A trent’anni dalla morte di Giuseppe Alberganti

Trent’anni fa, nella notte tra il 2 e il 3 novembre, moriva a Milano Giuseppe Alberganti.
Era presidente del Movimento Lavoratori per il Socialismo (Mls), organizzazione in procinto, proprio in quei giorni, di avviare il processo di unificazione con il Pdup per il Comunismo, ma in passato era stato comandante partigiano (Cristallo il suo nome di battaglia), segretario della Camera di Lavoro di Milano dopo la Liberazione e, quindi, dal 1947 fino al 1958 segretario della Federazione milanese del Pci, partito per il quale fu anche eletto dapprima al Senato della Repubblica e poi, dal 1958 al ’63, alla Camera dei Deputati. Nel 1970 ad Alberganti non venne rinnovata la tessera del Pci perchè il 25 aprile di quell’anno aveva accettato di parlare, a Milano, in piazzale Loreto a decine di migliaia di giovani studenti e lavoratori riuniti sotto le bandiere del Movimento Studentesco. Da quel momento per Peppino – così lo chiamavamo affettuosamente noi ragazzi di allora – sarebbe iniziato un nuovo percorso politico, a fianco delle nuove generazioni scese in politica a partire dal 1968.
Alberganti, nato a Stradella il 24 luglio 1898, mi aveva lasciato un testo di 68 fogli manoscritti che aveva steso in vista di un libro-intervista che avremmo dovuto scrivere insieme: la sua morte improvvisa interruppe quel progetto, che io comunque in parte ripresi alcuni anni dopo, nel 1996, dando alle stampe, per i Quaderni dell’Archivio della Cgil di Milano, un volumetto intitolato Autobiografia di un sovversivo 1898-1923 (giacchè il manoscritto si fermava appunto a quella data).
A distanza di un trentennio la figura di Alberganti, formatosi negli anni della Terza Internazionale, non cessa di parlare a quanti, nel nostro tempo martoriato, ritengono che una prospettiva di radicale trasformazione degli assetti sociali e politici non sia definitivamente svanita, ma anzi richieda in primo luogo uno sforzo di elaborazione culturale. Quell’uomo austero, fiero del suo passato di lotte e di conquiste politiche e civili, aveva, in fondo, saputo mettersi in discussione aprendosi al nuovo, senza paure e senza alterigia. “Il Pci non capì il movimento studentesco”, disse in un’intervista, “si chiuse, ritenne fossero da rigettare in blocco le critiche che da quel movimento venivano mosse. E in questo sbagliò enormemente. Io ero ancora un membro del partito quando, nel ’68, mi avvicinai agli studenti, li frequentai, cominciai a discutere con loro. Sentivo che cambiava qualcosa in seguito al peso enorme delle nuove generazioni che entravano sulla scena politica. Dal ’68 al ’70 mi immersi sempre più nella realtà delle lotte studentesche e operaie discutendo al tempo stesso con il mio partito per far capire che il posto dei comunisti era in mezzo alle lotte che si sprigionavano, per comprendere il nuovo che nasceva”.
Una lezione non solo per il presente, ma anche e soprattutto per l’avvenire. Credo che questa testimonianza abbia un grande significato anche per noi, donne e uomini del 2010, che ci accingiamo a varare il progetto della Federazione della Sinistra, la quale tutto dovrà essere, a mio avviso, fuorchè una semplice sommatoria di apparati e una stanca riproposizione dei vecchi assetti organizzativi e concettuali. Oggi, di fronte alle moltitudini che, ribellandosi, irrompono in vario modo sulla scena della lotta di classe, portatrici di differenti identità e di molteplici interessi, dobbiamo saper elaborare una cultura politica all’altezza della sfida, capace di intercettare la ribellione di quelle moltitudini e di valorizzarla per quello che è, nel suo potenziale strategico. Senza chiusure e senza arroccamenti, in una logica realmente inclusiva.

*neoiscritto alla Federazione della Sinistra