A colloquio con un esponente del Partito Comunista di Grecia

Che cosa è successo in Grecia nel dicembre 2008? La crisi economica, la politica di integrazione europea, i rapporti tra giovani e movimento operaio. Razzismo e sciovinismo. Verso una rottura del sistema bipolare?

Intervista a Babis Angourakis, dirigente del KKE

I principali apparati mediatici in Italia hanno molto insistito nel presentare le proteste in Grecia come caratterizzate da atti vandalici di gruppi di “radicali anarchici”, improvvisamente scesi nelle strade per seminare il caos, dopo l’uccisione di un giovane da parte di un poliziotto…

E’ vero. E questa impressione non si avverte solamente all’estero. La stessa cosa succede in Grecia. Esiste un evidente tentativo dei principali mezzi di comunicazione e dei partiti politici della borghesia di offrire l’immagine secondo cui il problema risiede essenzialmente nel lancio di bottiglie molotov contro i negozi e nulla più. Si vuole convincere che tutta la protesta si concentra sul poliziotto che ha assassinato un giovane.

La realtà è completamente diversa. Le dimensioni della protesta sono molto più ampie e le sue cause sono strutturali. Esse riguardano la politica sociale promossa dal governo in conseguenza della crisi economica che attraversa il paese e sono collegate con enormi problemi nell’istruzione
pubblica e con una pessima situazione per quanto riguarda i diritti democratici.

Questo spiega l’ampiezza dell’esplosione sociale che si è manifestata in tutta la Grecia e la riuscita dello sciopero generale.

Un certo modo di descrivere i fatti risponde alla volontà di evitare una profonda presa di coscienza politica e lo sviluppo di un grande movimento anticapitalista e con propensione antimperialista. Poiché i gruppi dominanti, il governo e i mezzi di comunicazione non sono stati in grado di
evitare lo scontro sociale, cercano di dare l’impressione che tutto abbia a che vedere solamente con gruppi anarchici e con attacchi a negozi e ad alcune banche.

Questi atti vandalici però ci sono stati …

Certamente. Vi è stato un clima di esasperazione, più che comprensibile, in cui si sono inseriti alcuni piccoli gruppi che non sono collegati con il movimento: né con gli anarchici, né con i comunisti, né con le forze antimperialiste. Un po’ quello che è accaduto da voi a Genova, con i black block.

Sono gruppi ben conosciuti in Grecia, ormai da molti anni: in tutte le grandi manifestazioni antimperialiste e anti-USA, che in Grecia sono piuttosto frequenti, che spesso si svolgono di fronte all’ambasciata degli Stati Uniti e a cui partecipano decine di migliaia di persone, questi gruppi
compaiono, provocano incidenti, lanciano bottiglie molotov, allo scopo di mettere in cattiva luce queste manifestazioni e i loro contenuti agli occhi dell’opinione pubblica; per separare cioè il movimento dall’insieme della popolazione.

E’ esattamente ciò che è accaduto in Grecia nel mese di dicembre. Il fatto nuovo è che – diversamente da altre volte – questi incidenti stanno ricevendo un’enorme copertura mediatica internazionale. Si teme un effetto “contagio” (e così fu anche per Genova). Ad esempio, in Francia il governo di destra sta affrontando una forte mobilitazione studentesca contro la privatizzazione delle scuole. La stessa cosa avviene in Germania, Italia, Spagna… E dato che il movimento in Grecia ha una lunga tradizione di lotta contro la privatizzazione della scuola, crediamo che vari governi in Europa abbiano paura che tali movimenti in Grecia incoraggino movimenti simili nei
propri paesi.

In particolare si cerca di isolare e separare il movimento giovanile dal movimento operaio: ed è proprio contro questa eventualità che sta lottando il nostro partito. Naturalmente siamo contro ogni azione distruttiva e condanniamo il vandalismo. Ciò che ripetiamo in continuazione è che il
movimento deve restare unito alla classe lavoratrice.

Oggi le proteste continuano, sebbene non con la stessa intensità di metà dicembre, ma l’importante è che gli studenti medi e universitari continuino a mobilitarsi, sostenuti dal movimento operaio e dal sindacato.

Si è detto che il KKE ha assunto una posizione ostile al movimento giovanile. Su questo punto in Italia vi è stata una vera e propria campagna…

Le nostre prese di posizione non si prestano a questo genere di caricature. La direzione della nostra organizzazione giovanile (KNE) ha dichiarato, nei giorni più esplosivi della protesta: “Le misure repressive dello Stato sono in piena sintonia con gli attacchi contro la vita e i diritti dei giovani
all’istruzione e ad un lavoro stabile, condotti per mezzo della flessibilità. Il loro obbiettivo è creare paura tra i lavoratori e i giovani. Gli incendi e le distruzioni non hanno niente a che vedere col
movimento popolare di massa. Tali azioni servono solo a legittimare la violenza e l’autoritarismo. Essi vengono inoltre utilizzati dal governo di Nuova Democrazia, come dai precedenti, per occultare il fatto che obbiettivo vero della repressione statale è il movimento operaio.

L’unica risposta effettiva alle provocazioni del governo è quella del movimento popolare organizzato; la mobilitazione combattiva, organizzata e auto-protetta della gioventù…

Rivolgiamo un appello alla gioventù perché esprima la sua indignazione e protesta per mezzo di una lotta di massa organizzata”.

Allo stesso modo, la Segretaria del nostro partito, ha dichiarato:
“l’essenziale è l’intervento organizzato e di massa del popolo, la presenza peculiare del movimento operaio, del movimento degli studenti, di tutti i lavoratori…perché la lotta contro la violenza e la repressione statale è al tempo stesso una lotta per il lavoro, i salari, le pensioni, l’educazione, la sanità….

Non si tratta di vendicarsi distruggendo negozi o incendiando automobili. Ciò favorisce la repressione statale e di quanti vogliono imporre il conservatorismo e la paura al nostro popolo, e indurre all’astensione dalle mobilitazioni di massa. Essi vogliono frenare un movimento organizzato delle masse qui potrebbe rovesciare non solo il governo di Nuova Democrazia, ma ogni forma di governo conservatore che conduca una politica anti-popolare; un movimento che potrebbe aprire la via verso un cambiamento in favore di un potere popolare e operaio”.

Colpisce vedere che tanti giovani e giovanissimi, anche di 15-16 anni, siano scesi in piazza con rivendicazioni assai mature, che investono tutto il sistema educativo, e non solo. Lo slogan più ricorrente, se abbiamo capito bene, riguardava l’assenza di futuro per questi giovani, l’ombra di una
precarietà a vita…

Questo è un problema comune a tutta l’Europa. Crediamo che la differenza in Grecia stia nel fatto che abbiamo un movimento giovanile che ha organizzato grandi battaglie nel recente passato, con rivendicazioni molto avanzate per ciò che riguarda l’istruzione. La crescita di questo movimento e della sua maturità rappresenta, come ho detto, un grande pericolo per il governo della Grecia e di altri paesi europei. Per questa ragione si cerca di dare l’impressione che in realtà non si tratti di un movimento sociale e politico, ma di un’altra cosa. E’ vero: i giovani sono inquieti per il loro
futuro, e si stanno rendendo conto che l’unica soluzione per i loro problemi è innanzitutto la lotta sociale e politica, in forma organizzata e di massa.

Fin dagli anni ’80, abbiamo visto come le organizzazioni del movimento operaio in Europa, i sindacati e i partiti di sinistra, si sono indeboliti e si sono attestati sulla difensiva, perdendo sempre più terreno. Come si colloca il movimento operaio greco in questa congiuntura e in che modo si
rapporta agli studenti?

E’ vero che vi è stato un arretramento complessivo, ma non è ovunque così in Europa, non allo stesso modo. Vi sono ad esempio Paesi, come la Grecia e il Portogallo, in cui sono ancora presenti sindacati di classe e partiti comunisti abbastanza forti e combattivi, e questo aiuta il movimento
giovanile. Il fatto è che nei principali paesi europei c’è stata un’intesa tra la socialdemocrazia e i governi della destra neo-liberale nel promuovere misure antipopolari e antisociali, contenute nel cosiddetto “Trattato di Maastricht” e nell’impianto strategico dell’Unione europea. Questa è la
ragione per cui sindacati e partiti di sinistra hanno perso credibilità nella più parte dei casi e ormai non riescono più a reagire ai gravi attacchi che si vanno ripetendo in Europa. Nel nostro paese è andata diversamente. E’ vero che la maggioranza del movimento sindacale, che è controllato dai socialdemocratici (abbiamo avuto un governo socialdemocratico per 20 anni) ha cercato di creare la stessa situazione “concertativa” anche da noi, per contenere la lotta di classe e qualsiasi azione coerente contro la politica dominante. Ma il nostro partito da molti anni lotta contro questa politica, insieme a larghi strati di contadini, di operai, di studenti. E’ questo che preoccupa la classe dirigente, in Grecia e in Europa. Vedono che in diversi paesi (Grecia, Portogallo, Spagna, Italia…) nuovi settori della classe operaia stanno lottando nelle piazze e riscoprono il conflitto sociale e di classe. Ciò può diventare molto pericoloso per la classe dominante in Europa, a causa dell’approfondirsi di una pesante crisi economica capitalistica, che può intaccare la credibilità
del sistema.

In quale misura questa crisi economica sta colpendo i paesi del Sud dell’Europa più degli altri, tenendo conto che si sono integrati dieci nuovi paesi nell’Unione europea e che i “fondi di coesione” che prima andavano al Sud ora vengono dirottati ad Est?

Non mi sembra che il punto sia questo. Stiamo assistendo ad analoghe esplosioni sociali in Italia, e l’Italia non era un paese prioritariamente recettore di “fondi di coesione”. Inoltre, è bene che si sappia che per ogni euro che la Grecia riceve dall’Unione Europea, il popolo greco ne restituisce tre. Perchè i progetti che vengono realizzati con fondi dell’Unione Europea sono prevalentemente per imprese tedesche o francesi, per cui siamo noi che paghiamo per questo cosiddetto “aiuto”.

Il punto è che stiamo affrontando una crisi enorme. E credo che lo stesso avvenga nei paesi del Nord, come Olanda, Francia, Irlanda… Se vi chiedete perché gli olandesi, i francesi e gli irlandesi hanno detto no al Trattato europeo, capirete che la ragione è la stessa: una situazione sociale molto
difficile anche in questi paesi dove, applicando il Trattato di Maastricht, con l’euro e l’unione economica e commerciale, i ricchi diventano ancora più ricchi e i poveri ancora più poveri. Questa è la causa principale dei movimenti sociali, più o meno in tutti i paesi europei.

Quale impatto ha avuto la crisi economica sul vostro Paese, ad esempio sul tasso di disoccupazione?

Un impatto grave, soprattutto per l’insicurezza rispetto al futuro. La Grecia ha avuto negli ultimi 5-6 anni una crescita abbastanza alta del Prodotto Interno Lordo, del 4% circa. Nel 2009 si prevede meno dell’1%. Noi tradizionalmente abbiamo un alto tasso di disoccupazione, ma il futuro si
presenta ancora peggiore, specialmente per i giovani universitari. Circa il 30% dei laureati in Grecia è disoccupato, abbiamo un’istruzione privatizzata e le famiglie pagano per l’educazione dei figli due o tre volte più di quanto paga il governo: ciò spiega il perché di tutta questa insicurezza, che sarà molto più forte in futuro poiché, in conseguenza della crisi economica e finanziaria, stanno chiudendo molte fabbriche. E se vediamo cosa sta succedendo ora con l’industria automobilistica negli Stati Uniti e ciò che è successo in Europa con la Siemens e alcune altre grandi imprese,
possiamo capire l’angoscia della gioventù di fronte al futuro.

Vedi, in prospettiva, qualcosa di simile a ciò che fu il movimento del ’68 in Europa?

No, non credo. La situazione presenta troppi aspetti diversi. Il movimento del ’68 fu un movimento “ottimista”, aveva fiducia nel futuro. Il grande problema oggi per le nuove generazioni in Europa, che spinge anche a forme di esasperazione, è che esse sono sicure che la loro vita sarà molto
peggiore di quella dei propri genitori. E ciò fa si che la gente sia così disperata. Inoltre oggi neppure i sindacati (la loro maggioranza), e anche molti partiti di sinistra, rappresentano un sostegno coerente e combattivo per le lotte della gioventù, e sono compromessi nella promozione delle
politiche governative. Per questo i giovani cercano nuove forme di organizzazione.

Infine, non si dimentichi che oggi – in Europa – tutto ciò che sfida il sistema, che mette in discussione il capitalismo e ricerca nuove strade viene tacciato più o meno di essere filo- terrorista. E’ il risultato di un’immensa campagna anticomunista, che l’Europa sta subendo in questa fase e
che fa sì che le cose siano molto diverse da come erano nel ’68.

In una situazione così esplosiva, e tenendo conto che c’è un gran numero di lavoratori immigrati in Europa, come pensate di evitare un’ondata di razzismo e di neo-fascismo, risorse estreme del capitalismo quando è in forte difficoltà?

E’ vero. C’è il tentativo di scaricare la colpa di tutti i problemi sugli immigrati. Per quanto riguarda la Grecia, è interessante notare che nel movimento e nella lotta che siamo vivendo, nessuno ha messo in discussione gli immigrati, sebbene abbiamo un numero molto alto di lavoratori stranieri:
negli ultimi 10 anni è arrivato più di un milione di lavoratori stranieri, il che significa il 10 per cento della popolazione della Grecia. Lo dico anche per chi, poco informato, ha scritto che in Grecia la percentuale è assai minore che in Italia (è vero il contrario). Esistono anche da noi forze razziste e fasciste, ma in questa crisi quasi nessuno ha usato con forza questo argomento.

In Grecia il compito che ci siamo assunti come Partito comunista è di organizzare gli immigrati nei sindacati. E’ una strada molto difficile, ma abbiamo ottenuto alcuni successi e pensiamo che sia l’unica soluzione per evitare il pericolo che avete richiamato. Perché è vero, il sistema
imperialista degli Stati Uniti, dell’UE cerca di dividere la classe lavoratrice, in una classe lavoratrice nazionale “buona” e gli immigrati “cattivi”. E si cerca su questa base di costruire un movimento fascista e sciovinista.

La risposta è lottare per politiche di legalizzazione degli immigrati; contro la politica dell’Unione Europea, che è molto ipocrita, perché da un lato impone condizioni a paesi terzi, e dall’altro asseconda politiche discriminatorie verso l’immigrazione. Terzo punto: organizzare gli immigrati
insieme ai lavoratori autoctoni, per dar loro la possibilità di lottare uniti.

Credi alla possibilità che questa crisi sociale ed economica sfoci in una crisi politica in Grecia? Abbiamo letto che il Primo ministro greco, Kostas Karamanlis, ha chiesto scusa per i casi di corruzione che si sono verificati da quando ha assunto la guida del governo nel 2004?

Il problema vero per la Grecia (non solo…) è che neppure i socialdemocratici rappresentano un’alternativa, e per questo non è poi così sentita la richiesta di George Papandreu, il leader socialdemocratico, di andare a nuove elezioni. Comunque sia, questa situazione ha indebolito il
governo, ci sono sondaggi che lo dimostrano. Ma dobbiamo essere realisti. Il modo con cui il governo sta gestendo la crisi, il tentativo di dipingerla come una grave minaccia per il paese, potrebbe spingere alcuni settori sociali a posizioni più conservatrici, come è accaduto nell’estate di due anni fa, quando abbiamo avuto i grandi incendi e tutti pensavano che il governo avrebbe perso la maggioranza, dal momento che la destra non aveva risolto il problema. Abbiamo avuto le elezioni e il partito della destra è tornato a vincere. E’ prematuro dare per scontato che il governo di destra perda la maggioranza.

Esaminando i risultati delle vostre ultime elezioni parlamentari (2007), abbiamo visto che il KKE ha ottenuto oltre l’8% dei voti, il che rappresenta molto per un partito comunista nell’Europa di oggi. Esiste la possibilità di conseguire una rottura del bipartitismo in Grecia?

Il bipartitismo è già in crisi, questo è un dato concreto. I voti che hanno i due partiti maggioritari, quello di destra e i socialdemocratici, non bastano per governare la Grecia. Il problema è come creare un movimento sociale e politico anticapitalista e antimperialista forte, che assicuri che
quando si svolgono elezioni questi voti non ritornino ai due grandi partiti. Per noi, il problema non è solamente quello relativo alla rottura del bipartitismo, perché in generale se guardiamo all’Europa, noteremo che quasi ovunque i partiti politici tradizionali, neoliberali, conservatori e socialdemocratici, stanno perdendo influenza tra la gente, e per questo è così bassa la partecipazione al voto. Il problema è come costruire una maggioranza a favore di cambiamenti radicali, che vadano in una direzione popolare, anticapitalistica e antimperialista, perché solo così pensiamo sia
possibile risolvere i problemi di fondo dei giovani e della classe lavoratrice.

Voglio dire che, se non si pongono condizioni precise all’Unione Europea, al capitale monopolistico e alle grandi imprese capitaliste, non potrà trovare soluzione nessuna delle rivendicazioni, e la situazione non cambierà. La questione è come ottenere in Grecia e in Europa una situazione politica, fondata su mutati rapporti di forza e di classe, in grado di imporre questi cambiamenti. Per questo lottiamo come Partito comunista, non solo per le elezioni: per noi è molto più importante ciò che avviene nella società, con il movimento operaio, i lavoratori, la gioventù.

Facciamo un’ipotesi di scuola: immaginiamo che il KKE vinca le elezioni domani e vada al governo. In che cosa cambierebbe la situazione? Quale sarebbe il vostro programma?

Abbiamo fatto grandi e lunghe lotte; e abbiamo detto alla gente che per dare soluzione ai problemi è prioritaria una politica economica che faccia leva su una base sociale, che abbia determinati obiettivi e priorità, come l’educazione, la salute, il progresso sociale. Ma per avere un’economia come questa, abbiamo bisogno di una socializzazione, di un controllo sociale e popolare dei più importanti mezzi di produzione e finanziari. Se non intacchiamo la grande proprietà monopolistica, non sarà possibile nulla di sostanziale. E una situazione che veda il Partito comunista in condizioni di esercitare un potere politico effettivo può essere solo il prodotto di un grande movimento sociale, non solo elettorale. Per noi tutto ciò è molto chiaro, altrimenti non saremmo comunisti.

E sappiamo che, per fare ciò, il nostro popolo dovrà fronteggiare un forte attacco da parte dell’Unione Europea e dell’imperialismo statunitense e che esso deve prepararsi a questa eventualità. Per questo pensiamo di avere bisogno di nuove forme di organizzazione e di nuove alleanze politiche che ci permettano di affrontare una situazione del genere.

l’Ernesto, n.6 – 2008. Intervista a cura della redazione, 15 dicembre 2008