Abu Mazen: elezioni palestinesi nel gennaio 2006

Si voterà a ritiro israeliano da Gaza avvenuto. Abbas e l’Anp hanno insistito fin dall’inizio perché Sharon accettasse di coordinare con loro l’operazione

Il presidente palestinese Mahmud Abbas (Abu Mazen) ha annunciato ieri che le elezioni per il Consiglio legislativo dell’Anp si terranno nel gennaio dell’anno prossimo. In origine – secondo le decisioni assunte dopo le presidenziali del gennaio scorso – avrebbero dovuto svolgersi il 17 luglio, ma due mesi fa ne era stato annunciato il rinvio, ufficialmente per porre mano preliminarmente alla modifica della legge elettorale in senso più democratico. Resta il fatto che se si fosse votato a luglio ciò sarebbe avvenuto prima del ritiro israeliano da Gaza, mentre le elezioni di gennaio si svolgeranno alcuni mesi dopo quel ritiro, e dunque in una situazione del tutto nuova. Tanto nuova che che potrebbero anche svolgersi avendo di fronte, in Israele, un governo diverso dall’attuale, se si andasse davvero – come molti osservatori prevedono – a uno scioglimento anticipato della Knesset una volta conclusa l’operazione Gaza, e dunque ad elezioni nella prossima primavera se non addirittura (improbabile ma non impossibile) entro l’anno. Queste per ora sono tuttavia soltanto ipotesi, anche se Abu Mazen ne avrà sicuramente tenuto conto; resta a fare da spartiacque la imminente scadenza del ritiro.
Abbass e l’Anp, come si sa, hanno insistito fin dall’inizio perché Sharon accettasse di coordinare con loro l’operazione; di coordinamento in effetti si è parlato nei colloqui e contatti fra le due parti, ma finora sembra che il governo israeliano continui ad andare per la sua strada, specie dopo le recenti rotture della tregua da parte della Jihad islamica e di Hamas. Il presidente dell’Anp appare in ogni caso deciso a sfruttare fino in fondo l’occasione, sia per coglierne gli aspetti positivi (ogni ritiro israeliano è comunque da salutare con soddisfazione) sia per tentare in qualche modo di condizionarla, sia pure in misura minima e comunque con l’occhio rivolto anche all’interno della realtà palestinese. Parlando ieri davanti al Consiglio legislativo riunito in sessione speciale a Gaza, al quale ha dato l’annuncio delle elezioni, Abu Mazen ha esortato la popolazione della Striscia a comportarsi «responsabilmente e in maniera civile» e a contribuire a far sì che il ritiro dei coloni e dei soldati israeliani avvenga «in maniera pacifica»; in tal modo i palestinesi dimostreranno di poter «offrire al mondo garanzie di meritarsi di conquistare l’indipendenza e la libertà e di avere un loro Stato». Una esortazione ma anche un monito, rivolti chiaramente ai gruppi armati islamici e non. Abbass infatti ha detto testualmente: «Non vogliamo provocazioni. Lasciateli andare gli israeliani, permettiamo loro di partire»; e dunque – ha aggiunto – «debbono cessare anche gli attacchi con razzi e colpi di mortaio contro gli insediamenti ebraici a Gaza». Parole queste che non sono certamente piaciute ai gruppi islamici, e probabilmente nemmeno alle Brigate di al Aqsa (pur facenti capo ad al Fatah), che contano proprio sui lanci di razzi Qassam per presentare il ritiro israeliano come «una ritirata» se non addirittura una fuga. E’ dal maggio 2000, cioè dal ritiro israeliano dal sud Libano, che tra i gruppi palestinesi circola lo slogan “Fare come in Libano”, senza tener conto della grande diversità fra le due situazioni. E meno ancora deve essere piaciuta ad Hamas e alla Jihad l’ultima affermazione di Mahmud Abbas: «Quando l’occupazione sarà terminata armi nelle strade non se ne dovranno vedere mai più». Una chiara esortazione alla smobilitazione dei gruppi armati e al rispetto della legalità, in base alla quale solo la polizia dell’Anp può portare le armi in pubblico. Ma su questo terreno l’opposizione di Hamas, e non solo, è prevedibile e fa aleggiare sullo sfondo lo spettro dei sanguinosi scontri del novembre 1994 fra militanti islamici e poliziotti palestinesi.

Ma anche le elezioni possono essere motivo di contrasto fra le diverse anime del mondo palestinese. Hamas aveva già criticato il rinvio della scadenza del luglio scorso accusando Abbas di volere soltanto guadagnare tempo per rinnovare l’immagine del suo partito, al Fatah; e ieri un portavoce del movimento islamico a Gaza, Saeed Sejam, ha criticato anche il rinvio a gennaio, ribadendo che Hamas avrebbe preferito che si votasse entro l’anno ma comunque confermando la disponibilità «in linea di principio» a partecipare alle elezioni (a differenza del 1996, quando sia gli islamici che la sinistra radicale boicottarono ufficialmente il voto). La data esatta è ancora da definire, Abbas ha detto che «il giorno preciso lo sceglieremo dopo, ma sarà comunque a gennaio». Sejam ha ribattuto: «Abbiamo riserve sulla nuova data, ma speriamo proprio che si impegneranno a rispettarla davvero». La posta in gioco è ovviamente chi controllerà politicamente Gaza dopo il ritiro, e in tal senso i problemi della sicurezza e del regolare svolgimento delle elezioni non sono certo secondari.