A Brasilia il BRIC rafforza cooperazione e commercio

I paesi del BRIC costituiscono il 26% del territorio, il 32% delle terre agricole, il 42% della popolazione e il 14,6% del Pil mondiale (circa il doppio se si calcola il PIL tenendo conto del potere d’acquisto locale-NDR). La miopia, se non curata, è una malattia grave e progressiva. Vale anche per la politica. Si vedono solo le cose a noi più vicine, che, nel nostro piccolo, diventano ossessive, ma che sono irrilevanti sugli scenari internazionali

Ne è la prova la grande superficialità con cui vengono riportati eventi di valenza strategica come il summit dei paesi del BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) tenutosi il 15 aprile a Brasilia. Qui, i 4 capi di stato hanno consolidato il processo di cooperazione e di decisione, che sta cambiando la distribuzione del peso politico ed economico del mondo.
Al loro primo summit, a Yekaterinburg, in Russia, nel giugno 2009, furono i cinesi a scuotere i centri di potere, mettendo in discussione il ruolo dominante del dollaro, come moneta di riserva e del commercio internazionale. A Brasilia, è stato il presidente russo Dmitri Medvedev a porre alcune questioni rilevanti da definire nelle sedi internazionali.

Ricordando che i paesi del BRIC costituiscono il 26% del territorio, il 32% delle terre agricole, il 42% della popolazione e il 14,6% del Pil mondiale, Medvedev ha rivendicato il loro impegno per la riforma del sistema di Bretton Woods. Ha sostenuto, inoltre, che la cooperazione economica tra i quattro “può migliorare attraverso la creazione di spazi di interazione finanziaria, sotto forma di accordi per l’uso delle monete nazionali nel commercio reciproco e lo scambio di informazioni su possibili attacchi speculativi alle valute, alla borsa e alla borsa merci”.

L’incontro ha ribadito la volontà di giungere ad un “ordine mondiale multipolare, ad un’architettura finanziaria più stabile e ad un sistema monetario internazionale più stabile e diversificato”. Perciò, rivendicano un loro ruolo più significativo nei lavori del G20, che ritengono l’unica sede di decisione politica internazionale. L’appuntamento del summit di novembre a Seul è considerato, a questo proposito, come il termine ultimo per cambiare anche il sistema delle quote di controllo del FMI. Esso, finora, ha penalizzato pesantemente le nazioni emergenti.

I paesi del BRIC riconoscono che le cause della crisi finanziaria globale non sono state ancora rimosse. Del resto, le recenti dichiarazioni del presidente Obama confermano tale preoccupazione e i rischi di future nuove crisi sistemiche. Comunque, in una coerente strategia di ripresa economica, essi accelerano i loro scambi commerciali, i grandi investimenti e le joint ventures.
Naturalmente la Cina è il partner più dinamico nei commerci tra questi paesi, utilizzando anche la sua moneta, lo yuan. Nel settore dell’energia la Cina sta costituendo delle joint ventures in Argentina per oltre 3 miliardi di dollari e in Canada per 5 miliardi. Dal Venezuela ha aumentato l’import di petrolio del 21% in un anno e in Brasile ha stipulato un contratto di 10 miliardi con Petrobras. Inoltre, ha concordato di costruire un’acciaieria a Port Acu, nello stato di Rio, investendo ben 5 miliardi di dollari. Quindi, la Cina non sta solo comprando materie prime, di cui ha enorme bisogno, ma costruisce fabbriche e investe nelle industrie in collaborazione con i governi e gli imprenditori del posto.
Ecco perché da un anno la Cina ha rimpiazzato gli USA come primo partner commerciale del Brasile. E si stima che entro il 2015 supererà l’Unione Europea nel commercio con l’intera America Latina.

In Europa qualcuno, in un ottica suicida, pensa al protezionismo commerciale e non ad aprirsi con lungimiranza a questi paesi. Non si può stare fermi. I paesi emergenti si muovono. Infatti, a Brasilia è stato anche costituito l’IBSA, il nuovo gruppo di cooperazione formato da India, Brasile e Sud Africa.
L’Europa e l’Italia, invece, sembrano voler continuare sulla strada della vecchia cooperazione. Eppure, Enrico Mattei, a suo tempo, aveva già intuito la necessità di fare joint ventures moderne ed innovative con i paesi in cui l’ENI investiva.

*Sottosegretario all’economia nel governo Prodi;
** Economista