul versante del sistema previdenziale, non danno risposta al tema della precarietà e rafforzano la libertà d’impresa a scapito dei lavoratori.

Per un governo di centro sinistra, non c’è che dire, si è trattato davvero di un bel risultato. Le confederazioni sindacali, nel giudizio positivo espresso su questi accordi, hanno dimostrato una subordinazione di fatto rispetto alle posizioni del governo. La sindrome del “governo amico” ( come dimostrano ampiamente anche le ultime posizioni di Epifani) segna ormai la politica sindacale e i primi tentativi di resistenza della CGIL hanno lasciato subito il posto ad un atteggiamento “realista”, che si è colorato in queste ultime settimane di tendenze autoritarie nella gestione del dibattito interno.

L’appello dei primi 300 delegati delle RSU, come le mobilitazioni promosse dalle componenti della sinistra sindacale e le stesse iniziative che, seppure in modo altalenante e spesso frammentario, si sviluppano da parte di settori della sinistra politica, vanno nella direzione giusta. E cioè quella di non farsi intimorire. Di non cedere alle pressioni politiche o sindacali. Di esprimere con chiarezza – da subito – nella consultazione, ma anche poi nell’iniziativa nei confronti del governo, un esplicito rifiuto, premessa necessaria per la modifica della politica economica e sociale del governo.

Nelle poche settimane che restano per la conclusione della consultazione sindacale occorre moltiplicare l’impegno per il no. Per questo va raccolto l’invito dei delegati ad aderire alla loro iniziativa e sarebbe importante se molti – delegati e lavoratori – lo facessero, così come va sostenuta la costituzione dei comitati per il no e ogni altra iniziativa che vada in questa direzione.

Una tesi è circolata in questi giorni in maniera più o meno esplicita. Quella secondo cui, dato che realisticamente prevarranno i si, tanto vale non impegnarsi in modo esplicito per il no nella consultazione. Alcuni a sinistra hanno anche suggerito, in un crescendo di tatticismo, che per consentire di rilanciare la battaglia per il no agli accordi di luglio dopo l’esito prevedibile della consultazione, sarebbe opportuno non schierarsi. E che, anzi, lo schierarsi per il no avrebbe in qualche modo vincolato a rispettare, poi, l’esito della consultazione, impedendo quindi successive iniziative per la modifica degli accordi di luglio.

Qualcuno ha perfino sostenuto che anziché impegnarsi nella consultazione sarebbe preferibile concentrarsi sulla manifestazione del 20 di ottobre. Non siamo d’accordo con queste impostazioni. Ci paiono condizionate da calcoli politicistici e del tutto slegate dalla concretezza della situazione. La nostra opinione è molto diversa. L’esito della consultazione sarà importante, non tanto per il risultato generale pressoché scontato, quanto per la rilevanza che assumerà, fra i lavoratori, una posizione contraria agli accordi. Se nonostante il poderoso schieramento sindacale a favore del “si” e la manipolazione dell’informazione alla quale stiamo assistendo – come giustamente ha sottolineato Cremaschi nel suo intervento su Liberazione – il no si affermerà, oltre che nei metalmeccanici, in settori importanti del sindacato e in molti luoghi di lavoro, ciò rappresenterà un segnale inequivocabile che c’è una domanda non comprimibile di svolta nelle politiche sociali del governo. In assenza di questo è ben difficile pensare di ribaltare gli equilibri e riaprire una prospettiva. Basta osservare la vicenda della finanziaria, dove è evidente il tentativo di superare le difficoltà politiche della coalizione isolando alcune materie dalle altre e, in particolare, posticipando il confronto sugli accordi di luglio. Si tratta di astuzie tattiche che non fanno ben sperare. Per questo nella manifestazione del 20 ottobre sarebbe sbagliato che la piattaforma si allargasse a dismisura annegando i punti di contrasto più evidenti ( in tema di welfare , mercato del lavoro e produttività) in un insieme eterogeneo di rivendicazioni. Invece, occorre tenere la bussola, avendo ben chiare le priorità dello scontro sociale. Un esito soddisfacente della consultazione sindacale e l’emergere di un pronunciamento significativo a favore del no è utile anche per questo.