Abu Omar, Castelli accerchiato

Fermi tutti. Sul caso Abu Omar, sui voli segreti con cui la Cia trasportava e forse trasporta ancora i suoi prigionieri, su quello che il governo e i servizi segreti non potevano non sapere, il ministro della giustizia Roberto Castelli non dà conto a nessuno e urla ogni dove: «Basta ingerenze». Non a Milano, dove il procuratore Manlio Minale una settimana fa ha chiesto e ottenuto che il procuratore generale Mario Blandini inviasse una lettera a via Arenula per sapere che fine avesse fatto la richiesta di estradizione spedita lo scorso 11 novembre. Non a Ginevra, dove il Consiglio d’Europa aspetta dallo scorso 21 novembre che l’Italia fornisca le informazioni sui voli segreti della Cia chieste a Roma come ad altri 45 paesi europei. Soprattutto davanti alle insistenze della procura di Milano – che chiede a via Arenula di inviare negli Usa il mandato di cattura per i 22 agenti della Cia accusati di aver rapito il 17 febbraio 2003 l’imam di viale Jenner Abu Omar – il ministro Castelli è deciso a tenere il punto. Ieri a chi gli chiedeva un commento alla lettera resa nota il giorno prima da Milano rispondeva stizzito: «Basta con le pressioni indebite. Ci sono in gioco gli interessi dello stato. Voglio ricordare che il magistrato è soggetto alla legge e la legge dà al ministro di Grazia e giustizia facoltà di decidere tenendo conto degli interessi dello stato». In tema di codici, la posizione del ministero è ballerina. E’ vero che il codice di procedura penale non fissa un termine in cui il ministro deve rispondere alle richieste di rogatorie o estradizioni, argomentano dalla procura milanese, ma è altrettanto vero che l’articolo in questione, il 720 cpp, dice che se il ministero differisce la richiesta ne dà «comunicazione all’autorità giudiziaria competente».

Legato a questa lettura il pm milanese Spataro ha risposto al ministro per le rime: «Nessuna ragion di stato può consentire di eludere il dettato della legge e il principio della reale collaborazione tra istituzioni». Impossibile pensare che Castelli tacesse davanti ad una accusa del genere. E infatti poco dopo ai microfoni di Radio Padania, che per lui sono sempre aperti, ha rilanciato: «Non mi fido ciecamente dell’imparzialità di questo magistrato. E ritengo mio dovere approfondire la questione prima di rovinare o mettere in difficoltà rapporti con il nostro alleato. Il pm che si occupa di questo caso è uno dei più schierati a sinistra in questo Paese. E noi sappiano cosa pensa la sinistra degli Usa, vedi le dichiarazioni di Diliberto secondo cui le mani di Bush e di Berlusconi grondano di sangue».

Sebbene preso dall’ira contro le toghe rosse, il ministro della giustizia ha detto una mezza verità. Il governo sta valutando con molta attenzione quali mosse fare nei confronti degli Stati uniti, sia per l’inchiesta su Abu Omar, sia per le rogatorie relative all’omicidio del dirigente del Sismi Nicola Calipari (già inviate ma senza che da Washington arrivasse alcuna risposta). Spingere su una delle due vicende, significherebbe aprire un nuovo fronte di pressione nei confronti degli Stati uniti. E a due mesi dalle elezioni, con un fronte con gli Usa tanto solido da permettere a Berlusconi di usare il Congresso americano per fare campagna elettorale in Italia, la cdl non ha alcuna intenzione di premere. Visto che un passo indietro rischierebbe di pesare sulle urne e soprattutto sui voti leghisti e anennini, però, il ministro rimane fermo. Non spinge verso i colleghi Usa e non fa passi indietro.

Più complicato il fronte europeo , su cui lavora sia il Consiglio con una indagine guidata dallo svizzero Dick Marty, sia una commissione presso il Parlamento europeo, guidata dal portoghese del Ppe Carlos Coelho che in un paio di mesi di lavoro ha già convocato i magistrati milanesi e lunedì prossimo sentirà il direttore del Sismi Nicolò Pollari. Intervistato da Radio Popolare, il capogruppo del partito Liberaldemocratico, Graham Watson ha spiegato che la Ue non è riuscito a sapere da Roma: «Se uomini dei servizi segreti italiani abbiano partecipato e siano coinvolti in casi di privazione della libertà individuale. Se troveremo delle prove o se non avremo risposte soddisfacenti porteremo il caso davanti alla commissione europea chiedendole di agire contro l’Italia».