A Camp Nama, dove l’importante è non lasciare i segni delle torture

«No blood, no fault»: niente sangue, nessun problema». Questi gli avvisi attaccati sui muri di un centro di detenzione segreto vicino Baghdad. In una stanza all’interno del centro, gli agenti di Saddam Hussein torturavano per interrogarli gli “oppositori” del regime. Ma i cartelli non li hanno attaccati loro.
Nei primi mesi del 2004, infatti, una unità d’elite delle forze di Operazioni Speciali statunitense, aveva convertito la base militare dell’ex raìs iracheno in un centro di detenzione segreto, prima tappa per molti dei futuri detenuti del carcere di Abu Ghraib: Camp Nama, il nome del centro. Il consiglio di non far sanguinare gli interrogati, per evitare future denunce, era stato affisso dai membri della unità d’elite statunitense che ha convertito la base militare in “centro di detenzione temporaneo”: la Task Force 6-26. L’adagio sulle pareti, riflette le modalità con le quali venivano condotti gli interrogatori all’interno di Camp Nama. La camera di tortura del regime baathista era stata convertita dalla Task Force in stanza degli interrogatori, la “Black Room”. Diverso nome, stessa sostanza.

Nella stanza senza finestre, dipinta di nero e delle dimensione di un garage, gli agenti dell’unità picchiavano con il calcio dei fucili e torturavano i prigionieri per ottenere informazioni sul ricercatissimo Abu Musab al-Zarqawi. In una zona vicina alla stanza delle torture invece, sui prigionieri veniva disegnato un bersaglio sul quale esercitarsi. La Task Force 6-26 lavorava in collaborazione con il personale del Dipartimento della Difesa statunitense. A fare un po’ più di luce sulla vicenda, il “New York Times” con il “Washington Post” e la “Nbc”, che sono riusciti grazie ad un “Freedom of Information Act” richiesto dalla “Unione Americana per le Libertà Civili” a desecretare alcune centinaia di pagine di documenti che, incrociate con interviste a militari e civili del Dipartimento della Difesa, hanno per la prima volta dato un quadro generale sia del campo di detenzione segreto, sia delle procedure dell’unità segreta. Difficile intanto un paragone con Abu Ghraib, visto che a Camp Nama non può entrarci neanche la Croce Rossa. Si sa, che gli abusi sui detenuti – molti dei quali senza alcuna imputazione – sono stati compiuti ben prima delle foto dell’aprile del 2004 che testimoniano quelli di Abu Ghraib. Si sa anche che sono continuati ben oltre quella data. A Camp Nama, vicino ad Abu Ghraib, atterravano elicotteri senza alcuna insegna militare per trasportare i prigionieri. Le pratiche della Task Force sarebbero seguite oltre che a Camp Nama in avamposti in zone suburbane di Baghdad, Falluja, Balad, Ramadi e Kirkuk. Visto che l’intelligence era informata dei metodi della Task Force, di fatto viene smentita la risposta del Pentagono sugli abusi ad Abu Ghraib, ovvero che si trattava di un caso isolato nel quale erano coinvolti pochi riservisti. La C. i. a. era così informata da ritirare dal carcere il suo personale nell’agosto del 2003. Difficile prendere provvedimenti contro i membri della Task Force 6-26. L’unità segreta, creata dal Pentagono dopo l’11 settembre, conterebbe circa mille membri, tra militari e civili (da agenti C. I. A. o F. B. I. a riservisti e marines). All’inizio fu chiamata Task Force 121, poi Task Force 6-26, nome destinato a cambiare ancora. Il Pentagono finora non ha rivelato né l’esatta dimensione dell’unità, né i nomi dei suoi comandanti, le sue basi operative o le specifiche missioni. Anche i nomi dei suoi membri cambiano, rendendo spesso impossibile identificare i responsabili materiali degli abusi. Nei pochi provvedimenti disciplinari avviati contro la Task Force e nei giudizi delle corti marziali viene omessa l’appartenenza degli imputati ad un’unità speciale. Intanto un altro scoop del “Time Magazine” mette in serio imbarazzo la Casa Bianca. Secondo la ricostruzione del magazine statunitense, dei marines scampati all’esplosione di un ordigno esploso al passaggio del loro convoglio nei pressi di Haditha lo scorso novembre, avrebbero il giorno seguente ucciso nelle loro case quindici civili iracheni, dei quali sette erano donne e tre bambini. Altra rivelazione destinata a far discutere, mentre ieri il segretario della Difesa statunitense, Donald Rumsfeld, ha dichiarato che lasciare ora l’Iraq sarebbe come aver lasciato la Germania liberata di nuovo in mano ai nazisti. Indietro non si torna.