«Abolire le leggi che precarizzano»

All’assemblea dell’8 luglio «Stop precarietà ora» (Roma, teatro Brancaccio) ci sarà anche il presidente dell’Arci Paolo Beni. L’Arci è un’associazione mastodontica: 1 milione e 100 mila iscritti, una sede in ogni provincia italiana, 5600 tra circoli, case del popolo e associazioni culturali. Un «popolo» anti-precarietà che potrebbe dare grande impulso alla lotta contro le tre leggi targate Berlusconi: la 30, la riforma Moratti e la Bossi-Fini, su cui l’Unione (il governo e la maggioranza) è chiamata a dare delle risposte. «La legge 30, la Bossi-Fini, la Moratti – spiega Beni – sono leggi-simbolo di un modello di sviluppo basato sull’individualismo, la privatizzazione, l’esclusione e l’emarginazione dei più deboli: è il cuore del berlusconismo. Per questo chiediamo di abolirle a questo governo e a questa maggioranza: sarebbe un atto politico e simbolico di una chiara inversione di tendenza. Ovviamente, passando poi all’elaborazione di leggi alternative».
Perché un’associazione come la vostra si interessa della precarietà del lavoro?
Perché la precarietà, ormai, tocca l’intera cittadinanza, i giovani e non solo loro: il lavoro e la sua stabilità, la sicurezza che esso può garantire, sono il cuore stesso dell’attuale condizione di cittadino. Si parla di dignità della vita, dal punto di vista materiale, ma anche di realizzazione sostanziale della democrazia, di quello che è un diritto costituzionale basilare. Non a caso il primo articolo della nostra Costituzione si incentra sul lavoro. L’Arci è un po’ il sindacato della cittadinanza: senza voler togliere il ruolo di concertazione alle parti sociali, la necessaria responsabilità in capo al parlamento e al governo, noi cerchiamo di allargare l’approccio al tema della precarietà facendolo uscire dal campo ristretto delle relazioni sindacali, perché si deve fare nel paese una grande mobilitazione culturale su questo tema. Per invertire la rotta rispetto ad anni in cui il berlusconismo è stato al centro, abbassando i diritti della cittadinanza, restringendo lo spazio del pubblico, aprendo alla privatizzazione e all’individualismo. Le tre leggi di cui parliamo nel nostro appello, la 30, la Bossi-Fini, la Moratti, non sono altro che la traduzione di questa cultura che divide i cittadini.
In concreto cosa bisognerebbe fare?
Innanzitutto dare un chiaro segnale di inversione di rotta, con le politiche economiche e sociali. Investire e rilanciare il welfare, puntando decisamente sul pubblico, incrementandone lo spazio e le risorse. E’ chiaro che per fare questo bisogna cambiare politiche fiscali, tassare le rendite e i patrimoni, far pagare chi si è arricchito fino a oggi, riequilibrando invece rispetto a chi sta in basso, i pensionati e i lavoratori innanzitutto. Combattere con decisione l’evasione e l’elusione fiscale, che sottraggono risorse ingenti al pubblico.
Per gli immigrati cosa proponete?
Anche in questo caso, una decisa inversione di tendenza: abrogare la Bossi-Fini, chiudere i cpt, riscrivere le norme sui flussi, puntando su programmazioni pluriennali, governando gli ingressi secondo le dimensioni reali del fenomeno e non strumentalizzando la paura dello straniero per giustificare misure repressive e proibizioniste. Soprattutto serve una nuova legge sulla cittadinanza: non hai la cittadinanza perché sei nato qui, ma perché lavori, paghi le tasse, vivi stabilmente in Italia. Parliamo di una svolta culturale oltre che politica.
Il lavoro è l’altro tema «caldo».
Sì, la nostra assemblea propone di abrogare la legge 30, per passare alla scrittura di una nuova legge sul lavoro. Le politiche liberiste di questi ultimi anni hanno puntato sulla divisione e sulla precarietà: hanno spinto gli occupati contro i disoccupati, i lavoratori forti contro i deboli, i produttori contro i consumatori. Ma è sbagliato parlare di precarietà pensando solo ai giovani e alla loro difficoltà di trovare lavoro, ai lavoretti cui sono costretti, insicuri e malpagati. L’insicurezza riguarda tutti, a cominciare dai pensionati, ma riguarda anche la gran parte della fascia media, del lavoro dipendente, che viene spinto a lambire la povertà. Il rapporto a tempo indeterminato deve tornare centrale, il lavoro a termine deve essere una pura eccezione, più costosa di quello stabile. Quanto al lavoro a progetto, anziché essere utilizzato per rapporti autonomi e limitati nel tempo, retribuiti più di quelli stabili, è stato utilizzato dalle aziende per risparmiare sui costi, mascherando dei rapporti subordinati: oggi tutto questo non è più accettabile.
Però l’Unione è sorda da questo orecchio. Non percepite la distanza tra quello che chiedete voi e quanto si propone il governo?
Noi non facciamo un’opposizione a priori: i ministri e la maggioranza facciano le loro proposte, le parti sociali concertino. Il governo di centrosinistra ha appena iniziato e si deve vedere cosa proporrà. E’ vero che il programma dell’Unione non è un manifesto anti-liberista, ma non è neppure un manifesto liberista, come era invece quello della Casa delle libertà. Ecco, in questo spazio di mezzo ci mettiamo noi come soggetti sociali, perché nella realizzazione delle scelte dell’esecutivo si punti sempre più in alto, e per fare questo, per ottenere una vera alternativa, non si può delegare tutto al solo governo o ai soli partiti, non si può lasciare tutto alla mediazione con la Confindustria. Noi dobbiamo premere dal basso, operare una spinta con la mobilitazione, per invertire la rotta. La partecipazione dei cittadini è fondamentale, questa capacità di autorappresentarsi si può dare solo dal basso, ma è questo movimento che dà vita alla politica, che la può spingere verso l’alto. Verso un’alternativa.