A proposito di nani, ballerine e altre storie…

Ora che il sipario sembra essere calato sulla penosa vicenda delle candidature berlusconiane di “nani e ballerine”, vorrei dire la mia non solo sul siparietto Veronica Lario-Silvio Berlusconi, che tanto appassiona i commentatori locali (e, stranamente, alcune femministe; meno la gente comune, che al massimo commenta, come i miei vicini di casa, “at vist che la Veronica la s’è inrabìda?”, ma anche su ciò che traspare dai commenti giornalistici e politici. Riassumendo: il Berlusca fa trapelare notizie sulle candidature di veline o ditonzole; la moglie Veronica dichiara che si tratta di candidature che insultano tutte le donne e che servono solo per il sollazzo dell’imperatore; l’imperatore squaderna le lauree delle candidate reali (tre); il cosiddetto “leader dell’opposizione” Franceschini commenta con un patetico: «Berlusconi non conosce le fatiche delle italiane»; l’imperatore, a sua volta, torna sulla predilezione per le belle donne già sfoderata negli dimenticati commenti sugli stupri e dice di preferirle a certi esponenti della sinistra, maleodoranti e malvestiti. I commentatori si scatenano su veline, ditonzole e rapporti di coppia (e patrimoniali) del nostro ineffabile presidente del consiglio, e in qualche (sciagurato) caso tirano in ballo quel “il privato è politico” che ha caratterizzato un’intera stagione del neofemminismo novecentesco.

Non ho nulla contro i nani e le ballerine che, al massimo, se, come ritengo legittimo, si candidano al Parlamento, contesto nel merito delle politiche che propongono, e non per i centimetri che raggiungono o per il mestiere che esercitano (Brunetta potrebbe essere alto due metri, ma lo troverei ugualmente arrogante, presuntuoso, pieno di disprezzo per chi lavora, all’oscuro di cosa significhi lavorare, pubblico impiego compreso e quindi incompetente della materia). Appartengo ad una generazione che ha conosciuto “scandalose” candidature (Cicciolina e pornostar varie candidate dai radicali qualche decennio fa, per esempio) su cui ha aperto una discussione politica, che mi sembrò allora capace di non seppellire né le donne chiamate in causa, né la politica, sotto il peso del ruolo femminile canonizzato, che oggi è invece riesumato proprio da chi quella canonizzazione dovrebbe, forte ormai di una tradizione, femminile e di sinistra, che sta avviandosi a diventare persino storia, combattere e lasciare alle sirene della destra.

Quando si dice che le veline non vanno candidate, che servono per il sollazzo dell’imperatore e che non si tratta di belle donne ma di donne “facili” (Lidia Ravera su Liberazione!), esaltando l’indignazione della moglie di chi le candida, cosa si dice in realtà? Che esiste una categoria di donne che pensavamo di aver seppellito, che corrisponde alle antiche “puttane”, a cui si contrappone un’altra categoria di donne, che ugualmente pensavamo di aver seppellito, quella delle “sante”, ovviamente coincidente con le madri, mogli, sorelle, figlie… Le sante devono starsene a casa (come Veronica) a difendere i propri figli (pazienza se di secondo letto, per una volta, trattandosi del premier, si può chiudere un occhio); le altre, le donne “facili”, facciano il loro mestiere in tv, ma non pretendano di entrare in politica, cosa riservata ad una terza categoria di donne, né sante né puttane, che al momento non saprei definire. Una prima definizione la dà il Berlusca: quali veline? sono tutte laureate… Mi piacerebbe che lo stesso impegno il premier lo mettesse nel dire, anche: quali co-co-co, para-dipendenti, call centeriste, dequalificate… sono tutte laureate! Sarebbe un bel passo: se, seguendo il suo ragionamento, una velina, purché laureata, può entrare in Parlamento, allora anche una precaria potrebbe avere speranza di vedersi riconosciute competenza e qualifica e di arrivare ad un posto di lavoro adeguato e stabile… E questa è una. La seconda definizione la dà il leader della cosiddetta opposizione, Dario Franceschini: quali belle donne? Le italiane sono donne che molto faticano e le candidature delle veline le insultano. Non so se il mestiere di velina sia un lavoro che non comporta fatica (solo a tener lontane le mani e le insinuazioni, di fatica ce ne vuole parecchia). Quel che so è che sono stufa, arcistufa, nauseata che, ancora nel terzo millennio, si porti a “giustificazione” di una candidatura femminile la capacità delle donne di sopportare (come sopportano) grandi fatiche.

Vogliamo, per una volta, uscire da questo paradigma – Franceschini non me ne voglia, so che non è la sua tradizione – terzinternazionalista? Una donna ha diritto ad essere candidata in Parlamento e ovunque, non in ragione del tipo di lavoro che fa e del fatto che quel lavoro comporta fatica, ma delle cose che sa e che sa proporre nel campo specifico che sceglie per il suo impegno e per realizzare il suo desiderio. Berlusconi non offende le donne perché “faticano”, le offende perché quando ne parla mette il loro corpo, anzi il loro aspetto, prima del loro cervello. C’è poi Veronica. Trovo disgustoso aver mandato in tv (come ritorsione?) una sua immagine antica, di quando recitava a teatro a seno nudo, tanto per non farla sentire così superiore alle veline di cui ciancia (non è questo che tanti uomini della generazione di Berlusconi e oltre – e le donne che li prendono a parametro – fanno da sempre? Non pensano che, in fondo, tutte le donne sono uguali, pura merce di scambio, dato che le loro prestazioni sessuali, se non le comprano per strada, le acquistano tramite matrimonio?), è davvero così “innovativo” e addirittura libero e femminista il suo stile? Non è la prima volta che Veronica sceglie la via mediatica per parlare dei suoi rapporti col marito. Io sono figlia di braccianti padani, e forse sono un po’ moralista, ma penso che in questo caso “il privato è politico” non c’entra proprio nulla. C’entra invece l’ uso spregiudicato che Veronica fa del palcoscenico pubblico, che l’essere la moglie del premier le assicura, per usare della sua posizione, per forza di cose pubblica, a fini privati: in questo caso specifico, a quanto i giornali scrivono, il braccio di ferro col marito per garantire ai tre figli la stessa quota patrimoniale che il Berlusca, a quanto affermano appunto i commentatori, vorrebbe riservare soltanto ai due figli di primo letto. Niente è più lontano, almeno per la mia formazione, cultura, sensibilità, dalla libertà femminile.

Nella montagna di commenti attorno a questa poco appassionante telenovela, nessuno pare ritenere degna di attenzione l’affermazione secondo cui i rappresentanti della sinistra andrebbero in Parlamento, e immagino ovunque, “maleodoranti e malvestiti”. Sarà sempre per la faccenda che sono figlia di braccianti, e sarà anche che ideologicamente sono cresciuta dentro la cultura della classe operaia e della formazione comunista, ma qualche parola su questo becero e padronale passaggio non guasterebbe. Si torna all’antico: a quando, entrati nei primi consigli post unitari anche i rappresentanti del “popolo”, i benpensanti commentavano con spregio il fatto di venir governati, laddove la sinistra vinceva, da uomini ignoranti, gretti, malvestiti appunto, e certamente maleodoranti, dato che se ne esaminavano sulla pubblica stampa le callosità delle mani e l’inadeguata copertura dei piedi… Poiché sono una donna comunista figlia della classe operaia, ho pensato ad una antica fotografia dell’Udi, che raffigurava le donne venute da tutta Italia al primo Congresso nazionale dopo la Liberazione. Alcune di loro, il capo coperto da grandi fazzolettoni bianchi (il nostro “velo” dell’epoca), arrivarono scalze, perché non avevano di che comprarsi le scarpe. Erano donne, di sinistra, sicuramente malvestite. Dubito che fossero maleodoranti: la povertà non implica assenza di amor proprio e dignità. Mia madre mi ripeteva: poveri, ma puliti. Non l’ho mai dimenticato. Vogliamo dire che gli uomini e le donne che si oppongono a Berlusconi e al suo regime razzista e di destra, nulla hanno a che fare con l’immagine che lui ne promuove attraverso i media? Che la sporcizia sta in ben altro, e si annida molto spesso sotto le camicie di seta e le cravatte firmate, così come sotto i foulardini ed i tailleurini castigati di chi fustiga, apparentemente, veline e ditonzole? Vogliamo dire basta a questo stravolgimento del linguaggio, della verità, della realtà? Magari, per cominciare, mettendo una croce, nella scheda elettorale, al posto giusto?