A Macondo l’ oil di Stato che fa tremare le major

La scrivesse oggi Gabriel Garcia Marquez, l’analisi dello scacchiere petrolifero mondiale, si divertirebbe nell’immaginare un legame fan¬tastico. che dall’Iran parta al Sudamerica. Per l’autore di Cent’anni di solitudine, sarebbe facile associare la nemesi storica di Mohammed Mossadeq, il premier persiano. eletto democraticamente nel 1951 per condurre la prima nazionalizzazione petrolifera, al personaggio di Melquiades, zingaro dell’Orinoco, simbolo. dell’arte di sopravvivere sudamericana. Magia e voltafaccia compresi. Il prezzo del barile ha segnato ieri l’ennesimo record a Londra, dove il Brent ha sfondato quota 72 dollari, per colpa delle velleità nucleari che fanno di Teheran la principale candidata a essere la prossima Bagdad. Ma una simile analisi, scriverebbe appunto Marquez, centra solo una parte del problema che, come un iceberg, resta nascosto dai riflettori, e non per questo è meno pericoloso.: l’iceberg ha iniziato a emergere in Sudamerica quando, a metà gennaio, Evo. Morales è stato eletto presidente della Bolivia. A esattamente tre mesi dalla nomina, entro questa settimana il mercato si attende la firma di Morales sulla legge-contratto con gli elettori che lo ha portato al governo di La paz: la nazionalizzazio.ne dei giacimenti di gas. Morales sembra arrivare in ritardo rispetto al presidente venezuelana Hugo Chavez e ai timidi passi tentati dal premier argentino Nestor Kirchner. Ma a loro differenza, il boliviano non ha mai avuto paura di chiamare le case come stanno, e di sottolineare che «la legge sugli idrocarburi», già approvata in Parlamento, sarà lo strumento per nazionalizzare le riserve. Non è differenza da poco.
La Bolivia ha riserve di gas naturale per altre 800 miliardi di metri cubi, seconda in Sudamerica al solo Venezuela (che ne ha altre 4mila miliardi). Nel Paese è coinvolto un numero limitato di major del petrolio: le europee Bp, British Gas, Total e Repsoil, l’americana Exxon, la brasiliana Petrobras. Per alcune di queste, la Bolivia è un nodo centrale per riserve di gas (varrebbe un terzo dei giacimenti di gas di Repsoil) e attività di raffinazione. Ma la Bolivia diventa un nodo centrale, dal punto di vista politico, anche per le compagnie che non hanno asset nel Paese. La «legge sugli idrocarburi» in prima versione puntava a trasferire alla Yacimentos Petroliferos Fiscales Bolivianos (la Yptb) la proprietà dei giacimenti, e a tassare fino al 50% i proventi petroliferi (dall’attuale 18%). La casa rilevante è che questa legge è arrivata dopo un referendum popolare che ha coinvolto gli otto milioni di boliviani, il 65% dei quali è sotto la soglia di povertà.
Una bomba politica che ha tolto da gennaio il sonno a Chavez e Kirchner. Quest’ultima, secondo indiscrezioni fatte trapelare a inizio aprile, è adesso intenzionato a tornare in possesso della Ypf, la compagnia di Buenos Aires acquisita nel 1999 da Repsoil. E per non rimanere all’angolo di fronte all’irruenza boliviana, e giocarsi la carta nelle prossime elezioni del 2007, punta a ottenere l’intera Ypf addirittura gratis. A Caracas, invece, negli scarsi tre mesi, il conducador venezuelano ha acceleratogli scontri aperti con le major lo scorso autunno con la richiesta di passaggi forzati alla compagnia nazionale Pedevesa di quote di controllo in 32 giacimenti. E dalle pressioni diplomatiche è passato ai provvedimenti fiscali e alle azioni di forza: tanto che il primo aprile ha di fatto espropriato i giacimenti di Total e di Eni, la quale ha minacciato un’ azione legale per il risarcimento. C’è spazio per una trattativa negoziale che, dietro le quinte, riesca a salvaguardare i diritti del gruppo italiano?
Domanda difficile. E risposta improbabile. Che il clima stia cambiando, lo. testimoniano altri due recenti episodi. Il primo, è l’accordo trovato tra Argentina, Brasile e Venezuela per dare finalmente il via al Gasoducto del Sur, 8mila chilometri di pipeline che appaiano, oggi come non mai, il vero simbolo del Mercosur (ed è significativo che al progetto sia stata successivamente invitata la Bolivia). Il secondo episodio è la firma, la scorsa settimana, di un accordo. tra Petrobras e la cinese Sinopec per la realizzazione di un tratto di un gasdotto in Brasile. L’asse tra Brasilia e Pechino inizia, quindi, a concretizzarsi anche in campo. energetico. Spostando equilibri che parevano irremovibili. Al punto. da alimentare editoriali autorevoli c.n punto di domanda: «Gli Stati Uniti stanno perdendo il Sudamerica?». Anche questa, riprenderebbe Marquez, è una domanda limitata. Il vento della nazionalizzazione, infatti, sembra soffiare ben altre le periferie del romanzesco Paese di Facondo. Accade anche in Europa, dove perfino. il premier inglese Tony Blair, dopo le critiche lanciate a Spagna e Francia per le barriere alle frontiere, lo scorso week end ha parlato di protezioni contro la passibile acquisizione di Centrica da parte di Gazprom. Quest’ultima, peraltro, simbolo dello sciovinismo energetico russo targato Vladimir Putin, la cui irruzione sul mercato petrolifero mondiale ne ha scombinato le carte.
Di pari peso con la voglia di ricchezza democratica e distribuita (lo dimostrano i dati dell’export verso i Paesi arabi) che comincia a condizionare i regnanti dell’Opec, sempre più a disagio nei confronti dell’«unico. grande cliente». Una situazione che, per i paradossi della storia, riparta all’Iran. Dove Mossadeq finì deposto grazie alla Cia che consegnò scettro e petrolio allo Shah. E pose le basi per la successiva rivoluzione integralista di cui l’attuale crisi è la naturale evoluzione. Sono passati cinquant’ anni. E la storia sembra svoltare capitolo proprio dalle parti dell’Orinoco. Dove lo zingaro Melquiadez, scriverebbe Marquez, si è risvegliato e per i restanti cinquant’anni promette energia e ricchezza agli increduli abitanti di Macondo.