Revisione storiografica e uso politico della questione delle foibe*

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di Marco Delle Rose**

 

jugoslavia bandieraIntroduzione


L’altopiano calcareo compreso tra Slovenia e Italia (chiamato Kras in sloveno e Carso in Italiano) è denominato dagli studiosi di scienze della Terra “Classic Karst” per aver dato il nome ai “paesaggi carsici”. Doline, caverne, acquitrini, sprofondamenti, dirupi, forre, voragini, abissi sono gli ambienti principali del territorio carsico e ne hanno condizionato le forme di antropizzazione. In merito a strategie belliche, i paesaggi carsici si rivelano particolarmente adatti per operazioni di guerriglia. Attraversamenti obbligati e angusti, cavità quasi inaccessibili, offrono infatti singolari vantaggi a piccole e mobili unità locali, mentre pongono problemi tattici e logistici a truppe allogene non adeguatamente addestrate ed equipaggiate. Gli usi difensivi delle grotte da parte della guerriglia comprendono, tra gli altri, rifugio per combattenti e civili in fuga e posizionamento di postazioni armate. Vari usi offensivi sono altresì favoriti, ossia: intrappolamento, agguato, nascondiglio, spazio per addestramento e schieramento, deposito di munizioni, luogo per detenzioni ed esecuzioni (Day e Kuney, 2004).

 

Nel corso della seconda guerra mondiale, il Carso e altri territori carsici dei Balcani settentrionali sono stati teatro di battaglie tra nazi-fascisti e partigiani, il cui epilogo è riferito dall’attuale storiografia “ufficiale” italiana alla cosiddetta tragedia delle “foibe”. Di pochi episodi bellici relativi a siti ipogei si conserva però una certa memoria. Tra questi, l’acquartieramento di truppe jugoslave nelle grotte bosniache di Drvar e la distruzione di munizioni germaniche nelle grotte slovene di Postojna (Kempe, 1988). Eserciti convenzionali e partigiani, soprattutto questi ultimi, sono ritenuti responsabili di aver trucidato migliaia di nemici negli abissi carsici. In Slovenia, come in Croazia e nella Venezia Giulia, l’immediato dopoguerra fu “particolarmente cruento, giacché vi giunsero molte formazioni militari avversarie del Movimento di Liberazione Nazionale” sospinte dalle avanzate partigiane e senza possibilità di fuga (Ferenc, 2005). Esplorazioni speleologiche eseguite dagli anni ‘80, al fine di censire le cavità usate come “cimiteri di massa”, hanno fornito riscontri parziali (Mihevc, 1995). Del resto, il numero di persone uccise o occultate nelle cavità è realisticamente impossibile da stabilire e, dunque, materia di interminabili controversie storiche e politiche. Le forme carsiche a sviluppo verticale dell’area nord-balcanica si contano a migliaia e ciascuna di esse potrebbe essere stata utilizzata più volte per “infoibare”, con inversioni dei ruoli vittime-esecutori in relazione alle alterne vicende della guerra.

 

In Italia, il termine friulano “foibe”, che significa doline, abissi, è impiegato per indicare “violenze di massa a danno di militari e civili, in larga prevalenza italiani, scatenatesi nell’autunno del 1943 e nella primavera del 1945 in diverse aree della Venezia Giulia e che nel loro insieme procurarono alcune migliaia di vittime”. Un doppio mutamento semantico è intercorso rispetto all’originario significato geomorfologico di “foibe”, che ha perduto anche il legame con l’azione di “infoibamento”, ossia di uccisione per mezzo di armi o per caduta violentemente indotta dai bordi delle cavità, oppure di “semplice” occultamento di cadaveri nelle medesime. Secondo la tendenza storiografica “ufficializzata” dallo stato, è “questo un uso del termine consolidatosi ormai, oltre che nel linguaggio comune, anche in quello storiografico, e che quindi va accolto, purché si tenga conto del suo significato simbolico e non letterale” (Pupo e Spazzali, 2003). Tale assunto costituisce però una gabbia epistemologica che limita e condiziona l’analisi storiografica. Scorporate dalla complessità reale del contesto bellico, le “violenze di massa” richiedono una pianificazione strategica dell’Osvobodilna Fronta di tipo ideologico. Ingabbiata da questa matrice disciplinare, la ricerca storiografica è vincolata al banale dualismo interpretativo tra l’ipotesi di “pulizia etnica” e quella di “eliminazione sistematica” degli avversari politici. Il presente scritto vuole essere un contributo per il superamento di questo paradigma.

 

Cenni storici


Dopo il primo conflitto mondiale, l’Italia attuò un programma di “snazionalizzazione” dell’Istria appena annessa, chiudendo le scuole slovene e croate e italianizzando i cognomi “stranieri”. Tra il 1919 e il 1922 le camicie nere compirono sistematicamente azioni squadriste, incendiando e distruggendo sedi di associazioni, redazioni di giornali, seviziando e uccidendo avversari politici. Contemporaneamente i dipendenti sloveni, croati e tedeschi furono licenziati o trasferiti di forza in altre parti del Regno d’Italia. Negli anni ‘30, l’immigrazione in massa di contadini “regnicoli” provenienti soprattutto dal Friuli e dal Veneto, costrinse gli istriani non italiani ad abbandonare le proprie terre. Molti contadini ingrossarono le fila del proletariato che si andava sviluppando nelle aree industriali di Pola e Arsia, come pure a Trieste e Monfalcone. In questi luoghi le idee marxiste trovarono terreno fertile e forgiarono quella cultura di lotta di classe che si rivelò poi un baluardo nella guerra contro il nazi-fascismo (Di Gianantonio, 2006).

 

Con la feroce invasione subita nell’aprile 1941 da Italia, Germania, Ungheria e Bulgaria, il Regno di Jugoslavia venne smembrato. La Croazia fu posta sotto la dittatura di Ante Pavelic, imposto da Mussolini con la benedizione del Vaticano; la Dalmazia e il Montenegro divennero governatorati italiani; la Slovenia fu ripartita tra Italia e Germania. In questi territori gli italiani si resero responsabili dei crimini più efferati: bombardamenti e incendi di villaggi; sevizie, torture, prelevamento e uccisione di civili per rappresaglia; esecuzione indiscriminata di partigiani; deportazione in massa in campi di concentramento e di sterminio (Conti, 2008). Non si trattò di episodi isolati o eccessi di singoli, ma di comportamenti sistematici, funzionali alla strategia di dominio imperialista dell’Italia monarchica e fascista applicata anche in Libia, Etiopia, Grecia.

 

Già nel settembre 1941, le autorità italiane di occupazione in Jugoslavia, riportarono episodi di “infoibamento” perpetrati da Ustaša ai danni di cristiano-ortodossi a Livno (Bosnia). Le stesse autorità, per fronteggiare la Resistenza jugoslava che si organizzava sotto la guida del partito comunista, assoldarono collaborazionisti “rispondendo con una serie di operazioni di guerra […] Nella provincia di Ljubljana durante i 29 mesi di occupazione, su 340.000 persone, 25.000 furono internate e 13.000 uccise. Un cittadino su cinque fu imprigionato” (Pirjevec, 2009). Voragini e abissi carsici vennero usati come “cimiteri a cielo aperto” per seppellire rapidamente le vittime di battaglie, rappresaglie e bombardamenti, specie nella necessità di prevenire il diffondersi di epidemie.


L’Armistizio dell’8 settembre 1943 causò un vuoto di potere nella Venezia Giulia mentre, quasi in ogni centro abitato, insurrezioni spontanee determinavano la formazione di comitati di governo locale. Il potere popolare fu stroncato all’inizio di ottobre dall’occupazione nazista e la costituzione della Operationszone Adriatisches Küstenland, aggregata al III Reich. Secondo la predominante storiografia italiana, durante questo periodo di trapasso di potere furono commesse, dagli insorti slavi, numerose uccisioni di massa di italiani (le “foibe istriane”). Tuttavia, un numero non precisato di salme esumate era stato inumato in voragini e abissi carsici dopo decessi causati da conflitti armati o incursioni aeree, con fini antiepidemici. Altre salme esumate appartenevano a vittime di rappresaglie nazi-fasciste, mentre altre ancora a persone uccise per fatti di criminalità comune o vendette personali non-politiche.

 

Anche i partigiani usavano infoibare i propri nemici; è noto un documento con il quale Luigi Frausin, segretario del PCd’I di Trieste, pur raccomandando un’azione politica piuttosto che repressiva, disponeva di non rinunciare “alla tattica delle foibe, quando si scovano fuori fascisti responsabili di azioni contro la popolazione [...] collaboratori aperti, decisi e attivi dei tedeschi, spie” (cit. in Pirjevec, 2009). Questa tattica terroristica di eliminazione dei nemici in circostanze favorevoli per la guerriglia era conforme a quella attuata dalla Resistenza in ogni parte d’Europa (Michel, 1973) e agevolata, nel territorio carsico, dalla possibilità di rapido occultamento dei cadaveri in anfratti sotterranei inaccessibili e sconosciuti agli occupanti.

 

Con l’approssimarsi della fine della guerra, nel complesso e mutevole contesto di giochi di potere del confine orientale italiano, il Comitato di Liberazione Nazionale di Trieste rifiutò l’alleanza con i partigiani jugoslavi, provocando la fuoriuscita della componente comunista. Lo stesso CLN (considerato semplicisticamente soggetto “democratico” dall’odierna storiografia) tramò con la X MAS di Julio Valerio Borghese in chiave anticomunista (Novak, 1973). Ciò è confermato da archivi angloamericani, dai quali è emerso che le formazioni partigiane della Osoppo idearono un fronte unico con la X MAS contro l’Osvobodilna Fronta (Bajc, 2006). Altre trame antijugoslave erano state già approntante sia dal Governo del Sud (il “piano De Courten”) che dagli angloamericani (il progetto “antiscorch”), anche al fine di prevenire disordini sociali che avrebbero avvantaggiato i comunisti alla fine del conflitto.

 

Il 30 aprile 1945, il giorno dell’insurrezione di Trieste e dell’arrivo dei partigiani jugoslavi, scontri armati, fortuiti o intenzionali, si verificarono tra unità del CLN e dell’Osvobodilna Fronta. Significativo fu il contributo delle unità armate di operai italiani e slavi, organizzate dalle formazioni marxiste “Delavska Enotnost - Unità Operaia”, per il contenimento di truppe naziste. Gli jugoslavi liberarono Trieste, spingendosi poi nelle provincie di Gorizia e Udine. Questo territorio, in cui cercavano scampo centinaia o migliaia di fascisti e collaborazionisti sloveni e croati, fu investito da un’ondata di esecuzioni sommarie, sanguinose vendette e crimini comuni. Tali vicende sono inquadrate dalla storiografia italiana in un secondo periodo di uccisioni di massa di italiani (le c.d. “foibe triestine”). Dopo 40 giorni di occupazione jugoslava, il controllo civile e militare della Venezia Giulia occidentale passò all’Allied Military Government.

 

Esumazioni e mancati processi


Gran parte degli esumati dalle foibe della Venezia Giulia non sono stati identificati, né si hanno informazioni essenziali quali le loro attività sociali e politiche, le circostanze dei decessi o l’identità degli esecutori. Solo una parte delle salme riconosciute - peraltro quantificabile mediante analisi dei documenti - si può attribuire a esecuzioni sommarie compiute da partigiani. Il maggior numero appartiene invece a soldati (soprattutto tedeschi) uccisi durante la guerra, come nel caso del monumento nazionale della Foiba di Basovizza. Una frazione significativa delle salme doveva appartenere a civili di varie nazionalità uccisi dai nazi-fascisti negli eccidi, e “deposti” nelle voragini dai sopravvissuti (parenti, amici, compagni) per fronteggiare la diffusione di epidemie. Altre vittime sono da ascrivere alla criminalità comune e a varie vicende quali vendette personali.

 

Le esumazioni dalle foibe avvennero principalmente durante due distinte operazioni di recupero. La prima subito dopo la costituzione della Operationszone Adriatisches Küstenland, riguardò le “foibe istriane” e venne riportata nella cosiddetta “Relazione Harzarich”. La seconda riguardò le “foibe triestine”, fu svolta sotto l’amministrazione angloamericana e descritta nella cosiddetta “Relazione De Giorgi”. Purtroppo tali relazioni, ampiamente citate nella letteratura storica e pubblicistica, non sono disponibili nella loro forma originale (Cernigoi, 2005), a detrimento delle potenzialità della ricerca.

 

Nella zona di Trieste, una cifra non precisabile di “infoibamenti” avvenne, durante il periodo bellico, per mano di poliziotti dell’Ispettorato Speciale di Pubblica Sicurezza di Trieste; si trattava di persone morte a causa di sevizie e torture. Emblematica è poi la vicenda dell’Abisso Plutone presso Trieste, dove gli infoibatori furono fascisti della X Mas infiltrati nelle file partigiane (Cernigoi, 2005). Rilevante ai fini delle metodologie storiografiche è invece la vicenda di un presunto sopravvissuto ad un episodio di infoibamento in Istria, presso Plomin (Croazia) che ebbe, pochi anni or sono, grande clamore mediatico. Recenti ricerche hanno dimostrato infatti la sua inattendibilità al fine del processo di revisione storiografica (Pol Vice, 2008). Un elenco delle “foibe” completo e attendibile per la ricostruzione delle vicende storiche è quindi problematico da realizzare. Per fini comparativisti si consideri che in Slovenia sono stati censiti, per mezzo di esplorazioni speleologiche, circa 100 abissi carsici contenenti resti umani (Ferenc, 2005).

 

Quasi nessun criminale di guerra italiano venne giudicato dai tribunali internazionali. Molti furono riciclati, già a partire dall’Armistizio, negli apparati statali del Governo del Sud, e poi in quelli della nascente Repubblica Italiana, almeno sino al 1948. Lo stesso Badoglio era accusato, a giusta ragione, di crimini in Libia e soprattutto in Etiopia. Tra i casi eclatanti si può ricordare quello del generale dei carabinieri Taddeo Orlando, artefice del grande rastrellamento di Ljubljana che provocò migliaia di vittime. Egli compariva al numero 149 della lista dei criminali di guerra delle Nazioni Unite ma venne nominato segretario generale del Ministero della Difesa da De Gasperi nel 1947. Lo stato italiano favorì l’impunità dei criminali di guerra anche proteggendone la clandestinità. E’ questo il caso del generale Mario Roatta, responsabile dei massacri avvenuti in Slovenia e Dalmazia. Arrestato a Roma nel novembre 1944, fu poi fatto fuggire in Spagna dove visse agiatamente per un ventennio, per tornare infine indisturbato in Italia (Di Sante, 2005).

 

L’omertà degli apparati dello stato in cui si riciclavano i fascisti vanificò le richieste di estradizione dei criminali di guerra che il governo jugoslavo preparò dal 1944. Si trattò di una vera e propria “azione di salvataggio” organizzata dalle massime cariche della nascente repubblica. Le mancate estradizioni fecero aumentare il livore che gli slavi nutrivano nei confronti degli italiani. La tensione tra le popolazioni continuò a crescere per tutto il 1946 e anche dopo la firma del Trattato di Pace di Parigi. Vi furono vendette e uccisioni sommarie, nelle quali alle questioni ideologiche e nazionalistiche si sovrapponevano vecchi e nuovi rancori personali e familiari, nelle generali condizioni di miseria e nella lotta per la sopravvivenza generate dalla guerra. Altre cause geo-politiche contribuirono a oscurare la questione dell’esodo giuliano-dalmata. In particolare la rottura tra i regimi comunisti di Jugoslavia e Unione Sovietica, e di conseguenza tra il PCI e il PCJ, nonché il contestuale consolidarsi dei rapporti tra Jugoslavia e Stati Uniti d’America.

 

Giorno della Memoria Vs. Giorno del Ricordo


Il calendario delle celebrazioni ufficiali della Repubblica Italiana si è arricchito negli ultimi anni di due nuove date: il Giorno della Memoria (27 gennaio) e il Giorno del Ricordo (10 febbraio). Le commemorazioni avvengono in tutto il territorio nazionale con cerimonie ufficiali, dibattiti pubblici, convegni di studio e altre iniziative. Molto frequenti sono i viaggi di scolaresche presso i rispettivi luoghi simbolo. L’impatto delle due ricorrenze sulla collettività è differente: mentre il Giorno della Memoria si svolge, forse troppo artificiosamente, nel commosso ricordo della Shoah, il Giorno del Ricordo è sistematicamente “turbato” da manifestazioni e contestazioni.

 

La legge n. 32 del 30 marzo 2004 “Istituzione del Giorno del Ricordo in memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo giuliano-dalmata, delle vicende del confine orientale e concessione di un riconoscimento ai congiunti degli infoibati”, è apparsa subito come la risposta politica alla legge n. 211 del 20 luglio 2000, che aveva istituito il Giorno della Memoria in ricordo “dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti”. Si tratta di due leggi promulgate da governi di segno politico opposto: il Giorno della Memoria dal governo Amato II (centrosinistra - XIII legislatura) quello del Ricordo dal Berlusconi II (centrodestra - XIV legislatura).

 

Le date scelte per le commemorazioni hanno un differente valore simbolico. Il 27 gennaio 1945 l’Armata Rossa entrò ad Auschwitz, liberando gli internati sopravvissuti allo sterminio nazista. Il regime comunista sovietico fu percepito dal mondo intero come il liberatore dei popoli oppressi dal nazi-fascismo. Nel promulgare la 211/2000, il legislatore italiano si era adeguato a una volontà sovranazionale. Era stata la Germania, nel 1996, ad adottare per prima questa data per commemorare le vittime del nazismo, seguita poi anche da Regno Unito e Polonia. L’assemblea generale dell’ONU ha quindi ratificato questa data per “the international holocaust remembrance day”. La 211/2000 ha introdotto una serie di questioni, a partire dalla discriminazione degli altri gruppi umani deportati e sterminati, quali rom, omosessuali e (si direbbe oggi) diversamente abili. Considera solo i campi nazisti, dimenticando quelli fascisti che pur erano disseminati in Italia (19 dei quali riservarti alla deportazione di slavi) e nella Penisola Balcanica (dove morirono decine di migliaia di deportati). Conduce alla rimozione delle vittime del fascismo e alla selezione memonica di quelle del nazismo, pur riguardando formalmente anche deportati militari e politici. La maggior parte di questi ultimi erano però comunisti. Pertanto, la commemorazione avrebbe potuto trasformarsi in una sorta di “giornata dell’orgoglio comunista”, dieci anni dopo la fine dell’Unione Sovietica e la “demolizione” del Muro di Berlino. Infatti, nonostante le abiure di molti ex-comunisti con ripudio della vecchia fede politica, i partiti comunisti sorti dopo la dissoluzione del PCI, godevano ancora di ampio credito ed erano rappresentati in parlamento. Oggi, quindi, appare non casuale il sostanziale monopolio del ricordo della Shoah nelle celebrazioni del 27 gennaio, bensì approdo di un processo decennale di rimozione selettiva.

 

La promulgazione della legge 32/2004 ha avuto ben altre premesse. Negli anni ‘90 le questioni delle “foibe” e del cosiddetto esodo giuliano-dalmata, erano riemerse dopo decenni di generale disinteresse, con lo smembramento della Jugoslavia. Le foibe di Monrupino e di Basovizza furono contestualmente elevate a luoghi simbolo e designati “monumenti nazionali”. Episodi di giustizia sommaria partigiana e riesumazioni di salme dagli abissi carsici erano stati, già dagli anni ‘40, strumentalmente legati alla migrazione in massa degli italiani dai territori jugoslavi riconquistati dall’Armata Popolare di Liberazione. Negli anni delle contese territoriali con la Jugoslavia, l’inizio della diaspora fu fatto coincidere “ufficialmente” con il Trattato di Pace di Parigi del 10 febbraio 1947. Successivamente però lo stato, per nascondere le proprie inconfessabili colpe e in virtù dei nuovi equilibri geo-politici, contribuì all’oblio della questione. La data del 10 febbraio fu scelta anche dal legislatore della 32/2004, che avallò così rivendicazioni patriottarde sostenute dall’irredentismo più irriducibile. Tra l’altro occorre rilevare che, con sospetta coincidenza temporale, erano in corso i lavori della “commissione parlamentare d’inchiesta sulle cause dell’occultamento di fascicoli relativi a crimini nazisti”. Più grevi sono le ripercussioni socio-politiche di questa legge. L’accostamento di “foibe” ed esodo, indica subdolamente gli episodi di “infoibamento” quale causa, unica e diretta, della diaspora. È questo un malcelato modo di condizionare la ricerca storica. Nondimeno, pur celebrando la ricorrenza di un atto di pace, il 10 febbraio è usato per seminare rancore tra italiani, sloveni e croati, riattizzare odi etnici faticosamente sopiti e praticare scellerate politiche razziste. Si descrivono le genti balcaniche come popoli rozzi, primitivi, assetati di sangue e di vendetta, invasati da odio etnico e dall’ideologia comunista (cfr., ad es., articolo di M. Sacchi su Il Giornale del 13 maggio 2010). Si rimarca una sedicente superiorità etica e morale degli italiani, preparando così la strada per nuove guerre. Il significato e la potenza di questo apparato ideologico sono espressi dalla sintesi: “evocations of the ‘Slav other’ and of the terrors of the foibe made by state institutions, academics, amateur historians, journalists and the memorial landscape of everyday life [are] the backdrop to the post-war renegotiation of Italian national identity” (Sluga, 1999).

 

Un esempio di uso politico


L’uso politico della questione delle foibe può essere trattato analiticamente. L’esempio riguarda la comunicazione politica di “un viaggio di studio sui luoghi dell’oppressione comunista”, organizzato nel 2011 dalla Provincia di Lecce. La stampa locale, ricalcando i comunicati dell’ente amministrativo, ha sottolineato la necessità di sensibilizzare i “giovani sui crimini di guerra, che i regimi del Novecento perpetrarono in Italia nei confronti dell’Umanità”. La “spedizione didattica [era diretta] nelle terre del Friuli Venezia Giulia e della Dalmazia, dove vennero torturati e uccisi quasi 11mila italiani, per mano dei partigiani jugoslavi di Tito. […] Gli studenti [hanno visitato] la Foiba di Basovizza e la risiera di San Sabba, unico campo di concentramento [corsivo nostro, MdR] in Italia. Nello stesso periodo delle vicende di Basovizza – hanno spiegato gli organizzatori – il regime nazista individuò in quella risiera un campo di torture, dove persero la vita 5mila persone.” (Corriere del Mezzogiorno, 15 gennaio 2011, pag. 7).

 

Bisogna rilevare varie manipolazioni e inesattezze, come l’assenza di riferimenti diretti al fascismo, al cui operato risalgono le cause remote delle “foibe” e dell’esodo. L’inesattezza più grave è l’indicazione di San Sabba come “unico campo di concentramento”; in realtà esso fu un campo di sterminio, mentre in Italia operarono decine di campi di concentramento (Capogreco, 2006). Falsa e fuorviante è la contestualizzazione geografica e storica degli episodi richiamati. Pretestuosa la comparazione della stima massima delle vittime di nazionalità italiana nella Venezia Giulia con quelle assassinate nel Lager della Risiera di San Sabba. Il risultato numerico è funzionale alla strumentalizzazione politica: le vittime del regime comunista jugoslavo appaiono più del doppio di quelle del regime nazista. Con amara ironia si può immaginare che il passo propagandistico successivo, descriverà l’occupazione della Jugoslavia come una guerra preventiva e umanitaria per salvare le genti slave (oppure l’umanità intera) dal comunismo. Più concretamente, la comunicazione politica ha giocato sordidamente coi numeri: le quasi 11mila vittime per mano jugoslava comprendono le salme recuperate dalle foibe (circa un migliaio), i morti nei campi di concentramento jugoslavi (qualche migliaio) e un’altra frazione di presunti “infoibati”. Le 5mila vittime perite nel lager della risiera di San Sabba rappresentano, per contro, solo una parte infinitesima di quelle causate dall’occupazione nazi-fascista del Regno di Jugoslavia.

 

Occorre altresì evidenziare come il paradigma del totalitarismo costituisca un elemento portante della comunicazione. Le potenziali conseguenze ideologiche sono evidenti, a cominciare “dalla possibilità di scagionare le popolazioni civili da ogni corresponsabilità con le politiche seguite dalle istituzioni che le hanno governate” (Cfr. AA.VV, 2002). L’impatto socio-culturale dell’uso reale di questo paradigma sarà ovviamente determinato dalle forze culturalmente egemoni. È appena il caso di accennare che per il regime di Tito potrebbe essere più efficace la verifica del concetto di autoritarismo (cfr. Linz, 2000).

 

Due ulteriori appunti. Le salme riesumate dalla Foiba di Basovizza appartenevano a soldati tedeschi uccisi durante bombardamenti alleati. Sarebbe quindi opportuno che gli studenti accompagnati presso i luoghi della memoria apprendessero la reale identità dei poveri resti in essa rinvenuti. Così pure, che dai processi fatti nel dopoguerra, solo un italiano risulterebbe “infoibato” a Basovizza, il triestino Mario Fabian, volontario del citato Ispettorato Speciale di Pubblica Sicurezza (Cernigoi, 2005).

 

Politica e riscrittura della storia


Citando Jaques de La Palice, la storia contemporanea è oggetto di revisioni condizionate dall’inevitabile uso politico. Emblematica è la riscrittura della Resistenza che inizia dagli anni ‘90 con la fine del primo regime partitocratico repubblicano e lo “sdoganamento” delle forze politiche eredi del fascismo. Per tale processo, la Destra ha riproposto proprie vecchie argomentazioni, tra cui il genocidio degli italiani della Venezia Giulia programmato dal regime comunista jugoslavo. La gabbia epistemologica del corrente significato di “foibe” ne è un risultato.


Ciò tuttavia non sarebbe bastato per far diventare senso comune (inteso come accettazione di posizioni pregiudiziali non meditate e assunzione acritica di opinioni e saperi che hanno solo il merito di essere diffusi) tale propaganda. È stato necessario il pentimento strumentale della Sinistra, peraltro costellato da una lunga serie di episodi di autocommiserazione. Così W. Veltroni ha affermato che “fu un odio alimentato dall’ideologia comunista a determinare la tragedia delle foibe”. Posizione “politicamente corretta” nell’ottica dei transfughi dal PCI. O W. Bordon, già sindaco comunista di Muggia e quindi deputato della Margherita, che usando il frasario neo-irredentista ha parlato di “15.000 italiani morti nelle foibe” nel corso di lavori parlamentari.

 

Si deve quindi rilevare la congruenza tra esternazioni politiche e limiti imposti dal paradigma delle “foibe”. Nel suo spazio ristretto, gli studiosi poi si dividono sulle motivazioni delle “violenze di massa” perpetrate dagli slavi sugli italiani, ammettendo comunque, con poche eccezioni, la pianificazione strategica di un genocidio. La tesi è sostenuta dalla constatazione “logica” che la riduzione della popolazione italiana e l’eliminazione degli avversari politici (compresi gli appartenenti a organizzazioni non comuniste o “democratiche”), avrebbero agevolato i piani politici della nascente Repubblica Socialista Federale. In tale prospettiva, e superando persino la questione della pianificazione, il senatore di Rifondazione Comunista L. Malabarba ha sostenuto che “i comunisti jugoslavi avevano assimilato a fondo il recupero del nazionalismo che stava dietro al Socialismo in un Solo Paese e tutta l’impostazione dei fronti popolari. […] La guerra, iniziata come antifascista, divenne antigermanica e antiitaliana, analogamente a quanto avveniva su scala maggiore con la Grande Guerra Patriottica” (Senato della Repubblica, 11 marzo 2004, p. 52). Tale assunto costituiva un’elaborazione del pensiero del segretario F. Bertinotti che, attingendo dal lessico marxista, aveva dichiarato che accanto al “furore popolare non si riesce a non vedere anche una volontà politica organizzata, legata ad una storica idea di conquista del potere, di costruzione dello stato attraverso l’annientamento dei nemici” (PRC, 2003). Questa linea di pensiero è sostanzialmente condivisa dall’attuale storiografia “ufficiale” slovena (cfr. Pirjevec, 2009, pag. XII).

 

Considerazioni conclusive


L’accettazione in ambito storiografico del significato comune di “foibe” vincola le analisi possibili del “fenomeno”, predeterminandone gli esiti. Si conferma quindi una necessità “scientifica” di rifiutare tale assunto (cfr. Cernigoi, 2005). Oltre alla verifica delle fonti dell’apparato interpretativo esposto, il processo di revisione storiografica della tragedia delle “foibe” richiede l’analisi di ciascun episodio documentato, o comunque “testimoniato”, di uccisione per mezzo di armi o per caduta violentemente indotta dai bordi delle cavità, e di occultamento di cadaveri nelle medesime. Studi di strategia militare appaiono quindi necessari, meglio se eseguiti in relazione alle caratteristiche geomorfologiche dei luoghi (cfr. Pol Vice, 2008). Nell’ambito di questo approccio, occorre indagare sia le cause generali che quelle contestuali degli eccidi. Plausibili appaiono l’odio etnico e la vendetta bellica. La cattura di prigionieri seguita dal trasferimento e dall’uccisione in massa comportano tuttavia non poche difficoltà operative per unità guerrigliere. Rispetto a tale questione tattica, le situazioni materiali delle “foibe istriane” erano senz’altro diverse da quelle delle “foibe triestine”.

 

L’analisi marxista può avere un ruolo determinate per il superamento del paradigma. La funzione della lotta di classe nelle vicende del confine italiano nord-orientale, la presa di coscienza del proletariato quale soggetto storico, i processi di formazione e trasformazione dei partiti comunisti, le sintesi operate tra nazionalismi e internazionalismo, sono alcuni dei possibili spunti per questo lavoro. Non ultima l’analisi del soggetto politico “democratico” (in cui viene inserito il CLN triestino) che nelle revisioni storiografiche e negli usi politici della tragedia delle “foibe” è in genere privo di ambiguità e contraddizioni e quindi strumentalmente adeguato e conforme alla rinegoziazione dell’identità nazionale.

 

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* Relazione esposta all’incontro pubblico promosso dall’ANPI “Il Giorno del Ricordo per la pace tra i popoli”, Lecce, 10 febbraio 2011. Ricerca presentata nella sessione “La Geografia e la Geologia Militare: una nuova prospettiva per gli studi storico-militari” di Geoitalia 2011, Torino, 22 settembre 2011.

 

** Consiglio Nazionale delle Ricerche – marco.dellerose@cnr.it">marco.dellerose@cnr.it