A metà tra farsa e appuntamento storico si apre il processo a SaddamHussein

Si apre oggi a Baghdad il processo (anzi il primo processo, su un capo di imputazione tutto sommato secondario) all’ex-rais iracheno Saddam Hussein: un processo il cui inizio effettivo «è la cosa più imperante» secondo il maggior partito sciita, «una farsa» secondo i difensori dell’imputato, un motivo di preoccupazione per le organizzazioni dei diritti umani come Human rights watch e Amnesty international, ma comunque un fatto storico per il Medio Oriente. E’ la prima volta in assoluto, infatti, che un capo di Stato deposto viene portato in giudizio anziché essere – come è sempre avvenuto in passato – pensionato, esiliato o addirittura assassinato. Una prima volta che fa discutere per il suo significato politico (e in tal senso suscita perplessità e malumori in non poche capitali della regione, incluse quelle di Paesi “amici” dell’America) ma anche per le contestazioni sulla legittimità del tribunale. Il cosiddetto Tribunale speciale iracheno (Tsi) è infatti considerato tutt’altro che imparziale, essendo formato da giudici scelti di fatto dagli occupanti americani al tempo del governo fantoccio e del proconsole Bremer, finanziato dagli americani e dunque da loro direttamente influenzato, visto che l’occupazione continua e che il processo si svolge all’interno della cosiddetta “zona verde” della capitale, strettamente controllata dalle truppe Usa e dove il comando della coalizione, il governo Jaafari e l’ambasciata americana sono virtualmente assediati dalla resistenza. Da varie parti era stato chiesto che Saddam fosse deferito a un tribunale internazionale e fuori dall’Iraq, prendendo ad esempio la Corte dell’Aja che processa Milosevic, peraltro anch’essa tutt’altro che imparziale e tutt’altro che esente dalle pressioni americane.
A poche ore dal suo inizio, comunque, si sa soltanto che sta per cominicare; del resto non si conosce niente, né l’ora di apertura né le modalità, per esempio se sarà trasmesso in diretta Tv o in differita; le misure di sicurezza sono senza precedenti, una cortina nasconderà la identità dei testimoni (il che renderà a dir poco opinabili le loro dichiarazioni) e una vetrata a prova di proiettile dividerà i giornalisti e gli osservatori dalla corte. In ogni caso Saddam Hussein apparirà per la prima volta in Televisione, davanti a tutto il mondo, in veste di imputato. Saremo certamente molto lontani dai giorni in cui l’intero Paese era letteralmente tappezzato dalle sue statue e dai suoi ritratti in tutte le fogge e in tutti gli atteggiamenti, in borghese e in divisa, vestito da curdo o con la kefiya palestinese, in atteggiamento paterno o con un fucile in mano; ma saremo altrettanto lontani dalla immagine volutamente degradante diffusa dagli americani al momento della sua cattura, quella di un Saddam sporco e arruffato cui un marine frugava volgarmente fra i denti. In questi due anni di prigionia, a dispetto dei trionfalismi del presidente Talabani secondo cui il rais avrebbe “confessato”, Saddam ha ripreso forza, le uniche due volte che è stato mostrato in udienze preliminari è apparso in forma, determinato a difendersi e a ribaltare le accuse sui suoi inquisitori, iracheni e stranieri; e tutto lascia prevedere che oggi si presenterà con la orgogliosa affermazione – «io sono il presidente dell’Iraq» – con cui rispose la prima volta che fu pubblicamente portato davanti alla procura.

In Iraq è naturalmente diffuso il timore che la sua apparizione – in aula e in Tv – possa essere sfruttata dai suoi seguaci per organizzare manifestazioni e dalla guerriglia, ma anche dai terroristi, per lanciare nuovi attacchi. Il portavoce dello Sciri (Consiglio supremo della rivoluzione islamica, il maggior partito sciita) Ridha Jawad Taqi ha detto: «Vogliamo che il processo cominci, se per qualsiasi ragione venisse bloccato significherebbe che c’è qualcosa di sbagliato e il popolo iracheno sarebbe frustrato»; ma subito dopo ha fatto una significativa ammissione dicendo che «qualcuno potrebbe non voler dare troppa pubblicità alle udienze per timore che possano esserci denunce che potrebbero coinvolgere personalità e organizzazioni internazionali, provocando grande scandalo». Una allusione neanche troppo velata alle Amministrazioni americane che in passato di Saddam si sono servite in chiave anti-khomeinista, ma anche ad altri governi dell’Occidente. La difesa comunque – come hanno anticipato l’avv. Issam Gazawi, portavoce del Comitato centrale di difesa di Saddam, e l’avv. Khalil Dulaimi, presidente del collegio legale, solleverà immediatamente pregiudiziale di manca di legittimità e di giurisdizione della Corte e chiederà poi comunque un rinvio per poter prendere adeguata visione del dossier di accusa, che conta ben 800 pagine e per esaminare il quale ha avuto solo 45 giorni di tempo contro i due anni della pubblica accusa; e le difficoltà obiettive della difesa sono proprio uno dei motivi di critica al tribunale da parte dei gruppi per i diritti umani. Il capo d’imputazione sarà oggi comunque limitato, vale a dire l’uccisione per rappresaglia di 143 sciiti della cittadina di Dhjail dove Saddam scampò nel 1982 a un attentato; un caso che, significativamente è definitivo “strumentale” dall’avv. Gazawi secondo il quale è stato scelto «perché è uno dei pochi in cui non è coinvolta l’Amministrazione americana». Se il processo andrà avanti e in modo almeno decente ne vedremo sicuramente delle belle.