Abu Ghraib, non è mai finita

«Mi hanno legato le mani dietro la schiena con un cavo e tirato su con una catena appesa al soffitto. Mi hanno quindi bagnato e sottoposto a scosse elettriche alle gambe e altre parti del corpo. La prima volta sono svenuto. Mi sembrava di cadere dall’alto di un edificio, la testa mi scoppiava, non ero in grado di camminare»: così racconta l’imam iracheno Karim R. (47 anni) il quale, dopo essere stato imprigionato e torturato dalle forze statunitensi nell’ottobre 2003 a Baghdad, è stato rilasciato senza alcuna incriminazione per essere di nuovo imprigionato e torturato nel maggio 2005 da forze del ministero dell’interno che lo hanno costretto a «confessare» davanti a una telecamera. È questa una delle testimonianze su cui si basa il rapporto Beyond Abu Ghraib: detention and torture in Iraq, diffuso ieri da Amnesty International. Il documento denuncia che «circa tre anni dopo che gli Stati uniti e le forze alleate hanno invaso l’Iraq, la situazione dei diritti umani nel paese rimane disastrosa». Le immagini dei detenuti torturati ad Abu Ghraib, diffuse per la prima volta nell’aprile 2004, suscitarono nel mondo una ondata di orrore, costringendo i militari statunitensi a svolgere un’inchiesta che confermò «il sistematico e illegale abuso dei detenuti» imprigionati in quel carcere tra l’agosto 2003 e il febbraio 2004. I responsabili delle torture e uccisioni, sottolinea Amnesty, anche quando sono stati processati hanno avuto condanne estremamente lievi: un militare addetto agli interrogatori, responsabile dell’uccisione di un detenuto, ha avuto una multa di 6mila dollari e 30 giorni di «confino» tra casa, ufficio e chiesa. Successivamente, nel rapporto presentato nel giugno 2005 alla Commissione delle Nazioni unite contro la tortura, il Dipartimento Usa della difesa ha dichiarato di aver «migliorato le operazioni di detenzione in Iraq e altrove, sulla base delle lezioni apprese». La documentazione raccolta da Amnesty dimostra però che in Iraq le torture e uccisioni sono continuate dopo che sono venuti alla luce i casi di Abu Ghraib. Tra i nuovi, verificatisi nel 2005, vi è quello di quattro palestinesi, sospettati di un attentato, prelevati di notte dalle loro case a Baghdad dalle brigate wolf: sono stati messi in una stanza con acqua sul pavimento da cui passava corrente elettrica e sottoposti a bruciature in tutto il corpo. Alle torture era presente un ufficiale statunitense. Mentre erano incappucciati, sono stati costretti a firmare un documento in cui hanno «confessato» di aver compiuto altri cinque attentati. Il loro avvocato ha però successivamente dimostrato che questi attentati non si erano mai verificati. Le condizioni fisiche dei quattro detenuti sono tali che il responsabile di un centro di detenzione si è rifiutato di prenderli in consegna. Risultano ancora vivi, a differenza di tanti altri, come il religioso sunnita Hassan al-Nuaimi, torturato e assassinato nel 2005 con un trapano.

In situazioni come queste si sono trovati e si trovano decine di migliaia di iracheni. Solo in base ai fascicoli esaminati da una commissione congiunta statunitense-irachena tra l’agosto 2004 e il novembre 2005, i detenuti risultano 22mila. Di questi, 14mila sono «internati in condizioni di sicurezza». Essi sono imprigionati in «quattro principali centri di detenzione sotto controllo statunitense»: Abu Ghraib e Camp Cropper a Baghdad, Camp Bucca vicino a Bassora, Fort Suse vicino nei pressi di Suleimaniya. Oltre che in questi centri, «le forze Usa tengono i detenuti temporaneamente in varie sedi di brigata e divisione sparse in tutto il paese». Un piccolo numero viene detenuto anche dalle forze britanniche a Camp Shualba.

«Nonostante la retorica precedente la guerra e le giustificazioni portate dopo l’invasione dai leader politici statunitensi e britannici – conclude Amnesty International – sin dall’inizio le forze occupanti hanno attribuito un peso insufficiente alle considerazioni sui diritti umani: la Forza multinazionale ha stabilito procedure che privano i detenuti dei diritti umani garantiti dal diritto e gli standard internazionali». Chissà cosa avrà pensato Tony Blair leggendo il rapporto. Anche lui, come il presidente Bush, si è detto ispirato da Dio nel decidere sulla guerra in Iraq e che «sarà Dio a giudicarmi». Dovrebbero però intanto essere gli uomini a farlo, deferendo Bush e lui davanti al Tribunale internazionale sui crimini di guerra.