A El Baradei il Nobel per la pace

L’Accademia di Stoccolma premia il capo dell’Aiea: si è impegnato perché il nucleare non sia utilizzato a fini militari. Dopo le tensioni sull’«arsenale di Saddam» il diplomatico egiziano ha raggiunto un compromesso con gli Stati uniti

Il diplomatico egiziano Mohammed El Baradei, da anni alla guida all’Agenzia internazionale dell’Energia Atomica (Aiea), è stato nominato premio Nobel per la pace. Il riconoscimento, naturalmente, va all’intera Aiea che, ha detto il presidente del Comitato Nobel, Ole Danbolt Mjoes, si è impegnata affinché «l’energia nucleare non sia utilizzata a fini militari». Osteggiato lungamente dagli Stati uniti, per non aver risposto con prontezza ai diktat sull’inesistente arsenale nucleare iracheno, El Baradei ora sembra aver raggiunto un compromesso con l’Amministrazione Bush, come suggerisce l’importante premio che gli è stato assegnato. El Baradei è nato nel 1942, ha studiato all’università del Cairo e ha conseguito il dottorato in diritto internazionale a New York. È all’Aiea dal 1984 dove ha ricoperto diversi alti incarichi prima di essere nominato direttore generale nel 1997. Dal 27 novembre 2002, assieme al suo predecessore, Hans Blix, ha guidato in Iraq gli ispettori Onu per la distruzione delle armi di distruzione di massa che però in quel paese non c’erano come entrambi ben sapevano. La sua famiglia ha accolto con felicità il premio Nobel – è il quarto egiziano a vincerlo dopo Anwar Sadat, Neguib Mahfuz e Ahmad Zewail – e suo fratello, Ali, ha colto l’occasione per polemizzare con gli Usa facendo intendere che El Baradei è stato ricompensato «da Allah» dopo le campagne di critiche da parte degli americani. Felici, almeno a parole, sono anche il Segretario generale delle Nazioni unite Kofi Annan, il presidente francese Chirac e il premier britannico Blair, tante altre personalità mondiali tra cui il Segretario di stato Condoleeza Rice che non ha mancato di sottolineare che gli «Stati uniti sono determinati a lavorare con l’Aiea per prevenire la proliferazione della tecnologia dell’arma nucleare». Parole che ben chiariscono il ruolo che Washington assegna a El Baradei nel confronto con l’Iran, accusato di volersi dotare di armi atomiche. Teheran smentisce la pericolosità del suo programma di arricchimento dell’uranio e ripete che le sue centrali nucleari hanno lo scopo di produrre soltanto energia elettrica.

I fedelissimi di Bush hanno ripetutamente cercato di togliere El Baradei dalla scena a causa del percorso diplomatico che ha scelto per affrontare la questione nucleare iraniana, in sintonia con alcuni paesi dell’Ue. L’Amministrazione è arrivata al punto di mettere sotto controllo il suo telefono nella speranza, di trovare qualche appiglio per rimuoverlo dalla carica. La risoluzione adottata dall’Aiea il 24 settembre scorso infatti prevede che l’Iran possa essere deferito al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite se non adotterà misure di trasparenza sul suo programma nucleare e se non rinuncerà al processo di arricchimento dell’uranio, senza tuttavia fissare scadenze temporali precise. Non è quello che si aspettavano Bush e i suoi uomini che vogliono sanzioni, durissime, subito contro Teheran e le mani libere per un eventuale attacco militare.

Eppure è ingenuo sostenere la riconferma di El Baradei alla guida dell’Aiea è avvenuta solo perché gli Usa non hanno raggiunto il numero di membri necessari per presentare un candidato alternativo e, quindi, sono stati costretti a ritirare la loro opposizione. Il nuovo mandato del diplomatico egiziano è pesantemente condizionato da Washington ed in fondo El Baradei ha usato sempre il fioretto e mai la sciabola quando ha espresso dubbi sulle bugie Usa in Iraq. Senza dimenticare il dossier del nucleare di Israele, paese che non ha mai firmato il Trattato di non proliferazione. El Baradei ha assicurato «indipendenza e imparzialità» dell’Aiea, ma continua ad ignorare l’arsenale atomico di Israele (200 testate secondo gli esperti) e durante la sua missione a Tel Aviv, nel luglio del 2004, si è guardato bene dal visitare la centrale atomica di Dimona e dal chiedere un colloquio con Mordechai Vanunu che ha pagato con 18 anni di carcere duro l’aver rivelato al mondo la produzione israeliana di armi atomiche. Ieri il governo Sharon si è congratulato – senza entusiasmo in verità – con El Baradei dal quale ha detto di aspettarsi «la rimozione della minaccia rappresentata da nazioni irresponsabili che stanno violando gli impegni assunti a livello internazionale e abusano delle tecnologie nucleari in loro possesso». E le bombe atomiche che Israele ha prodotto in segreto? Lo scorso anno El Baradei si guadagnò la riconferma a capo dell’Aiea accogliendo la posizione di Israele. Durante una conferenza in Egitto proclamò che gli israeliani «non possono permettersi di rinunciare all’opzione nucleare in assenza di una pace globale accettata dai paesi della regione». Parole che sembravano dettate da Tel Aviv.