Abbattere l’Ici si può, la strada è quella della riforma fiscale

Ici sulla prima casa, abbatterla si può e nel programma dell’Unione è segnata la strada per giungervi.
La strada è quella della riforma fiscale: far pagare le tasse a tutti, colpendo lo scandalo dell’evasione fiscale; penalizzare la rendita parassitaria che è stata beneficiata dai provvedimenti del governo; spostare le risorse verso i ceti bassi e medi, secondo la formula: a pagare cominci la rendita, a prendere comincino i lavoratori e i pensionati. In altre parole, l’abolizione dell’Ici, non si realizza, come vuole Berlusconi, con un ulteriore strangolamento dei comuni, oltre quanto è già stato fatto in questi anni dal governo.

Ciò perché ci troveremmo di fronte a una beffa: i cittadini sarebbero di fronte a un giroconto, quello che ti levano con l’Ici lo pagheresti con gli interessi per gli aumenti dei servizi e delle tariffe a causa dei minori trasferimenti. Si realizza, facendo pagare la rendita, in particolare quella immobiliare parassitaria. Il meccanismo c’è ed è concreto. Primo: penalizzare il patrimonio abitativo tenuto sfitto, specialmente nelle grandi aree urbane, che spesso è una copertura al canone nero. Secondo: rendere l’Ici una imposta progressiva, abolirla sulla prima casa, renderla progressiva in base al numero e al valore delle abitazioni possedute. Terzo, abolire ogni sussidio ancora oggi esistente alla rendita immobiliare.

Forse non tutti sanno che, tra i vari scandali di questa Italia fondata sul favore alla rendita, c’è ne uno particolarmente odioso. Si tratta della detrazione forfettaria del 15% dell’affitto percepito dal proprietario che affitta a canone libero. Ebbene questa norma è nel Testo unico sull’Imposta sul reddito del 1986, anno in cui vigeva l’equo canone e, in quel contesto, la norma poteva avere un senso: la legge ti fissa un tetto all’affitto, tu sei compensato da una detrazione fiscale. Qual è la motivazione economica, e aggiungerei morale, per la quale questa norma debba valere ancora oggi, per coloro che non accettano il canone concordato e scelgono il libero mercato? Si badi bene, si tratta di oltre 1miliardo di euro l’anno di minori entrate per il fisco, ovvero circa la metà dell’intera copertura per le minori entrate per abolire l’Ici sulla prima casa (il cui costo è stimato poco sopra i 2 miliardi di euro).

Insomma, il minor gettito derivante dall’abolizione dell’Ici sulla prima casa, va compensato dalla fiscalità generale, spostando il prelievo verso i rentiers.

Per realizzare questo spostamento, si può pensare, anche per non determinare un contraccolpo di liquidità immediata per i comuni, di far continuare il prelievo così come avviene oggi e istituire una forma di detrazione fiscale per la prima casa. Per verificarne l’impatto, si può escluderne dall’applicazione le abitazioni di lusso e i redditi altissimi, quelli che si collocano oltre l’ultima aliquota dell’Irpef. Almeno in una prima fase, perché il principio da affermare è che la casa di abitazione è un valore d’uso e non di scambio. Il problema, anche nel caso dell’Ici, è che Berlusconi non è assolutamente credibile. Sono tre finanziarie che proponiamo, attraverso questo meccanismo concreto di salvaguardia dei bilanci comunali, che l’Ici sulla prima casa di abitazione venga abolita e il governo Berlusconi ha detto sempre di no.

Ora, il Presidente del Consiglio, che con la sua politica è la causa dei guasti, invece di rispondere di ciò che di male ha fatto e di ciò che di buono non ha fatto, veste i panni del Masaniello, cercando di cavalcare l’opposizione a se stesso.

La questione della casa è emblematica, come la vicenda paradossale dell’Ici dimostra. Ma c’è dell’altro e possiamo attenderci il rilancio di un’altra boutade populista: la vendita a riscatto delle case popolari a chi ci abita. Anche qui, nessuna difesa: dobbiamo dire che si tratta di una proposta sbagliata e pericolosa. Sbagliata in quanto il problema oggi in Italia non è dare la casa a chi ce l’ha, è darla a chi non ce l’ha perché viene sfrattato o perché non può permettersi affitti che costano oltre lo stipendio medio di una persona normale. Pericolosa perché scarica sugli attuali assegnatari di case popolari i costi della manutenzione di un patrimonio abitativo degradato e, soprattutto, perché indica una strada opposta a quella necessaria: accrescere l’offerta pubblica di edilizia sociale portandola verso la media europea, il che significa triplicarla.