A Lynndie 3 anni, nessuno paga per Abu Ghraib

La sua foto con un iracheno al guinzaglio diventò il simbolo dello scandalo torture

Tre anni di carcere, il minimo della pena, è stata la condanna pronunciata dal tribunale militare di Fort Hood in Texas nei confronti di Lynndie England, meglio nota come la torturatrice di Abu Ghraib. Son bastati novanta minuti di camera di consiglio per liquidare il nono e ultimo processo per le sevizie ai prigionieri in custodia delle Forze armate americane in Iraq. La difesa ha seguito una strategia ben collaudata negli altri procedimenti: presentare gli imputati come soggetti psicologicamente labili, i cui comportamenti violenti hanno origine dalle violenze subìte durante l’infanzia. Agli atti non si trova nessun riferimento al fatto che ad Abu Ghraib le guardie avessero ricevuto precise istruzioni su come trattare i prigionieri per «spezzarne la resistenza» e convincerli a parlare. Gli stessi avvocati che avevano denunciato responsabilità lungo tutta la catena di comando per gli abusi, si son convinti che era meglio disquisire soltanto di perizie psichiatriche. Nessun ufficiale è mai stato rinviato a giudizio per quanto è accaduto dentro le mura di Abu Ghraib.
In aula si è appreso ogni particolare sull’infelice giovinezza del soldato scelto England. La casa dei genitori è una baracca su quattro ruote sistemata in un parcheggio di Fort Ashley in West Virginia; si arruola tra i riservisti durante le scuole superiori per sfuggire al lavoro notturno in un’azienda di pollame. Infine patisce la cattiva influenza del fidanzato, il caporale Charles Graner, anche lui tra il personale di sorveglianza ad Abu Ghraib e condannato a dieci anni per abuso di potere, associazione a delinquere e sevizie. Sarebbe stato proprio lui a farle scattare le fotografie che una volta pubblicate dai media hanno suscitato orrore e indignazione in tutto il mondo. In una di queste England tiene al guinzaglio un prigioniero senza vestiti e a quattro zampe; in un’altra sta in posa davanti a un gruppo di prigionieri nudi ammassati uno sull’altro a mo’ di piramide; sigaretta penzoloni all’angolo della bocca, con l’indice punta beffarda verso i genitali di uno dei malcapitati. Di fronte alla giuria, per la prima volta si dice pentita e accusa l’ex fidanzato: «Sono stata usata da Graner, senza rendermene conto. Mi spiace moltissimo per quel che è successo». Le foto le ha scattate per fargli un piacere. «Era così affascinante e premuroso, mi dava l’impressione che condividessimo gli stessi interessi. Io lo amavo, mi fidavo ciecamente e lui mi ha rovinata». Quindi si scusa con i detenuti e con le loro famiglie, senza dimenticare tutto il personale delle Forze armate Usa: «Ho saputo che le forze della coalizione hanno subìto attacchi da parte dei ribelli per quelle foto».
La sentenza è stata accolta in Iraq come uno sfregio. «L’America si dovrebbe vergognare – si legge nelle dichiarazioni raccolte dalle agenzie a Bagdad – Questa è prova che esistono due pesi e due misure. Ci sono iracheni incarcerati senza che siano state formulate accuse nei loro confronti, tenuti a marcire in cella sulla base di generici sospetti e senza uno straccio di prova. Se fossero stati torturati degli americani, nessuno se la sarebbe cavata con una condanna a tre anni». Munir Abdel Sahib, docente universitario: «Il processo è stata una messa in scena. Gli americani pretendono di essere una nazione civilizzata e di fare i paladini dei diritti umani. Non credo assolutamente che England avrebbe potuto commettere i crimini che ha commesso senza eseguire ordini superiori». Non si tratta solo di legittimo risentimento. La verità che esce dalla ricostruzione fatta in tribunale, quella di pochi sciagurati individui che infangano la reputazione degli Stati Uniti, si scontra con la realtà dei fatti. Il capitano Ian Fishback, dopo aver rivelato nuovi casi di abuso nei confronti dei prigionieri iracheni, ha denunciato che la magistratura militare si è preoccupata esclusivamente di ottenere i nomi di qualche soldato semplice su cui scaricare la colpa. L’inchiesta non ha neppure sfiorato i responsabili del comando. «Le indagini si sono mosse in una direzione opposta rispetto a quella che ci saremmo aspettati. C’è un problema di abuso sistematico dei prigionieri nell’esercito e per questo insieme ad altri colleghi ci siamo decisi a parlare. Questo è un problema di leadership che non si risolve certamente facendo fare da capro espiatorio a dei ragazzi che hanno appena indossato la divisa».