A proposito della «Lobby» e dei rapporti Israele-Stati uniti

L’articolo di John Mearsheimer e Stephen Walt, apparso qualche mese fa sulla London Review of Books (tratto da un loro saggio più lungo), in cui gli autori, professori a Harvard, scrivono che la politica Usa in Medio Oriente in generale, e il sostegno offerto a Israele in particolare, sono contrari all’interesse nazionale e si debbono innanzi tutto all’attività della «Lobby israeliana», ha suscitato vivaci reazioni, sostanzialmente di due tipi, ma entrambe superficiali.
Un tipo di reazione consiste nel liquidare questa tesi come espressione di un pregiudizio antisemita. L’altro consiste nella rinuncia a un’analisi critica, che diventa così una forma di propaganda filo-sionista. Sebbene diametralmente opposte, queste due reazioni sono entrambe irragionevoli.
La prima si riflette nel titolo di un articolo del quotidiano britannico Guardian: «Professori statunitensi accusati di essere bugiardi e bigotti…». L’accusatore – e la cosa non sorprende – è Alan Dershowitz, autore di «The Case for Israel». Altri commentatori che condividono le sue opinioni sul conflitto israelo-palestinese hanno reagito con argomentazioni analoghe. Com’era prevedibile, Mearsheimer considera questa «pioggia di proteste» come la prova stessa della potenza della «Lobby».
Simili scambi polemici sono destinati a procedere in modo circolare, come quando i bambini giocano al girotondo (ma senza che ci si diverta). Per spezzare questo circolo vizioso e infantile, è utile prendere in considerazione opinioni non «tipiche».
Mearsheimer potrebbe avere ragione oppure no, quando liquida gli strali di un Dershowitz indignato. Ma non tutti coloro che lo hanno criticato sono fatti della stessa stoffa di Dershowitz. Ad esempio, come ha osservato Peter Beaumont sull’Observer, c’è Noam Chomsky. In un pezzo sulla rivista on-line Znet, Chomsky si chiede quanto sia convincente la tesi Mearsheimer-Walt e conclude: «Non molto». Sostiene che gli autori hanno fatto «un uso delle evidenze fortemente selettivo», che «non affrontano il ruolo delle corporations del settore energetico», e che non spiegano perché la politica degli Stati uniti in Medio Oriente «sia così simile alle loro politiche in altre regioni». Il potere della «Lobby» dev’essere davvero impressionante, se è in grado di reclutare una persona come Chomsky.
Chomsky conclude la sua analisi sostenendo che la tesi Mearsheimer-Walt fa il gioco dell’amministrazione Usa: «Lascia il governo americano indisturbato sul suo torrione di nobiltà … meramente in balia di una forza potentissima cui non può sfuggire». Sul periodico egiziano Al-Ahram Weekly, Joseph Massad sviluppa un ragionamento simile: «A mio parere il fascino di questa tesi sta nel fatto che essa solleva il governo degli Stati uniti da tutta la responsabilità e dalla stigmatizzazione che merita per le sue politiche nel mondo arabo, dando false speranze a molti arabi e palestinesi che vorrebbero avere l’America dalla loro parte, e non dalla parte dei loro nemici».
Ancora una volta, la fonte dovrebbe darci un motivo per fermarci a riflettere. Massad è professore associato di politica araba moderna alla Columbia university, uno dei campus che Mearsheimer e Walt citano come un target fondamentale per la «Lobby», ed è stato egli stesso oggetto di attacchi. «La lobby filo-israeliana – si chiede – è estremamente potente negli Usa? Come persona che negli ultimi tre anni ha dovuto affrontare tutto il peso del suo potere, attraverso la sua formidabile influenza sulla mia stessa università e i suoi tentativi di farmi licenziare, rispondo con un convinto sì». Ma ecco come continua. «Sono loro i principali responsabili della politica Usa nei confronti della Palestina e del mondo arabo? Assolutamente no».
La tesi di Massad, in sintesi, è che il successo della lobby filo-israeliana negli Usa (un po’ come il successo della lobby cubana) è dovuto principalmente al fatto che le sue politiche si inseriscono perfettamente nel contesto più ampio della politica estera americana. «Il fatto che essa sia più potente di qualunque altra lobby straniera a Capitol Hill – scrive – è indice dell’importanza di Israele nella strategia Usa e non di un potere fantastico che la lobby deterrebbe indipendentemente dagli, e al di fuori degli, “interessi nazionali” statunitensi». Questa tesi è certamente confutabile. Ma è, in apparenza, molto più plausibile della posizione cui Massad si oppone.
Insomma, ci sono buone ragioni per essere scettici sulla tesi Mearsheimer-Walt secondo cui la politica Usa in Medio Oriente sarebbe dovuta primariamente alle attività della «lobby israeliana». Non c’è bisogno di essere Dershowitz per rigettarla. Non è nemmeno chiaro cosa intendano gli autori per «lobby israeliana». Essi dicono che «la Lobby» è una «abbreviazione» indicante una «coalizione allargata di persone e organizzazioni», e che non intendono suggerire che sia un «movimento unificato con una leadership centrale». Ma chiamarla «la Lobby» con la L maiuscola, fare della «Lobby» l’oggetto di una frase dopo l’altra, tende a suggerire il contrario – come se fosse un organismo corporativo con un «potere fantastico». Inoltre, mentre sono attenti a non chiamare la lobby «ebraica», Mearsheimer e Walt sottovalutano grossolanamente il ruolo svolto dai sionisti cristiani, che in America sono molto più numerosi dei sionisti ebrei, specialmente in relazione alla attuale Casa bianca.
A conclusione di questi spunti, a mio avviso che serve è proprio un’analisi critica, e non reazioni superficiali e irragionevoli di elogio o di condanna. Chi critica Israele e i gruppi filo-israeliani non dovrebbe essere intimidito con l’accusa di antisemitismo. Parimenti, chi critica la tesi Mearsheimer-Walt non dovrebbe essere intimidito con l’accusa di essere soltanto un portavoce della «Lobby».

* Senior Research Fellow al St. Benet’s Hall di Oxford e membro fondatore del Jewish Forum for Justice e Human Rights

(Traduzione di Marina Impallomeni)