A sinistra il Pd nasce subito egemone, Rifondazione è un sole spento

Rifondazione comunista attende con tensione emotiva la manifestazione del 20 ottobre contro la politica del governo su lavoro e precarietà. La macchina è in moto da mesi e un fallimento della mobilitazione è un’ipotesi che a via del Policlinico vogliono scongiurare. A costo di far ricorso alle berlusconiane “truppe cammellate”. Dopo il tonfo di piazza del 9 giugno scorso (appuntamento convocato per contestare la visita romana di Bush), quando sotto le bandiere della Cosa rossa si presentarono poche decine di persone, un’altra piazza abortita certificherebbe la crisi di Rifondazione, Ma il tema “crisi della sinistra” è già all’ordine del giorno tra gli intellettuali organici. Basta leggere il Manifesto. Venerdì Rossana Rossanda descriveva la propria area politica ridotta “a essere un recinto di protesta, un luogo puramente simbolico”. Così Rifondazione appare sempre di più un partito lasciato solo dalla propria forza storica, i movimenti di estrema sinistra (parte dei quali il 20, ancora una volta, non saranno in piazza), ma anche un partito in crisi identitaria e di consenso (certificato dalle passate elezioni amministrative). Sperso di fronte all’uscita della sinistra dies-sina « post de dalla vecchia botanica delle tante querce e delle margherite. Perché la loro debolezza vegetale adesso sta diventando forma Partito, con ambizioni riformiste ed egemoniche all’altezza della maiuscola.
A suo tempo, quando di Pd si cominciava a parlare sul serio, Fausto Bertinotti intuì le implicazioni che la scomparsa di una coda post ideologica avrebbe avuto. Lo scrisse su Alternative per il socialismo. “La strada è un grande progetto di sinistra unita e plurale”. Lo ha ripetuto anche ieri, rilanciando la manifestazione del 20 come un positivo momento di aggregazione. D’altra parte Bertinotti sa che il suo partito ha rappresentato un’idea tonica finché era capace di erodere da sinistra il bacino elettorale dei Ds. Ma una volta scomparso il partito postcomunista, anche il partito della “Rifondazione” rischia di perdere la propria quota di allure da vecchio Pei, per spegnersi come un sole antiquato.
Come ha ricordato Vittorio Foa, deve confrontarsi con il nuovo Partito democratico, un progetto politico e culturale che dopo il 13 ottobre ha anche una guida capace di sintetizzare le istanze movimentiste con le oligarchie e il grande potere economico; Walter Veltroni. Il Pd è un partito che può diventare maggioritario a sinistra pur ospitando molta destra al proprio interno (basta sommare i consensi veltroniani a quelli di Enrico Letta). E’ stato Foa, un padre della sinistra, ad ammonire Bertinotti (al Tg3): “Non possiamo dire che c’è una sinistra vera e giusta e una no. Credo che Bertinotti abbia tradito un po’ la sua sicumera”, bollando il Pd come un progetto altro dalle istanze sociali e del lavoro. Oltretutto la Cgil oggi è in rotta con il Prc e dialoga con il Pd. E si aggiungono altri segnali di un interesse propriamente “di sinistra” nei confronti del Pd. La lista di Vincenzo Vita, “A sinistra per Veltroni”, alle primarie appena celebrate, in alcune grandi città ha lambito il 30 per cento delle preferenze. Un allarme che la Sinistra democratica di Fabio Mussi ha percepito, rilanciando subito il processo di unità con Rifondazione: “Prima di perdere pezzi”. Perché Vita è un ex del correntone Ds che ha deciso di stare dentro il Pd.
Dunque sempre di più, specie di fronte alla fretta e alla concitazione dei toni, l’idea di una sinistra unita appare un ultimo appiglio per Rifondazione. Il segretario, Franco Giordano, ha persino lanciato l’idea di un tesseramento preventivo alla Cosa rossa. Un’accelerazione unitaria rifiutata dagli alleati (Pd-ci e Verdi) e da segmenti dello stesso Prc: l’onorevole Ramon Mantovani, parlando con il Foglio, la definisce “un errore”, anzi “una pagliacciata”. Ovvero un progetto oscillante che rischia il naufragio contro lo scoglio Veltroni, contro la Cgil e il protocollo sul welfa-re. Perché, come dice Rossanda, i bertinottiani “non sono riusciti a disincantarsi dalla tagliola ‘stare al governo o uscirne'”. E proprio perché, per convenienza o per necessità, hanno deciso di restare aggrappati a un Pd che medita di lasciarli affogare.