A Lima si balla il huayano per ritrovare l’anima indios

Alla vigilia delle presidenziali in Perù, molti vedono in Ollanta Humala, uno dei favoriti della corsa, un nuovo Evo Morales, il presidente indio eletto recentemente in Bolivia. La gente si immagina il candidato nazionalista come il leader degli «indigeni», gli indios quechua o aymara che costituiscono più della metà della popolazione peruviana. Il diretto interessato invece preferisce presentarsi come il portavoce dei poveri e degli emarginati.
Il Perù non è la Bolivia. «Contrariamente alle società boliviana ed equadoregna, molto segregate e feudali, la battaglia qui è per gli interessi dei cittadini, non degli indios», spiega Jaime Urrutia, antropologo al Centro peruviano di ricerche sociali. «La mobilità sociale è molto più elevata, ed è sempre meno raro vedere indios in alte cariche economiche e sociali». Ne è prova Lima, la capitale dove abita un quarto dei 27 milioni di peruviani, sempre più meticcia giorno dopo giorno. L’incontro tra la cultura andina, quella degli indios e quella urbana è stato prodotto da ondate di immigrati, fuggiti dalla provincia durante la crisi agricola negli anni ‘50 e dalla violenza del terrorismo e della repressione militare negli anni ‘80. In 45 anni la popolazione della capitale è quadruplicata.
Con la popolazione che debordava, la città si è srotolata per chilometri di costruzioni anarchiche e disomogenee. Mentre nel quartiere moderno di Miraflores edifici di vetro nuovi fiammanti formano una via che si tuffa nel Pacifico, le bidonville dei «pueblos jovenes» senza acqua corrente sono sparse ovunque, sia alle porte che nel cuore stesso della città. Edifici pericolanti, anneriti dal tempo, circondano nel centro storico il maestoso palazzo del governo che ospitò il vice-re di Spagna Francisco Pizarro. Centri commerciali degni delle più grandi mall americane fioriscono accanto a mercatini poveri quanto quelli dei villaggi più sperduti delle Ande. Provenienti da tutto il Perù, gli immigrati hanno fatto della capitale una città eterogenea, «un mosaico», dice il sindaco Luis Castaneda Lossio, uno degli artefici della trasformazione. Oltre che per il tradizionale «ceviche» di pesce marinato, Lima è ormai famosa anche per i piatti tipici della giungla o delle Ande: un cambiamento importante in un Paese fiero della propria gastronomia.
I figli delle regioni remote fanno concorrenza alle note del salsa che manteneva il monopolio sui cuori dei locali. Per lungo tempo confinata alle famiglie degli immigrati, la musica andina – il huayano, la cumbia o la techno-cumbia – ha ormai invaso tutte le radio. Sui bus o nei negozi non è raro sentire Dina Paucar, regina del huayano: un riconoscimento per la cultura che spesso viene chiamato «chicha», dal nome di una antica bevanda alcolica delle Ande.
Fondata nel 1535 dal conquistatore spagnolo Francisco Pizarro, la capitale è rimasta a lungo «Lima l’orribile», come la definì il poeta Sebastian Salazar Bondy: una città monoculturale divisa in caste sociali, in mano a poche famiglie aristocratiche che vivevano dei ricordi del passato coloniale. «Lima è stata costruita con le spalle alle Ande e all’Amazzonia, è una città costiera che guarda ancora alla Spagna e rinnega la sua cultura inca», dice la sociologa Carmen Rosa Balbi. «I primi immigrati sono stati costretti a dimenticare la loro lingua, le loro abitudini, a cambiare cognomi per potersi integrare».
Da qualche anno però Lima rivaluta gli immigrati e la loro cultura. «E’ cambiata la visione del mondo andino», dice Carmen Rosa. Riconosciute le loro capacità di lavoratori, gli immigrati non esitano più a dichiarare le loro origini, e per la città sfilano processioni che festeggiano il santo patrono del paese d’origine. La gente di Puno, un paese dell’Altiplano, si raduna ogni domenica: «Balliamo fino a notte fonda», si entusiasma Daniel Mondragon, 66 anni, che vive a Lima da quasi 50 anni.
A 17 anni Beatriz Villalva è l’immagine di questa «nuova Lima» meticcia. Nata nella capitale, la ragazza ha ereditato da suo padre, originario di Huancayo nelle Ande, i tratti tipici e la pelle scura. Di sua madre, originaria di Lima, possiede invece gli occhi a mandorla e la figura minuta. «Quando mi chiedono da dove vengo rispondo che sono metà di Lima e metà di Huancayo», sorride Betty, come la chiamano gli amici. Conosce poco la città natale di suo padre, che però è onnipresente in casa, nelle foto sulle pareti e i porcellini d’India serviti a pranzo. Il padre della ragazza, Luciano Villalva, è arrivato a Lima a 17 anni nel 1973. Ha fatto il venditore ambulante prima di trovare un impiego nelle sartorie clandestine di via Gamarra. Oggi è proprietario di un negozio di intimo, un successo in una città dove il 60% della mano d’opera è ancora nel sommerso. Luciano è fiero di vedere i suoi figli ballare il huayano «senza vergogna e tabù». «Molti preferiscono scordarsi le proprie origini», dice.
«Le frontiere sociali ed etniche che hanno contraddistinto il Perù sono sempre più permeabili e contestate», dice Gisela Canepa, antropologo all’Università cattolica. I primi immigrati non osavano frequentare certi posti, ma oggi i giovani non hanno complessi. A 19 anni Rocio Barzola, figlia di agricoltori andini, va spesso al Larco Mar, un complesso alla moda di Miraflores: «Ci si veste allo stesso modo, si parla la stessa lingua e si ascolta tutti il reggaeton». Parente del reggae, questo nuovo genere musicale proveniente dal Centro-America, appassiona i giovani di tutte le origini. «Dopo decenni di migrazioni, Lima manca ancora di un’identità propria, ma le nuove generazioni la stanno creando», esulta il sindaco Castaneda.
Malgrado tutto, i cambiamenti di mentalità sono lenti. «Questo Paese resta razzista e molti figli di immigrati vengono ancora discriminati al lavoro o a scuola», afferma Tarcila Rivera, che si batte per la difesa degli indios. Suo figlio 18enne, nato a Lima, si sente dare dai compagni di scuola del «cholo» (indio) o del «serrano» (contadino delle Ande). «E’ un cittadino come tutti, ma ha la pelle scura e per la gente sarà sempre un indio, un emarginato», si lamenta sua madre.
Non si tratta di un caso isolato in Perù, dove più della metà della popolazione vive ancora con meno di 2 dollari al giorno, anche se la miseria più disperata sta arretrando. «Sono figlia di immigrati andini, ma sono nata a Lima e non conosco nulla dei costumi della campagna. Ma la gente non esita a darmi della “chola” lo stesso», racconta Janina che vende caramelle per strada per mantenere il suo bambino di 3 mesi: «Qui l’aspetto fisico conta più di ogni altra cosa». Molti preferiscono ancora nascondere le loro origini: «Nella mia università le ragazze si discriminano da sole», si indigna Betty Villalva: «Sono originarie della provincia ma si rifiutano di ammetterlo». La ragazza ammette però che la sua università privata è frequentata soprattutto da «pitukos» (i borghesi) che vengono «da un altro mondo»: «Non hanno nessun problema con chi è di origini provinciali, semplicemente non conoscono questa cultura». ««Il razzismo si manifesta soprattutto nella gente ricca, per loro tutti i poveri sono “cholo”, l’essere indios non c’entra», dice Saul Alcantar, 18 anni. E’ arrivato a Lima da poco, lasciandosi alle spalle Huancayo e il lavoro nei campi.

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