A Caracas il vertice dell’Opec «allargato»

Prezzo del paniere Opec invariato e quote produttive ferme a 28 milioni di barili al giorno. E’ quanto deciso dall’assise del vertice dei paesi produttori di Caracas, in Venezuela, il 141esimo incontro in ordine di tempo. Ciò nonostante, ieri il prezzo del crudo sui mercati ha sfondato il tetto dei 71 dollari al barile sia per la notizia di un’incursione che – in Nigeria – ha «fruttato» il rapimento di otto tecnici occidentali nel Delta del Niger, sia per la distanza ancora evidenziata tra gli Stati uniti e l’Iran sulla questione dell’uso del nucleare.
Il vertice di Caracas non ha rappresentato un svolta nella vita dell’Opec; tuttavia ha pesato e peserà il sostegno che il presidente Hugo Chavez ha voluto dare alla richiesta di un ingresso, nell’organizzazione, di due paesi africani quali l’Angola e il Sudan e due paesi latinoamericani. L’Ecuador che uscì dalla stessa Opec nel 1992 e la Bolivia di Evo Morales. Hugo Chavez vorrebbe far diventare l’Opec un «colosso antimperialista» contro lo strapotere manifestato, finora, dagli Stati uniti e la complice sudditanza dei paesi mediorientali (Arabia saudita, Emirati arabi). Sarà però per lui complicato riuscire a spostare l’asse del Cartello petrolifero nonostante Hugo Chavez si sia deciso a presentare un «Piano generale» per la riorganizzazione del settore produttivo; che prevede – tra le altre cose – una nazionalizzazione dei giacimenti e una ridiscussione dei contratti stabiliti con le multinazionali. Proprio, ultimamente, l’Eni (la superazienda italiana) è «incappata» in una negozazione con il Venezuela per lo sfruttamento delle piattaforme di petrolio grezzo nel bacino di Orinoco. Dovrà pagare milioni di dollari di una penale se vorrà essere riammessa tra i contraenti del paese latinoamericana e figurare tra le multinazionali che possono sfruttare questa risorsa. All’inizio, l’Eni si era rifiutata di discutere le clausole dell’accordo, per imperdonabile strapotere.
A Caracas ci sono stati diversi momenti di tensione, soprattutto quando i ministri dell’energia dell’Opec hanno rifiutato la sollecitazione degli alleati occidentali di aumentare le quote di produzione che avrebbero fatto abbassare il costo del barile. La risposta è stata unitaria e univoca, mentre il ministro del petrolio saudita ha dichiarato che «l’offerta di greggio è stata già sovrabbondante; anzi con un eccesso di circa un milione di barili al giorno». L’altro momento di crisi è stato rappresentato dall’intenzione di alcuni influenti paesi (Iran e Venezuela, in primis) di abbandonare – in un prossimo futuro – il dollaro negli scambi a favore dell’euro. Sarebbe un brusco cambio di direzione del listino attuale che solo l’Iran ha già annunciato di volere fare prossimamente creando una borsa alternativa a quella del mercato del Nymex e dell’Ice. Le sedi naturali della negozazione dei futures del petrolio.
Non meno sentita è stata l’altra proposta avanzata dal «padrone di casa» Chavez di lasciare fluttuare liberamente il prezzo dell’oro nero; evitando la correzione qualora il costo di riferimento del greggio dovesse salire oltre i 50 dollari al barile. Quindi, secondo il lìder bolivariano, la crescita del prezzo – nel caso che arrivasse a toccare anche i 100 dollari al barile – dovrebbe essere lasciata libera; anche se, dall’altro lato, potrebbe causare gravi problemi ai paesi consumatori (tra cui, guarda caso, figurano moltissime nazioni occidentali, appartenenti al primo mondo). Per il resto il nuovo appuntamento dell’Opec, a dicembre in Nigeria, si annuncia come un vertice infuocato.