A Mathausen i lavoratori di Sesto

Sessanta anni fa, il 5 maggio del 1945, venne liberato
il noto campo di concentramento creato dai nazisti in Austria.
Molti prigionieri erano operai del piccolo centro lombardo,
deportati dopo l’8 settembre. In un libro la loro storia

Il 5 maggio del 1945 l’undicesima divisione americana liberava uno di quei campi di concentramento il cui nome è direttamente legato allo sterminio nazista: Mathausen. Pochi sanno che in quel luogo, e in altri sottocampi limitrofi, era stata deportata la stragrande maggioranza dei lavoratori di Sesto San Giovanni. Un problema questo – relativo al trasferimento forzato degli operai delle fabbriche del nord Italia dopo l’8 settembre ma anche di coloro che si erano recati precedentemente in Germania per lavoro – poco trattato se non addirittura dimenticato nel corso dei decenni. La deportazione operaia nella Germania nazista. Il caso di Sesto San Giovanni (Ediesse, pp. 244, euro 10,00) ha dunque il grande merito di aver riportato alla memoria questo aspetto particolare della repressione nazifascista, restituendo dunque a chi organizzava la resistenza nelle fabbriche quel ruolo centrale nella lotta contro un nemico efferato. Merito che va attribuito soprattutto a Laura Danese, vincitrice nel 2003 del premio “Nicola Gallerano” e collaboratrice della Fondazione Di Vittorio, dalla cui tesi di laurea è nato appunto il libro della casa editrice della Cgil, arricchito dal contributo di altri giovani studiosi, come Edmondo Montali e Maria Paola Del Rossi, nonché di Pasquale Iuso, professore associato di Storia contemporanea presso la Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Teramo, dove insegna Storia del Movimento Sindacale. Oltre al risultato ottenuto ciò che colpisce di più è la genesi del lavoro della Danese, che la spinge a dedicare i quattro capitoli centrali del libro a suo nonno Carlo: «Sono stata interessata al problema della deportazione – dice la studiosa – perché mio nonno, quando ero bambina, mi raccontava le sue esperienze. Dal ’42 si trovava in Germania come lavoratore e tornava a casa ogni sei mesi. Dopo l’8 settembre rimase bloccato contro la sua volontà, facendo la fame in questi campi di lavoro che fortunatamente non erano campi di concentramento, ma dai quali, da quello che sono riuscita a capire, ha visto delle cose.» Emerge dunque dal racconto di Laura Danese il possibile, se non certo, contatto tra chi subì – nel caso di Carlo più casualmente, in altri casi per esplicita volontà politica dei nazisti e dei repubblichini – la deportazione nei campi di lavoro e quell’universo concentrazionario. Ricordando lo storico Brunello Mantelli, che tanto tempo ha speso per affrontare questo tema scottante, l’autrice del libro si chiede «per quale motivo un lavoratore coatto può essere comunque venuto a contatto con la realtà dei deportati o di coloro che per discriminazioni razziali si sono trovati nei campi di concentramento. Purtroppo non ho potuto approfondire questo aspetto perché quando ho iniziato la ricerca mio nonno era gravemente ammalato.»
A questo punto il racconto di Laura si fa emozionante, toccante. Non è più quello di una semplice ricercatrice che fa il suo lavoro, è qualcosa di più. Dal ricordo del nonno via via l’approfondimento di una tematica così drammatica ed umana la porta a rivivere quei momenti: «Fin da bambina dunque ho sempre avuto dentro di me questo interesse. Sono stata dunque “contenta”, anche se questa non è la parola più adatta, quando si è presentata la possibilità di occuparmi di deportazioni, di campi di concentramento. All’inizio non sapevo a che cosa sarei andata incontro. Sono stati due anni molto duri, di studi, di letture infinite, di documentazioni, di libri, di pianti, di immedesimazioni in quanto ho avuto la fortuna di poter sentire dal vivo le testimonianze raccolte negli anni da Guido Valota di Sesto San Giovanni che sono tutte inedite. Sono state raccolte ma non è ancora uscito alcun volume e una buona parte non erano nemmeno sul cartaceo ma direttamente sulla cassetta. Ho così sentito la viva voce di quegli orfani, di quelle vedove. E’ stata per me un’esperienza veramente toccante ed emozionante.» La ricerca di Laura si è incentrata sugli scioperi del marzo 1944: «Per me – sottolinea la storica – ascoltare tutte queste testimonianze, oltre a permettere di calarmi nella situazione del momento, era anche andare a cercare l’antifascismo di questi deportati che poi ha condotto alla deportazione, alla repressione nominativa. Io avevo bisogno di sentire tutte le testimonianze per capire che cosa queste donne e questi figli sapevano. E molti sapevano. Tante volte – precisa l’autrice del libro – abbiamo solo la testimonianza dell’antifascismo, non c’è un’altra letteratura. E’ qualcosa di veramente sconvolgente ed inedito, che senza una lettura o un ascolto mirato ed attento non sarebbe venuta fuori.»
Come dicevamo il lavoro di Laura Danese è stato arricchito dai contributi di altri giovani storici. Uno di questi è Edmondo Montali, dottorando di ricerca in Storia del movimento sindacale presso l’Università di Teramo. Ha curato il capitolo “Bibliografia ragionata per lo studio della deportazione operaia”, nella quale spiega la differenza tra la deportazione politica e il trasferimento di manodopera italiana nella Germania nazista: «Man mano che si stringeva l’alleanza tra Italia e Germania a partire dal ’38-39, aumentò anche l’immigrazione di lavoratori italiani verso il potente alleato, sia stati essi agricoltori o di matrice operaia. Un fenomeno che coinvolse, nel periodo ’38-43, circa 500mila persone su tutto il territorio nazionale. Attirati spesso da promesse che poi non vennero mantenute, come quella di salari più alti o di garanzia del posto di lavoro. Però non possiamo ancora parlare di vera e propria deportazione coatta del mondo del lavoro. Che viceversa sarà caratteristica del periodo dell’occupazione tedesca dopo l’8 settembre, con la mai troppo discussa complicità delle autorità di Salò.» Per Montali c’è sempre stata un po’ di confusione sulla natura della deportazione nazista: «Per deportazione spesso e volentieri si intende soltanto quella razziale. Viceversa c’è anche una deportazione della società civile e soprattutto del mondo del lavoro troppo spesso taciuta e ugualmente drammatica.»
Maria Paola Del Rossi ha invece curato le “Fonti per lo studio della deportazione operaia”. Anch’essa dottoranda presso l’Università di Teramo, tiene a precisare come il lavoro finalizzato alla pubblicazione di La deportazione operaia nella Germania nazista ha avuto come obiettivo quello di «colmare quella che è una grande lacuna storica. Se escludiamo quello realizzato da Mantelli alla fine degli anni ’80, non esiste uno studio specifico sul problema.» Dopo aver affrontato il caso di Sesto, la ricerca sarà estesa a tutta l’Italia: «Abbiamo avviato un lavoro più ampio – precisa la Del Rossi – sullo studio della deportazione operaia in Italia in generale e in particolare su quella avvenuta a Roma, con gli operai edili del Quadraro.»
Pasquale Iuso, che ha scritto l’introduzione del libro, coglie l’occasione per ribadire l’importanza, allora come oggi, della scelta di campo: «Non era certamente la stessa cosa stare da una parte o dall’altra – dice lo storico – e lo dimostra appunto il ruolo giocato dalla Rsi nelle deportazioni dei propri connazionali. Perché i repubblichini di autonomia nei confronti dei tedeschi non ne avevano e di fatto collaboravano con i nazisti in tutto e per tutto. Gli uomini della Rsi, servizi, spie, strutture parallele, brigate nere e via dicendo, hanno partecipato sicuramente all’individuazione di tutti gli oppositori. E se è vero che la gran parte di questi deportati catturati per rappresaglia erano quadri sindacali, in realtà molte erano persone che non svolgevano una politica attiva e magari facevano parte di quella cosiddetta “zona grigia” di non schierati.»
Un libro dunque in controtendenza, che cerca, non senza difficoltà, di ricostruire una realtà storica messa spesso in discussione a destra, come, ahimé, a sinistra. «Hanno creato una melassa complessiva in cui tutto si omogeinizza – precisa Iuso – e il nostro compito è scioglierla questa melassa. Io auspico ci siano tutte le ricostruzioni possibili ed immaginabili anche su fatti che riguardano la sinistra ma sempre nella contestualizzazione dei fatti. Altrimenti tutto diventa uguale e indistinguibile.»