A Rebibbia il blues del Tevere firmato Ardecore

Prendete un personaggio come Giampaolo Felici, alias Blind Loving Power, cresciuto nel blues più sporco e nero, mescolatelo con Geoff Farina, il leader dei Karate, una delle band statunitensi post-rock più amate “in the world”, aggiungete un pizzico di romantica follia degli Zu, la genialità improvvisatrice di Luca Venitucci, già al fianco di Lou Reed con gli Zeitkratzer, e l’eccentrica creatività di un piccolo guru della musica contemporanea come Valerio Borgianelli. Costringete questo apparentemente improbabile ensemble a misurarsi con le canzoni della tradizione romana più antica e quello che ottenete è Ardecore. Nato quasi per gioco il progetto è diventato prima un disco pubblicato dall’etichetta de “il manifesto” e ora un tour, iniziato la settimana scorsa e destinato ad andare avanti per qualche tempo. In Ardecore le ballate della malavita e del carcere, dell’amore, della violenza e della morte inventate dagli antichi cantastorie trasteverini tornano alla vita innervati da un suono e una rielaborazione che guarda più a Tom Waits o ai Calexico che ai neomelodici di casa nostra. E’ Felici stesso a raccontarci quando è nata l’idea. «Il progetto nasce nella primavera del 2002 durante il tour europeo dei Karate con Zu e Blind Loving Power a fare da apertura. I concerti, estremamente vari, venivano aperti e chiusi da vecchi dischi di musica romana giusto per depistare il pubblico». Dalla genesi dell’idea di registrare e riproporre i brani più scuri della tradizione popolare romana alla nascita del disco passano dunque tre anni… «Beh, non doveva andare così. Alla fine del tour Geoff Farina propone di rivedersi di lì a breve per registrare, ma poi sia Karate che Zu continuano la loro attività live e discografica mentre io, dopo un breve tour in Belgio da solo, ho lavorato all’apertura dell’Init di Roma, un ponte tra i musicisti del mondo e quelli romani. E’ proprio in occasione dell’inaugurazione dell’Init che è ripartito tutto». Il successo del disco ha un po’ spiazzato l’ambiente. «Noi crediamo sempre in quello che facciamo – dice il musicista – ma se dicessi che avevamo previsto tutto, tour compreso, sarei un bugiardo». Per Felici la loro musica è blues: «Anzi folk blues. E’ il suono dell’anima di uomini e donne vissute sulle rive del Tevere e non sul delta del Mississippi». Per quanto riguarda i brani «il disco si divide in tre capitoli di tre episodi ciascuno, richiamando alla memoria le tavole dei cantastorie, che per noi restano i veri padri della canzone italiana. Nel primo capitolo l’ambientazione è quella del carcere, della malavita, dell’amore, del dramma della morte, della strada verso l’amore divino. Nel secondo la morte sale in cattedra e il Tevere diventa lo scenario della sua azione drammatica. Il terzo trittico è dedicato alla struttura della “serenata”, il fiore all’occhiello della musica popolare romana, la radice della melodia italiana più pura, quella che non teme il confronto con il tempo». Insomma, in un’epoca di globalizzazione della musica che tutto appiattisce in ossequio alle regole del mercato multinazionale, gli Ardecore rivendicano la diversità delle culture senza rinunciare all’universalità del linguaggio. A voler cercare paragoni diversi dal già citato Tom Waits, fanno venire in mente le esperienze mariachi di Willy DeVille e la Weddings And Funerals Band di Goran Bregovic. I paralleli non entusiasmano il gruppo. «Fin dall’inizio – racconta Felici – ci siamo impegnati a evitare un’operazione intellettuale e asettica. La verità è che siamo musicisti e proviamo un grande piacere a suonare per il pubblico. Per questa ragione Ardecore non è rimasto solo un prodotto discografico ma è partito in tour. E l’accoglienza del pubblico conferma la nostra scelta». Il giro iniziato giovedì scorso a Brescia tocca venerdì 18 il carcere di Rebibbia.