A confronto le tre anime del Prc

Sono sette le “tesi” alternative a quelle di Bertinotti che saranno sottoposte al voto del congresso del Prc, e prima ancora dei circoli di Rifondazione. I sette emendamenti o tesi sostitutive vengono da due aree interne alla maggioranza del partito, quella che fa capo a Grassi e Pegolo e quella milanese il cui esponente principale è Saverio Ferrari. L’opposizione di sinistra è la sola area del Prc che presenterà invece un intero documento alternativo a quello del segretario, di fatto un’altra mozione.
E’ il risultato della prima fase del dibattito congressuale, che si è conclusa domenica scorsa con la riunione del Comitato politico nazionale. Prima di affrontare le vere e proprie tesi, però, l’assemblea ha dovuto vagliare le proposte di modifica allo statuto, e in particolare al suo “preambolo” politico. La proposta era quella di inserire nel testo un riferimento a numerosi “padri fondatori”, tra i quali Lenin e Gramsci. Bertinotti ha chiesto e ottenuto invece di limitare le citazioni al solo Marx.
Messa così, la faccenda sembrerebbe di carattere essenzialmente folkloristico, tanto più che nelle tesi del segretario non mancano i riferimenti anche ampi allo stesso Gramsci e che, sia in pubblico che in privato, Bertinotti ha radicalmente escluso un possibile cambio di nome del partito. In realtà il braccio di ferro sullo statuto riflette il principale scontro all’interno della maggioranza, quello con l’area del tesoriere Grassi. Nei suoi quattro emendamenti, quest’ultima difende la validità della nozione classica di imperialismo, che secondo Bertinotti uscirebbe invece profondamente modificata dalla globalizzazione. Ribadisce la centralità del movimento operaio, mentre le tesi parlano di “centralità della contraddizione fra capitale e lavoro” ma non identificano solo nei lavoratori il soggetto portante del conflitto. Fa appello all’identità di partito e, nella tesi dedicata ai “comunisti e la loro storia”, rivendica la tradizione degli ultimi 150 anni senza soffermarsi, come invece fa il segretario, sugli errori di quella storia e sulla necessità di capirli.
In concreto, le ipotesi che si fronteggiano sono da un lato la svolta “movimentista” di Bertinotti, che comporta una rimessa in discussione del partito sia dal punto di vista teorico che organizzativo, dall’altro una difesa della tradizione che cela una cautela assai maggiore, per non dire una vera e propria chiusura, nei confronti del movimento. La divisione riguarda anche le prospettive politico-parlamentari, soprattutto il rapporto con i Ds. Qui però è stata la componente milanese a mettere in campo tre emendamenti. Il primo parla della necessità di un rapporto con la sinistra Ds, ed è stato votato anche dall’area di Grassi. Gli altri due alludono alla necessità di un’alleanza anche governativa delle forze di sinistra e ripropongono una concezione classica di blocco sociale, inteso come alleanza tra classe operaia e ceto medio.
Per quanto formalmente tesi ed emendamenti vengano dalla medesima maggioranza, quelle che si confrontano sono in tutta evidenza due concezioni sensibilmente diverse del partito e due analisi conflittuali della globalizzazione e dei movimenti che a questa si oppongono. Il documento della sinistra, pur formalmente d’opposizione, appare in realtà meno distante da quello del segretario di quanto non lo siano gli emendamenti interni alla maggioranza. Anche la sinistra di Marco Ferrando, infatti, è favorevole a un rapporto stretto con il movimento. Ritiene però che al suo interno il partito debba esercitare una sorta di egemonia, non organizzativa ma politico-teorica. Accusa di fatto il documento di Bertinotti di venir meno al ruolo di guida del partito sul movimento.
All’ultimo congresso, la minoranza di sinistra aveva ottenuto il 16%, e conta di mantenere o migliorare il risultato nelle prossime assise. Gli emendamenti dell’area Grassi sono stati sottoscritti da 53 firme, tra cui quella particolarmente “pesante” di Sandro Curzi, direttore di Liberazione. Una decina i firmatari degli emendamenti dei “milanesi”.