A Sergio Cofferati, sindaco di Bologna

Mi ritengo parte in causa, per questo mi permetto di intervenire sul problema delle repressioni contro i «poveri illegali». Solidarietà con gli ultimi significa per me sempre meno paternalismo assistenziale e caritativo e sempre più invece partecipazione «in solido» alla sorte degli emarginati e insieme al loro impegno verso la società dei diritti globali. Questo percorso, che è esistenziale e morale ancor prima che politico-sociale e che per me ha anche una non secondaria valenza evangelica, è stato alimentato dalla stessa testimonianza di Sergio Cofferati.

Povertà fuori legge

Parlo in prima persona perché non voglio essere generico. La mia situazione però è quella di molti, siano persone singole, movimenti, associazioni. Siamo parte in causa negli eventi repressivi contro i «poveri illegali» compiuti dall’amministrazione bolognese. Partecipi «in solido» della condizione dei colpiti. Ma in qualche modo partecipi anche della responsabilità degli amministratori. Non siamo indifferenti verso le responsabilità amministrative e politiche. Anzi la nostra linea è quella della collaborazione. Il conflitto si svolge all’interno di ognuno di noi. E ci interroghiamo.

Il primo problema riguarda la tensione fra legalità e illegalità nelle situazioni al limite della sopravvivenza fisica e psichica. Negli episodi bolognesi i poveri sono colpiti in quanto illegali. La loro illegalità è palese e talvolta provocante. Ne conosciamo bene i risvolti anche inquietanti. Ma è legale la loro povertà? Qui a Firenze abbiamo fatto di recente un Convegno internazionale organizzato dalla Presidenza del consiglio comunale che aveva per titolo: «dai poveri illegali alla illegalità della povertà». E’ stato un incontro non tanto di parole quanto di socializzazione di analisi e percorsi concreti. La Conferenza fiorentina si è conclusa con una «Dichiarazione di Firenze sulla illegalità della povertà». Se la società è insicura e sull’orlo di un collasso, è lì che si deve porre l’attenzione, sull’illegalità della povertà, passando talvolta anche attraverso scelte che assumano l’illegalità come metodo per raddrizzare il cammino di una legalità distorta e pericolosa.

E siamo al secondo problema: l’illegalità come metodo per affermare il diritto. Fu, ad esempio, la scelta vincente di Rosa Parks, morta in questi giorni. Nel 1955 trasgredì provocatoriamente la legge dell’Alabama sulla segregazione. «Perché mi spintoni?», disse all’agente che l’aveva sollevata di peso dal posto riservato ai bianchi sull’autobus. «Non lo so – rispose l’agente – so che è la legge e io devo farla rispettare». Forse nel suo intimo egli pensò che il rispetto della legalità era l’unico sistema per difendere i diritti dei deboli. I quali, in un sistema di illegalità, sono proprio quelli che ci rimettono di più. Era per difendersi dalle orrende aggressioni razziste che perfino gli stessi neri puntavano alla rigorosa applicazione della legge. Non la pensava così Rosa. La pagò cara ma alla fine la sua ribellione fu la scintilla che salvò la società americana dal baratro del razzismo su cui stava pericolosamente scivolando.

La resistenza illegale

La sua testimonianza è quanto mai attuale e costituisce un modello non solo per la solidarietà militante ma, con tutte le cautele del caso, anche per tanti amministratori lungimiranti e coraggiosi. Devo aggiungere come elemento fondamentale la scelta assolutamente nonviolenta di ogni lotta per la giustizia. Del resto chiunque sa bene che il percorso dei diritti, prima che fossero sanciti come leggi, è stato lastricato di illegalità. Stefano Rodotà ci ricorda che «Lotta per il diritto» è il titolo di un classico del pensiero giuridico, scritto addirittura nel 1872 dal giurista tedesco Rudolf von Jhering, diffuso in Italia da Benedetto Croce negli anni `30 del Novecento, per sostenere la resistenza talvolta illegale contro il regime della legalità che viola diritti fondamentali.

Il terzo problema consegue al precedente: la tensione fra legge e diritto. Lo dice con la competenza che gli è propria Gustavo Zagrebelsky: «La `forza di legge’ è stata al servizio, di volta in volta, della ragione rivoluzionaria dei giacobini; del compromesso moderato tra il monarca e la borghesia liberale contro il socialismo; dell’autoritarismo liberale della fine dell’Ottocento; delle riforme democratiche dell’inizio del Novecento e delle dittature di destra e di sinistra che ne sono seguite. La legge era la legge, benefica o malefica, moderata o crudele che fosse e nessun diverso diritto le si poteva contrapporre. Lo stato che operava secondo leggi era, per ciò solo, legale e legittimo».

Che cosa il costituzionalista propone? Anzitutto fa un’autocritica per aver isolata la legalità nel mondo del puro diritto positivo e poi indica una specie di rivoluzione culturale: « il primo compito di chi agisce per la Costituzione è per l’appunto di trascendere l’artificio per trasformarlo in forza culturale, vivente nella natura della società». E siamo al dunque: certi gesti repressivi contro i «poveri illegali», pur considerati necessari, inviano alla società un messaggio distruttivo. Si dispensa chiusura, egoismo e grettezza. Mentre il problema è la crescita culturale della gente.

L’attuale scontro nelle città

Il nuovo ordine mondiale ha un progetto perfettamente opposto: la città della competizione globale, della guerra di tutti contro tutti, del patto «mafioso» fra privilegiati per escludere chiunque resti indietro. E’ questo lo spessore dello scontro che si svolge a Bologna e nelle altre città sugli emarginati e gli immigrati. I gesti repressivi ci daranno anche sicurezza, e non è affatto certo, ma ci tolgono l’anima. Mentre occorre creare una cultura nuova che partendo da un’avveduta autocritica avvicini in modo nuovo la legalità ai problemi della vita reale a partire dalla vita degli emarginati, degli impoveriti, dei senza diritti di oggi. Solo così ritengo che si è credibili nel combattere l’attuale illegalità al potere che «per forza di legge» attenta in realtà pericolosamente alla Costituzione.