«A Nicolais diciamo niente esuberi»

Contro i lavoratori del settore pubblico è cominciato un vero e proprio tiro al piccione, e la gara a chi è più «riformista» si vince abbattendone il più possibile. In questa corsa allo «snellimento», alla «sburocratizzazione», all’«efficientamento» si stanno dimenticando i 350 mila lavoratori precari che ormai da anni sono il vero nervo dell’amministrazione, un nervo scoperto e per il quale il governo dell’Unione – al di là dei proclami – non ha ancora trovato una soluzione. Due giorni fa il segretario della Cgil Guglielmo Epifani ha aperto alla possibilità di avviare processi di «mobilità territoriale» (insomma, trasferimenti da una città all’altra), negando però che i dipendenti pubblici siano più del necessario. Ma il ministro della Funzione Pubblica Luigi Nicolais insiste, e dalle colonne della Stampa ieri ha fatto sapere che «gli statali sono troppi» e che bisogna attivare politiche di uscita, incentivata. Il numero complessivo dei lavoratori del pubblico impiego, inoltre, a fine legislatura sarà probabilmente minore di quello attuale, dato che in finanziaria è previsto – come ricorda lo stesso ministro – che, a partire dal 2008, a fronte di 10 lavoratori pensionati ne saranno assunti solo 6. Ma il sindacato è disponibile a spostare dipendenti dal Sud al Nord? E’ d’accordo con l’idea di incentivare all’uscita i più anziani? E che fine faranno i precari in questo balletto di ristrutturazioni? E ancora, l’ipotesi di un’Authority che controlli la produttività, proposta da Pietro Ichino, è vista con interesse? Abbiamo posto queste domande a Carlo Podda, segretario della Funzione Pubblica Cgil.
Epifani ha detto sì alla «mobilità», ma fino a che distanza un lavoratore può temere di essere trasferito? E si rischiano esuberi?
Diciamo subito che la discussione parte male se, come Nicolais fa ormai da giugno, si basa solo su percezioni «extrasensoriali» e non sostenute da studi precisi, scientifici: è facile dire «gli impiegati sono troppi», ma mi sembra poco serio. In quale settore? In quale amministrazione? In nessuna azienda privata si aprirebbe una trattativa senza dati certi, solo partendo da impressioni. Nei numeri assoluti e relativi siamo in linea con i parametri europei, e anzi abbiamo meno impiegati, sempre in assoluto e in proporzione, di paesi come Germania, Francia e Gran Bretagna. Detto questo, il sindacato è pronto a prendere parte a un confronto in cui si parli di amministrazioni e uffici in cui il personale può essere eccessivo e magari male utilizzato, mentre in altre è carente. Con le recenti riforme costituzionali, con i decentramenti dalle Regioni che ancora si devono fare, si può porre la necessità di spostare impiegati da un ente all’altro, dalla provincia alla Regione, o dalla Provincia al Comune, ma questo si fa con le carte e con studi riferiti a ciascun ente, senza dire a priori, da Roma, che «gli impiegati sono troppi». Passando alle mobilità, io credo che possano essere sostenibili sono dentro una stessa provincia, perché se devo spostare un dipendente da Catania a Milano, o anche solo da Agrigento a Palermo, con la viabilità pessima tra queste due province, metto i lavoratori di fronte a un peso insostenibile, e direi anche inutile. Ricordiamoci che stiamo parlando di dipendenti che guadagnano in media 1100 euro al mese, e che non sono single di 30 anni, ma la gran parte sono 50enni, al Sud spesso monoreddito e con famiglie a carico. La soluzione, lo ripeto, si può trovare con spostamenti tra diverse amministrazioni, misure che abbiamo già attuato in passato senza traumi, e che non sono a costo zero. Questo lo diciamo per chi pensa di far cassa con questi provvedimenti: se devi spostare un impiegato dal ministero dell’Agricoltura a quello della Giustizia, devi dargli formazione. Infine, sulle uscite: si può pensare di incentivare, con casse simili a quelle dei bancari – e cioè senza costi per gli enti previdenziali e assicurando trattamenti simili – l’uscita volontaria dei più anziani per riattaccarli alla pensione, ma sul ricambio si pone la grande questione ancora irrisolta, quella dei precari.
I dipendenti sono attaccati da più parti, accusati di essere inefficienti, quasi parassitari e privilegiati. Che ne pensate dell’Authority sulla produttività proposta da Pietro Ichino?
A me pare una sciocchezza: si vorrebbe creare una sorta di nuovo ministero, un centinaio di persone che da Roma danno il voto alla produttività di un asilo di Palermo o di un ufficio delle entrate di Bolzano. E’ un paradosso, si crea nuova burocrazia senza avere criteri validi per monitorare un insieme complesso di uffici. Io credo che oggi nel governo ci siano poche persone che sappiano tecnicamente di pubblico impiego, e anche chi propone l’Authority mi sembra che sappia di pubblica amministrazione quanto io ne so di danza classica. Non voglio però evitare il problema, e anzi faccio una controproposta: mettiamo il potere di controllo sull’operato del pubblico impiego in mano ai cittadini. Diano loro un giudizio sull’operato di un ufficio, e poi questo giudizio sia vincolante per l’erogazione o meno dei premi di risultato, a partire dai manager fino all’ultimo impiegato. Se all’ospedale non accorci le liste di attesa, puoi fare tutte le riforme che vuoi, ma il cittadino ti boccerà e non avrai i premi. In questi giorni si parla del Policlinico Umberto I, ed è giusto, ma al di là del sensazionalismo di un’inchiesta, vogliamo capire chi ha la responsabilità? Possibile che i manager pubblici abbiano premi forfettari, 250 mila euro annui sia che lavorino bene o male?
Chi può garantire gli utenti di un servizio? Il sindacato questo tema se lo pone?
Cerchiamo di porcelo, anche nella contrattazione: nella sanità laziale, ad esempio, siamo in trattativa non solo sul lavoro, ma anche sui posti letto e sulle liste di attesa, ma teniamo conto che dobbiamo trattare anche con i baronati universitari, che di fatto controllano i policlinici. Il servizio pubblico deve essere efficiente non solo, come dice giustamente Epifani, per attrarre gli investimenti delle multinazionali, ma anche perché garantisce i diritti ai cittadini, a quelli più poveri. Se Berlusconi può andare a curarsi a Cleveland, come si cura un precario o un pensionato romano? All’ospedale non solo le pulizie sono esternalizzate, ma ci sono cooperative di infermieri persino in sala operatoria. A Salerno, il tribunale aveva esternalizzato i lavori di stenografia a una cooperativa: peccato che fosse infiltrata proprio dalla cosca su cui si stava indagando. Su tutti questi lavoratori, sia il sindacato che la dirigenza pubblica hanno perso il controllo.
Tornando ai precari, per i 350 mila in attesa che soluzioni si intravedono?
Il Fondo per la stabilizzazione è stato istituito dalla finanziaria, ma è povero di risorse. Teoricamente, comunque, gli enti locali possono procedere alle assunzioni, perché sono state sbloccate. Al governo, però, che incontreremo la prossima settimana per discutere il memorandum sul pubblico impiego, diciamo una cosa: se non mostrerà la volontà di stabilizzare tutti, noi non siamo interessati a firmare quel patto.