A Bologna un clima da inquisizione

Finalmente a Bologna si riprende la parola per contestare i guasti culturali prodotti da una politica semplificatrice rispetto a fenomeni sociali che richiedono capacità di analisi e sensibilità democratica. Forum Droghe e Mdma hanno contestato giustamente la piega bislacca che sta prendendo la vicenda del Livello 57. Le azioni poliziesche di chiusura di un centro sociale che per anni è stato punto di aggregazione giovanile ma anche momento specifico di una pratica di prevenzione e di riduzione dei rischi per i consumatori di sostanze stupefacenti hanno provocato decisioni della magistratura che non possono passare sotto silenzio.
L’ultimo atto del Tribunale della Libertà, che rigetta una istanza di sostituzione della misura degli arresti domiciliari con una meno afflittiva, adotta motivazioni assai discutibili dal punto di vista giuridico e assolutamente stupefacenti dal punto di vista civile e di etica pubblica. L’art. 274 del Codice di procedura penale viene violentato ripetutamente: infatti non si è di fronte al rischio di inquinamento delle prove e neppure al pericolo di fuga e per il pericolo di reiterazione dei reati si ipotizza che i «contatti criminali» radicati in Bologna siano riproducibili in altro contesto di luogo. Si parla poi di «effetti deterrenti» della custodia cautelare commettendo un errore marchiano in quanto gli effetti deterrenti in teoria sono propri della esecuzione della pena, non della custodia cautelare.
Infine si contesta la condotta processuale non collaborativa, andando contro la norma del cpp. Ma il tribunale si spinge ben oltre. Ritiene che tre mesi di coercizione domestica non rappresentino un tempo sufficiente a produrre effetti deterrenti «a maggior ragione su persona che abbia agito non già sotto la spinta di ragioni contingenti ma per convinzioni ideologiche legate all’antiproibizionismo delle droghe leggere». Secondo i giudici, se le parole hanno un senso, ci troveremmo di fronte non a un reato di spaccio ma a una azione di alto valore morale! Invece l’antiproibizionismo delle droghe leggere, che si fatica a capire che cosa sia, costituisce un’aggravante relativa a un reato d’opinione che andrebbe sradicato a tutti i costi, preferibilmente con l’abiura. Circostanza ancora più intollerabile per il collegio è la frequentazione del Livello 57. Il fatto che le sedi del centro sociale siano state poste sotto sequestro «non è affatto di ostacolo alla reiterazione di condotte analoghe dato che il provvedimento, se ha privato l’associazione Livello 57 dei locali, non ha però sciolto l’associazione stessa che ben potrebbe avere già scelto nuovi punti di incontro in cui organizzare manifestazioni e feste sociali finalizzate allo spaccio e al consumo di droghe».
Che venga adombrato lo scioglimento di una associazione come se fosse una organizzazione armata o di ricostituzione del partito fascista, evidenzia solo la distanza di lor signori dai principi della Costituzione. I sepolcri imbiancati amano ripetere che le sentenze si rispettano e non si discutono, invece appartiene allo spirito della democrazia che soprattutto le argomentazioni e le motivazioni delle decisioni giudiziarie vengano esaminate e discusse. In questo caso poi sono i giudici ad affermare nei fatti la bontà intangibile del proibizionismo che tanti guasti ha prodotto in Italia e nel mondo con una sentenza di regime da Casa delle libertà, frutto di un clima dettato da un senso comune repressivo. Che questa rivendicazione di intolleranza avvenga subito dopo l’approvazione della legge Fini-Giovanardi è un triste segno dei tempi. Bologna merita di più e queste offese al diritto e all’intelligenza devono cessare.