A tre anni dall’invasione dell’Iraq, il movimento in piazza contro la guerra e per il disarmo

Per ribadire con nettezza l’opzione della pace e del disarmo nonché il no dell’opinione pubblica mondiale alla guerra “infinita e preventiva”, il movimento contro la guerra torna in piazza sabato 18 marzo, terzo anniversario dell’aggressione all’Iraq. Lo fa, qui in Italia, in una sorta di vuoto pneumatico. Inutile girarci attorno: c’è, in questa fase pre-elettorale, una marcata tendenza a sottodimensionare la discussione sulle emergenze internazionali e, in tale contesto, ad attenuare la portata delle questioni concernenti la pace e la guerra. A conferma di ciò, basta considerare da ultimo l’esiguo spazio concesso a tale materia nel corso del recente duello televisivo tra i due candidati a premier, con un’unica e fugace domanda e le relative rapidissime risposte.
La suddetta tendenza si configura in primo luogo come calcolo elettorale, a partire dalla constatazione di una dominanza della politica interna e dell’assoluta urgenza della condizione economico-sociale del Paese. Ciò fa supporre – sul piano della percezione collettiva – una maggiore lontananza delle vicende internazionali, anche di quelle più tragiche. Qui è bene esprimersi con chiarezza: si tratta di un calcolo drammaticamente miope, oltre che politicamente inaccettabile. Non mi riferisco semplicemente alle ragioni di principio di quanti considerano come parte essenziale del loro impegno internazionalista o anche di quello pacifista la solidarietà con i popoli che subiscono un’aggressione bellica e un’occupazione militare, come è il caso del popolo palestinese ed iracheno. Più in generale, intendo dire che l’opposizione alla guerra resta un’opzione politica dirimente per una larga parte dell’opinione democratica: quel 70% di cittadini che i sondaggi confermano a tutt’oggi dissenzienti rispetto alla compartecipazione italiana nell’occupazione dell’Iraq è l’indice di una divaricazione tra il Paese reale e le scelte, le priorità della rappresentanza istituzionale.
D’altra parte, non vi è dubbio che il peggioramento delle condizioni materiali renda la vita di una consistente parte della popolazione ogni giorno più esposta all’incertezza e che tale situazione debba essere posta al centro della proposta politica: ma lo stato di guerra è, per definizione, il culmine dell’incertezza. Parliamo della guerra così come si presenta oggi, nell’attuale fase di capitalismo globalizzato a egemonia Usa: nella forma cioè di conflitti bellici mai dichiarati, di missioni di “polizia internazionale”, di bombardamenti “mirati” (che non sono meno devastanti per il fatto di proclamarsi dispensatori di “civilizzazione democratica”); oppure – a discrezione di “lorsignori” – nella forma più subdola di missioni civili/militari con l’obiettivo di “mantenere” o “costruire la pace” (peacekeeping o peacebuilding), nei fatti occupando con la forza Paesi al fine di consolidare interessi economici e politico-strategici. Persino sul piano della sicurezza interna – a prescindere quindi da qualsiasi considerazione di carattere etico-politico – gli avvenimenti degli ultimi anni dovrebbero aver convinto anche i più indolenti circa l’illusorietà di preservare dalla guerra la cittadella fortificata dell’Occidente: non c’è una normalità della guerra, oggi meno che mai.
Tuttavia, al fondo di tale minimizzazione elettorale, c’è dell’altro. In una recente lettera al Corsera il generale Luigi Caligaris osservava: “(…) La macchina del Pentagono è in moto, aumentano del 15% le forze speciali e gli investimenti nelle alte tecnologie. (…) Si riduce moltissimo la già modesta dipendenza americana dagli alleati europei. La cosa preoccupa Francia, Germania e Gran Bretagna. Perché non l’Italia?” (Corriere della Sera, 4-3-2006). Già, perché? Qualche giorno fa, abbiamo letto sul Riformista la seguente notizia: “Fonti dell’industria bellica europea ci hanno rivelato che negli ultimi tre mesi la domanda di produzione è lievitata ‘follemente’, specialmente da Stati Uniti e Gran Bretagna. La massa di ordini di munizioni e pezzi di ricambio – ci raccontano – non è assolutamente compatibile con una normale attività di riparazione e mantenimento” (Il Riformista, 10-3-2006). Tali constatazioni non sembrano lasciare adito a dubbi: c’è un consistente incremento strutturale delle spese militari, trainato dagli Usa, e c’è ora – in particolare – un picco non fisiologico delle medesime. L’escalation di minacce nei confronti dell’Iran hanno completato il quadro, a conferma che i venti di guerra, quale che sia l’egida sotto cui li si intenda far soffiare, lungi dall’attenuarsi erano già visibilmente destinati ad intensificarsi. Per questo può stupire solo gli ingenui l’ennesimo pamphlet iperbellicista ufficializzato in questi giorni dall’establishment Usa, cui ha fatto immediatamente seguito la ripresa in grande stile della devastazione militare del territorio iracheno. Parimenti, non può purtroppo più di tanto sorprendere l’ennesima provocatoria incursione a Gerico del fedele alleato di Washington, Ehud Olmert. Il movimento contro la guerra e la piattaforma della manifestazione del 18 marzo, oltre a rivendicare il ritiro di tutte le missioni con evidenti finalità belliche, chiede al futuro governo ancora una volta e senza possibilità di equivoci di non coinvolgere il nostro Paese – le sue risorse, i suoi militari, il suo territorio – in alcuna ulteriore impresa di guerra, qualunque sia la fonte di una tale avventura. C’è chi intende domare il mondo a colpi di bombe democratiche: nessun vero democratico può permettersi di glissare su una tale irresponsabile prospettiva.
Per contrapporci ad essa, costruendo contro di essa un’opposizione di massa, siamo chiamati a mobilitarci. Qualche decennio fa, c’era chi pensava anche qui in Italia di organizzare brigate internazionali a sostegno della resistenza vietnamita. I vietnamiti risposero: ”No grazie, il vostro compito è costruire lì da voi un’opposizione all’aggressione imperialista, è far sapere alla vostra opinione pubblica quello che sta succedendo qui”. In condizioni storico-politiche mutate, resta l’obiettivo di consolidare un movimento ed estendere – quanto più è possibile e nella chiarezza dei contenuti – un’opinione diffusa contro la guerra . Un’azione di massa e comprensibile ai più resta il vero e unico modo di supportare chi resiste all’aggressione militare e all’occupazione del proprio Paese. Per questo siamo in piazza oggi 18 marzo.