A Sartori consiglio di leggere Marx

Siamo per caso di fronte a una “presa di coscienza della borghesia” riguardo al diffondersi e all’intensificarsi della crisi ambientale a livello planetario? Stando allo spazio che ieri il Corriere della Sera ha dedicato a un editoriale di Giovanni Sartori si sarebbe tentati di rispondere affermativamente. Sulla scia dei tragici eventi di New Orleans il professor Sartori interviene infatti con la seguente, duplice riflessione. Da un lato egli dichiara bruscamente che, come dimostrerebbe il fallimento della pianificazione sovietica, il mercato capitalistico rappresenta “uno strumento insostituibile per la determinazione dei costi e dei prezzi”. Dall’altro lato, però, Sartori aggiunge che di fronte alla minaccia del disastro ecologico il mercato è intrinsecamente incapace di “salvarci”.
Troviamo un po’ deludente che il professor Sartori si accodi alla moda imperante di trattare con leggerezza la complessa questione del rapporto tra pianificazione economica e determinazione dei prezzi. I conoscitori del dibattito sul “calcolo economico socialista” ricorderanno in proposito che, sul piano strettamente tecnico, lo stallo del sistema sovietico non scaturì affatto da un deficit di funzionamento del meccanismo pianificato di formazione dei prezzi, ma al contrario da quello che si definisce un suo “eccesso di efficienza statica”. Proprio la straordinaria efficienza del piano, infatti, in una prima fase consentì ai bolscevichi di compiere salti da gigante lungo la via obbligata dell’inseguimento dell’Occidente capitalistico sul terreno della industrializzazione. La medesima efficienza, tuttavia, produsse anche un irrigidimento nella struttura del sistema, che rese i sovietici del tutto inermi di fronte alla sfida successiva lanciata dall’Occidente con lo sviluppo della cosiddetta “società dei consumi”. La pianificazione sovietica, insomma, è tecnicamente andata in crisi non per un deficit di efficienza nella determinazione dei prezzi ma per la difficoltà di adattarsi alle continue sfide lanciate dal capitalismo sul versante, guarda caso, della crescita economica illimitata e cornucopiana. Il che, in una fase in cui proprio quest’ultima mostra la corda, dovrebbe forse indurre ad una maggiore prudenza nell’analisi della pianificazione, sia dal punto di vista teorico che delle sue concrete applicazioni storiche.

Ad ogni modo, non pretendiamo qui di imbastire una lezione di teoria e storia economica per il professor Sartori, che è uomo di vasta e invidiabile cultura e la cui sincera vocazione ambientalista merita tutto il nostro rispetto. Il nostro problema in questa sede è di capire se il modo in cui egli affronta il tema dei fallimenti del mercato possa considerarsi soddisfacente, o se presenti invece dei vizi logici e politici tali da rendere “lettera morta” le sue esortazioni verso un maggiore intervento pubblico nel campo della salvaguardia ambientale. A questo riguardo, il limite principale che sembra accomunare Sartori e la maggior parte degli ecologisti riguarda il modo in cui essi interpretano la pressione crescente dello sviluppo capitalistico sul vincolo delle risorse naturali. Essi infatti trascurano del tutto la possibilità che questa pressione stravolga le attuali condizioni di riproduzione dei rapporti sociali, e preferiscono invece concentrarsi direttamente sulla eventualità che la medesima pressione finisca per compromettere le condizioni di riproduzione della stessa vita sulla Terra.

Per quanto la plausibilità di un apocalisse ambientale sia ormai un dato scientifico incontrovertibile, questa tipica fretta di giungere alla “fine della Storia” sembra denotare una macroscopica carenza di strumenti per lo studio dei processi sociali in corso. Non è un caso in tal senso che Sartori e molti altri ambientalisti amino appellarsi alla umanità presa come un tutto, anzichè alle classi e ai gruppi di interesse che la compongono e che ne costituiscono le vicende.

Naturalmente, data la collocazione culturale e politica del professor Sartori, comprendiamo la difficoltà di introiettare il vecchio insegnamento di Marx ed Engels, secondo cui la storia di ogni società è storia di lotte di classi. Tuttavia facciamo notare che rinunciando alla cosiddetta “analisi di classe” non si riuscirà mai ad individuare il soggetto sociale, e quindi politico, sul quale la crisi ambientale maggiormente si ripercuote e dal quale quindi ci si può attendere un concreto interesse a mutare il corso degli eventi.

Di questo impossibilità lo stesso Sartori offre involontariamente una dimostrazione. Egli infatti dichiara che il mancato sviluppo di fonti energetiche alternative, pur in presenza di una forte crescita dei prezzi del petrolio, dipenderebbe dalla incapacità del mercato capitalistico di “guardare al futuro”, ossia di generare investimenti attualmente non profittevoli ma che alla lunga potranno esserlo. Il guaio di questa affermazione è che essa lascia in sospeso il seguente, cruciale interrogativo: perchè mai, nonostante il boom del greggio, le attività economiche che si basano su di esso risultano tuttora altamente profittevoli? La risposta è facilmente rintracciabile nei dati internazionali relativi alle quote distributive: contrariamente a quanto avvenne durante la crisi degli anni ’70, infatti, l’attuale crescita del costo del petrolio non si sta ripercuotendo sui profitti, ma sta ricadendo pressochè interamente sui salari! In altri termini, oggi più che mai le imprese riescono a scaricare sui lavoratori il peso delle rendite spettanti ai proprietari di risorse primarie. Se a ciò si aggiungono le crescenti evidenze empiriche atte a mostrare che l’inquinamento e i disastri naturali colpiscono le popolazioni in modo assolutamente asimmetrico, ricadendo principalmente sulla classe lavoratrice e sui ceti più deboli della società, si arriverà finalmente a comprendere il punto chiave dell’intera questione: all’interno della meccanica capitalistica non sussiste alcun credibile incentivo ad affrontare la questione ecologica, poichè essa di fatto non incide sui fondamentali interessi delle classi dominanti.

Nessuna presa di coscienza della borghesia, dunque. La verità è che – al di là dell’elemosina di tanto in tanto concessa alle vittime dei disastri ecologici – la questione della tutela ambientale potrà assumere concreto rilievo politico solo attraverso un continuo sforzo di intersezione tra l’analisi dello sfruttamento della natura e l’analisi dello sfruttamento del lavoro. Si tratta di un’impresa ardua, visto che il funzionamento stesso del capitalismo tende ad esaltare le contraddizioni tra ambiente e lavoro, e a celare invece i loro destini comuni. Tuttavia si tratta di un’impresa necessaria. In assenza di un preciso riferimento alla classe lavoratrice, infatti, le generose invocazioni degli ecologisti risulteranno mere parole al vento.